150° dell’Unità. W l’Italia

Il Fondo

In occazione del 150° anniversario della Unità d’Italia, Il Fondo ha rivolto ad alcuni amici e collaboratori quattro domande sui suoi significati salienti. Al forum hanno partecipato: Arba (opinionista), Angela Azzaro (giornalista), Giorgio Ballario (scrittore), Mario Bortoluzzi (musicista), Andrea Colombo (scrittore), Michele De Feudis (giornalista), Sandro Giovannini (poeta), Mario Grossi (critico letterario), Roberto Guerra (poeta), Alberto B. Mariantoni (scrittore), Raffaele Morani (opinionista), Antonio Pennacchi (scrittore), Raffaele Perrotta (poeta), Luca Leonello Rimbotti (scrittore), Giovanni Tarantino (scrittore).

La redazione


.Definisci il tuo concetto di patria-nazione…

Arba – E’ indubbiamente innato. Dapprima inconscio, poi felice consapevoleza di appartenenza ed identità se accettato e nutrito. Può venire trasformato in nazionalismo egoista. Oppure negato,  rendendolo una caricatura  di se stesso. E facendosi del male inutile, quando se ne predica la sparizione o l’assenza. Le proprie origini, le origini della propria comunità, la storia vissuta insieme, le tradizioni, i patti comuni rappresentano per me la Patria. E’un legame verso una specifica terra: uno spazio fisico che esprime un’eredità che si tramanda e si gestisce come pegno di un “amore”. Volendo, la parte fisica della Patria, la terra che si calpesta, rappresenta l’anello, la fede, simbolo di una promessa di fedeltà fra il divino e l’uomo. Credo fermamente infatti che i popoli, le nazioni, le patrie, le frontiere siano per prima cosa di ordine spirituale e pre-stabilito: una istituzione pensata dal divino per aiutarci a compiere il nostro destino e crescere verso la meta, che è quella di migliorare il mondo partendo da noi stessi. Ovvero: l’occasione giusta, la più adatta per divenire veri uomini e donne coscienti e liberi. Avere un senso di patria interiore è necesario per riconoscere lo stesso desiderio negli altri popoli. Sentirlo, genera ed aumenta il rispetto verso gli altri: la vera fratellanza fra le nazioni si attua favorendo e rispettando la diversità di ogni nazione e la libertà altrui. Alcune persone ne racchiudono più d’una. I soliti fortunati… Senza patria si erra. In tutti i sensi racchiusi nel verbo…

Angela Azzaro – Io preferisco parlare di Stato. La patria non mi piace perché l’etimo, terra dei padri, racconta di un’idea fondata sul potere degli uomini e del sangue. In nome della patria si sono combattute le guerre e cacciati i cosiddetti stranieri. La mia patria diceva Virginia Woolf è il mondo intero. Lo Stato quindi perché permette di organizzarsi in istituzioni democratiche che per quanto piene di limiti consentono un minimo di partecipazione e di diritti. La patria fa riferimento a un’idea di cittadinanza fondata sul sangue. Per me la cittadinanza deve valere per tutti là dove si trovano senza distinzione di alcun tipo.

Giorgio Ballario – Patria è per definizione etimologica “la terra dei padri” (se usiamo madrepatria estendiamo il concetto a entrambi i genitori); nazione richiama non solo alla nascita e all’origine territoriale, ma alla comunità di diritto alla quale si appartiene per vincolo di sangue, lingua, cultura e tradizione. Entrambi i termini (patria e nazione) hanno però un significato spirituale, culturale, ideale e letterario che va al di là dell’appartenenza geografica e di stirpe. Nel mondo globalizzato sono concetti che vanno sfumando; anche se l’uomo contemporaneo, in apparenza sempre più sradicato e privo di riferimenti identitari, dimostra di aver ancora bisogno di punti fermi. Ecco allora l’esigenza di aggrapparsi alle “piccole patrie” locali, a identità più politico-ideologiche che reali (la Padania), a un neo-patriottismo artificiale (l’adesione a-critica alle celebrazioni dei 150 dell’unità d’Italia). In realtà patria e nazione sono due concetti in continua evoluzione e ridefinizione.

