Alan Sillitoe. Sabato sera, domenica mattina

Mario Grossi

C’è un film che sta passando più volte in tv che continuo a vedere e rivedere. I miei figli mi prendono in giro per questa mia fissazione che si aggiunge a molte altre per la verità. Il film in questione s’intitola La scuola della violenza ed è stato girato negli anni sessanta.

Se si esclude la presenza magnetica di un giovane Sidney Poitier, è piuttosto banale e retorico. È una sorta di Attimo fuggente al contrario. In una scuola di periferia a Londra, popolata da giovani bulletti dalle maniere rudi e dai modi volgari che se ne fregano di studiare, arriva un impeccabile ingegnere interpretato da Sidney Poitier che, non trovando lavoro, decide di insegnare. Il professore si scontra immediatamente con una realtà che è il frutto della sottocultura che la circonda ed entra in collisione con l’intera classe. Via via però riesce con i suoi modi, così distanti da quelli dei ragazzi, a farsi apprezzare tanto da trasformare i giovani teppisti in persone corrette, pulite e pronte ad affrontare la dura vita che li attende, visto che sono al loro ultimo anno. Nella scena finale strappalacrime il professore, che nel frattempo ha ricevuto un’allettante proposta di lavoro, decide di rimanere nella scuola e prendere in mano la nuova classe che gli verrà affidata, fatta da nuove leve che non promettono niente di buono anch’esse.

Il perché questo film melenso, retorico, carico di pelosi buoni sentimenti, mi piace, a parte l’immenso protagonista, è presto detto. È un reperto memorabile degli anni Sessanta. È una sorta di museo del tempo andato. Oggi girando per Londra dove mai potreste ritrovare quella scuola scrostata, quelle casette popolari a schiera con i mattoncini a vista, i vecchi mercati di quartiere che fanno bella mostra di sé anche in My Fair Lady? E dove potreste ritrovare i calzoni neri a tubo del professore, le minigonne appena sopra il ginocchio delle allieve, il bianco e nero, i ciucci ai capelli delle ragazze e quelli a caschetto, gli occhiali a specchio quadrati e i giubbotti di pelle nera dei ragazzi?

Il tutto condito da una colonna sonora che al ritmo del beat ti proietta indietro del tempo in modo mirabile e stupefacente. È un film privo di qualsiasi attualità. In questo sta la sua bellezza. È lo stesso effetto che ti fa la lettura di Sabato sera, domenica mattina di Alan Sillitoe edito da Minimum fax.

Di Alan Sillitoe, scrittore inglese attivo negli anni cinquanta, avevo letto, non molto tempo fa, La solitudine del maratoneta, che narra la storia di un ragazzo che sconta una pena per furto in riformatorio e che trova, nell’alienato ambiente carcerario, il suo spicchio di libertà correndo e preparandosi per la regina delle corse e che sempre Minimun fax aveva pubblicato rendendo al popolo dei lettori nostrani un favore che ha permesso almeno a me di conoscerlo.

Sabato sera, domenica mattina, restando sempre nell’ambito della narrazione di umanità marginali, racconta la storia del giovane Arthur Seaton. Il ventiduenne protagonista del romanzo è un operaio tornitore in una fabbrica di Nottingham. La sua vita sembra predestinata da chi lo vuole inquadrato in un percorso fatto di catena di montaggio, di servizio militare, di matrimonio, con figli naturalmente e di un tramonto quieto ed inoffensivo che somiglia molto a quella vita borghese che lui stesso ha in grande spregio.

Arthur a tutto questo si ribella. La sua vita e la sua concezione, un po’ primordiale, della libertà è scandita da una diversa e assai più movimentata prospettiva.

Il ragazzo beve birra, si ubriaca, fa a pugni, non si fa mettere i piedi in testa. Ha un’idea dell’amore decisamente scorretta politicamente. Se la fa con Brenda che è sposata con il suo migliore amico, che lui giudica un marito seduto e dunque meritevole di portare le corna. Non disdegna neppure la sorella di Brenda, sposata anch’essa, fregandosene bellamente del rapporto, seppur truffaldino, con la prima. Conosce poi una ragazza ingenua, acqua e sapone, con la quale alla fine si fidanzerà, ma le racconta un mare di bugie per poter proseguire la sua duplice tresca precedente. Finirà pestato a dovere, dopo aver venduto cara la pelle, dai due cornuti che intendono impartirgli una dura lezione. Lezione che non porterà a nessuna redenzione di Arthur che la classificherà come un semplice incidente di percorso.

Protagonista assolutamente scorretto che potrebbe facilmente non piacere per i suoi comportamenti ma che si ritaglia un suo prepotente profilo.

Arthur è in guerra contro tutti e contro tutto, è un ribelle refrattario a qualsiasi inquadramento. È un rivoltoso con una carica negativa, nichilista e anarchica che lo sorregge e che lo rode come un demone. Non riesce a capire perché dentro di sé covi tanta rabbia e non la sfoga tentando di cambiare le cose ma semplicemente mettendosi di traverso al mondo intero. È un teppista con una carica vitale dirompente che preannuncia le rivolte dei decenni successivi.

Ricorda molto i giovinastri di Gioventù bruciata che non a caso portava nel titolo originale, Rebel without a cause, la sua cifra ispiratrice. È anche lui un ribelle spinto da un moto interiore che non sa esplicitare se non con atti teppistici, risse e autolesionismo proposto sotto forma di ubriacature omeriche.

Per certi aspetti ricorda l’Arturo Bandini di John Fante ma con minore ironia e maggior rabbia esistenziale. È questo un romanzo che a prima vista è privo, come dicevo a proposito de La scuola della violenza, di qualsiasi attualità.

Arthur si muove, vive, parla, ragiona con degli schemi a noi ormai desueti. È un operaio in tuta blu, orgoglioso della sua classe di appartenenza, il centro della sua esistenza è la fabbrica di Nottingham e il pub nel tempo libero.

Tutta roba spazzata via da tempo dal nostro panorama odierno, come sostiene anche Antonio Pennacchi nel suo Mammut, che ho riletto proprio a ridosso di questa lettura, quando dice che la classe operaia si è estinta come i Mammut appunto.

A un primo livello di lettura sembra dunque un racconto inattuale, passato di moda, che non permette collegamenti con la realtà dei giorni nostri e dunque un oggetto da metter in naftalina.

Ma se si scende a un secondo livello si scopre che esiste un umore che è attualissimo, seppur rivestito con una scorza ormai andata nel tempo.

La rabbia di Arthur, la sua incapacità di incanalarla verso forme di rivolta collettive e organizzate, lo stesso risentimento covato da tempo che esplode in forme individuali e teppistiche, talvolta auto inferto, ricorda invece da vicino quei sentimenti che albergano nelle menti dei moltissimi giovani Arthur che, dismessi i panni operai, popolano i call center di oggi, che vivono nelle aziende del terziario con contratti marginalizzanti, senza prospettive, relegati in un individualismo cieco e senza futuro, con un rancore inespresso pronto ad esplodere.

Sta qui l’attualità e la bellezza di questo romanzo. Sotto i suoi panni invecchiati, con una prosa ed un dialogo che suona obsoleto, anche se nobilmente vetusto,è celata la sua attualità. Quella di una rabbia delle nuove generazioni che, prima o poi, esploderà.

C’è in tutto il romanzo, che ne conta 307, una pagina, l’inizio del capitolo quindicesimo, che condensa tutto il substrato che fa da tessuto alle vicende e che rappresenta in maniera cristallina ciò che vado scrivendo.

La riporto quasi integralmente perchè è così carica di senso che voglio offrirla anche a chi il libro non se lo leggerà.

«Se nasci ribelle, resti ribelle. Non puoi farci nulla. Ed essere ribelle è la cosa migliore se vuoi far capire a tutti quanti che non gli conviene metterti i piedi in testa. Le fabbriche e i sindacati e le assicurazioni ci tengono vivi e vegeti – dicono loro – ma sono delle maledette trappole, e se non stai attento ti risucchiano come sabbie mobili. Le fabbriche ti fanno morire di lavoro, i sindacati ti fanno morire a forza di chiacchiere, la previdenza sociale e l’ufficio delle tasse ti fanno morire di rabbia per tutti i soldi che mungono dalla tua busta paga. E poi, se dopo tutto questo ti rimane ancora un soffio di vita, ti richiamano nell’esercito e ti fanno morire ammazzato. E se sei abbastanza intelligente da farti esonerare o da restare fuori in qualche modo, ci rimetti lo stesso la pelle sotto i bombardamenti. Per Dio, la vita è proprio dura se non ti dai una svegliata e non impedisci a questo governo bastardo di sbatterti a faccia in giù nel letame, ma non c’è molto che tu possa fare, a meno che non ti metti a fabbricare dinamite per far saltare in aria quei loro capoccioni occhialuti…..

Ti tengono per le budella, per la spina dorsale e per il cranio, e pensano che tu sia pronto a obbedire appena fanno un fischio. Ma ascolta questo tornio è il mio più grande amico perché mi aiuta a pensare, ed è qui che sbagliano perché so di non essere il solo. Un giorno loro abbaieranno e noi non correremo nel recinto come un branco di pecore. Un giorno accenderanno tutte le luci, batteranno le mani e diranno: “Avanti, ragazzi. Mettetevi in fila e prendete i vostri soldi. Non vogliamo che facciate la fame”. Ma forse qualcuno di noi preferirà fare la fame, e allora cominceranno i guai…. Quei sindacalisti tripponi ci diranno di non fare di testa nostra. Sir Pallone Gonfiato ci prometterà un premio enooorme per quando le cose andranno meglio. L’ispettore capo Testa di Rapa dirà: “Circolare, circolare, niente assembramenti intorno ai cancelli”. Dei tizi in doppiopetto diranno: “Questa gente ha avuto la televisione, cibo a sufficienza, case popolari, birra e totocalcio – qualcuno ha perfino l’automobile. Li abbiamo resi felici. Che cosa c’è che non va? Cos’è questo rumore: una mitragliatrice o il tubo di scappamento di un’automobile?”…. Io spero di non esserci, in quel momento, ma so che ci sarò. Io sono un maledetto caprone che cerca di fottere il mondo, e non c’è da sorprendersi, visto che il mondo cerca di fottere me».

Sembra una pagina e un romanzo nichilista, distruttivo, pessimista, ma a ben guardare apre spiragli di vera luce perché «Un giorno accenderanno tutte le luci, batteranno le mani e diranno: “Avanti, ragazzi. Mettetevi in fila e prendete i vostri soldi. Non vogliamo che facciate la fame”. Ma forse qualcuno di noi preferirà fare la fame, e allora cominceranno i guai».

Come la ruggine, la rivolta non dorme mai.

È con questa speranza, che è una certezza, che lo scorrettissimo Arthur si congeda da noi.

Mario “vox clamans in deserto” Grossi

Frascati, 12 marzo 2011

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