Mario Bortoluzzi – Se storia, cultura, etnia, lingua, territorio sono alcuni dei dati caratterizzanti costitituenti  una Nazione, per l’Italia penso si possa partire dalla cultura. Quella che, dall’epoca dei Comuni, ha caratterizzato tutti gli Stati pre-unitari. Una comune cultura italiana ben conosciuta in tutta Europa .Veniamo  da storie diverse tutte però intrise dalla medisima cultura che caratterizza l’appartenenza alla Nazione italiana nata ben prima di 150 anni fa. La Patria, intesa come “terra dei Padri”, e considerata singolarmente,  attiene di più alla genesi  degli stati pre-unitari, soprattutto a quelli più longevi come, ad esempio, la Repubblica di Venezia. Nel 1668 Alvise Leonardo Mocenigo, comandante della piazza di Candia così rispose a chi gli chiedeva la resa: “Casa Mocenigo non riceve dalla patria in comando e governo le piazze per darle al Turco”, ben significando così il concetto di Patria che veniva ancora prima di quello dello Stato da mar veneziano. Quando però nei popoli di una Nazione   esiste un  comune sentimento  di identità culturale  condivisa, legato al concetto di solidarietà e di assistenza reciproca   e quando questi popoli, con il loro “portato” di patria, decidono di  esistere come Stato, allora si può parlare di Patria-nazione. Ma deve essere una decisione presa in libertà.

Andrea Colombo – Oscillo tra due citazioni musicali. La prima è “Wherever I Lay My Hat, That’s My Home”. Ma la seconda,  meno rosea, è “No Direction Home”.

Michele De Feudis – Amore per la propria terra e per la missione di civilizzazione universale fondante l’idea di Italia.

Sandro Giovannini – «…ma la gloria non vedo…», dice il Leopardi ed io con Lui… la Gloria è la presenza costante alla nostra dignità, alla nostra sobrietà, al nostro destino… in realtà la ricostruiamo ogni giorno se seguiamo l’esempio dei grandi che ci hanno preceduto… non è solo una visione poetica…, è una vocazione metafisica e realissima…Ma salendo al livello comunitario, in questa metafisica realissima non c’è alcuna identità liquida, ma tanta consapevolezza metagenetica, rabbia controllata, disponibilità reattiva, sprezzatura rispetto alle infinite ed illusorie ipotesi accomodatorie…

Mario Grossi – La definirei il corpo di sintesi spazio-temporale di un gruppo d’individui che hanno in comune un passato, che decidono di vivere insieme il presente e che hanno un’idea condivisa da realizzare. Una comunità aperta che può essere sposata, in quanto contano di più gli obiettivi futuri che non il passato (che si può condividere senza averlo vissuto).Un buon esempio, in campo letterario, è rappresentato dalle Tigri della Malesia. Un gruppo di persone, come Sandokan malese, Janez portoghese, Kammamuri indiano e Tremal Naik bengalese, diverse tra loro che si uniscono in Nazione in vista di un obiettivo accomunante e superiore: cacciare l’inglese James Brooke, il raja bianco di Sarawak e riconquistare a Sandokan il suo impero. Nella finzione letteraria tutti s’intendono e questo sottintende nella realtà che è la lingua, più di altre cose, ad accomunare i sodali della Nazione e quella va preservata come simulacro inviolabile seppur dinamico.

Roberto Guerra – La nazione-patria, oggi, è soprattutto un archetipo, una energia nucleare psichica, soggettiva e collettiva, per navigare nella propria anima e nel divenire storico e sociale, con una sorta di stile, simile e universale alla luce di certa evoluzione del concetto in Patria-Terra (pianeta), ma appunto impronta digitale unica nella danza delle differenze interculturali, fondamentale per non perdere la specifica memoria, naturale e elettronica, regredendo alla staticità dell’omologazione sempre incombente, che arresta la combinatoria im-prevedibile della storia stessa dei popoli e degli individui.

Alberto B. Mariantoni – La parola “Patria”, viene dal latino arcaico “pătriu (m)”, “(tĕrram) pătria (m)”; vale a dire, “terra dei Padri”: da “păter, pătris” (padre). E’ definita “terra dei Padri”, in quanto era (e continua ad essere) il luogo dove erano stati sepolti (e seppelliamo) i “Padri”, dunque, i genitori, i parenti, gli antenati. Da cui, ancora oggi, la classica e proverbiale espressione, la “Sacra Patria” o il “Sacro suolo patrio”: Sacra/Sacro, soprattutto, a causa di quelle sepolture. La parola “Nazione”, dal canto suo, viene dal latino “natio, nationis” (nascita, estrazione naturale). Vocabolo, a sua volta, scaturito dal participio passato del verbo “nascor, nasceris, natus (a, um) sum, nasci” (nascere, essere generato; derivare, discendere) che, a sua volta ancora, aveva preso origine dall’arcaico “gna-scor, gna-sceris, gna-tus (a, um) sum, gna-sci”, dalla cui radice, “gen” / “gna” (ger, na), si erano formati i vocaboli “genitalis, e” (genitale, riguardante la generazione, la nascita), “genitor, genitoris” (colui che procrea, genitore, padre, origine, causa), “genetrix, genetricis” (genitrice, madre), “gens, gentis” (famiglia, casato, razza, popolo), “genus, generis” (stirpe, schiatta, lignaggio), etc. Qualcosa, quindi, che è irrefutabilmente legato all’idea di nascita, di procreazione, di famiglia, di lignaggio. Ragione per cui, non credo possa esistere la “mia”, la “tua”, la “sua”, la “nostra”, la “vostra” o la “loro” definizione di Patria e/o di Nazione. Volenti o nolenti, d’accordo o non d’accordo, quelle appena citate, sono le loro irrefutabili ed imperiture definizioni! Va da sé, pertanto, che per essere un effettivo Italiano, non possa essere sufficiente parlare (più o meno bene) la lingua del nostro Paese, avervi stabilito la propria residenza (da più di cinque o dieci anni …) ed averci pagato le tasse.

Raffaele Morani – Sono nato in Brianza, da padre calabrese e madre romagnola. Il confronto, a volte anche aspro, tra nord e sud del mio Paese l’ho vissuto praticamente sin da quando sono nato, con diffidenza e pregiudizi degli uni verso gli altri. Dalla migrazione interna siamo passati a grandi ondate migratorie, conoscendo direttamente popoli e culture ancora più diverse e lontane. Per me la Patria è il luogo dove sono nato e dove vivo, ma soprattutto dove ho sviluppato la mia identità, grazie al contatto e all’incontro-confronto con le altre persone, e le altre culture al di fuori del mio ambiente familiare e sociale iniziale. Mi sento e sentirò sempre italiano, ma l’idea stessa di Patria a cui siamo stati educati ed abituati, deve secondo me tenere conto di questi cambiamenti epocali, e necessariamente essere inclusiva verso tutti coloro che nascono e vivono in Italia a prescindere dalle origini familiari di partenza. 150 anni fa c’erano grandissime differenze tra piemontesi e calabresi, adesso parliamo tutti la stessa lingua e abbiamo la stessa cultura pur con specificità particolari, perché non possiamo fare lo stesso con chi vive e lavora di fianco a noi?

Antonio Pennacchi – Per definizione, la Patria dovrebbe essere la terra in cui sono nati i miei padri. Io in realtà vengo dall’Agro Pontino, che ancora non c’era quando nacquero i padri miei. E’ lui, che è stato messo al mondo da loro, sgravato dalle melme e dalle acque. E i miei padri venivano dal Veneto e dall’Umbria e i padri di mia moglie invece anche dal Lazio e dalle Calabrie, mentre quelli delle nostre nipoti – le figlie di nostra figlia – anche dagli Abruzzi, dalla Sicilia, dalla Libia e dalla Tunisia. La Patria è quindi la terra e l’habitat – la realtà geopolitica – costruita dai miei padri per me, e da me per i miei figli e da chiunque altro, da qualunque parte provenga, per i figli suoi. La Nazione è il sentimento determinato da quel sostrato di tradizioni, storie, lingua, memorie, dolori, sacrifici e lavoro, che accomuna quei popoli che dall’Alpi alla Sicilia hanno costruito e costruiscono la mia Patria, la quale infine non sarà la più bella e la più giusta del mondo, anzi tutt’altro, mancandole lo Stato, ma è l’unica che ho. E’ la mia  e me la tengo.

Raffaele Perrotta – il concetto presume e rende conseguenziale il discorso. qui, mi limito a formulari condensati al massimo ‘patria’ significa patrimonio – consegna di valore di cui aver cura e da valorizzare; patria è allora tra-dizione, un antecedente comunque epico, parole d’ordine, sia per i popoli del Libro sia per i popoli che Libro non hanno. ‘nazione’: medievisticamente il luogo di nascita, attualmente… diamone un significato che si basi a partire dai molti accomunati nel parlare la stessa lingua – non di Stato, trattandosi di una comunità che non si fregi dell’autorità di Stato (palestinesi, curdi ecc.), ma che parlante la comune lingua è tuttavia una unità di fatto -, e accomunati in una ‘forma mentis’ – per la quale la cultura generale è caratterizzante il complesso della suddetta unità di fatto -.

Luca Leonello Rimbotti – I termini si definiscono da soli, senza bisogno di aggiunte correttive: Patria è la terra dei nostri padri, di coloro che, generazione dopo generazione, ci hanno preceduti e dal cui sangue, piaccia o non piaccia, noi siamo venuti al mondo. La nazione è l’insieme delle famiglie che vivono lo spazio della Patria, è un’unità genetica basata sull’eredità. Noi non siamo che i discendenti dei nostri progenitori e i progenitori dei nostri discendenti. La “natio” è l’insieme dei “nativi”, di quanti, uniti dalla parentalità, costituiscono gruppi umani – le “gentes” – tra loro unite dal “gene” accomunante, cui si aggiungono i legami di cultura, di lingua, di religione, di storia, di destino. La Patria-Nazione è un’unità fondata sull’eredità: privata di questo nesso, perde il suo significato, e si entra nel cosmopolitismo: la patria è il mondo, e ogni discorso diventa generalizzazione, utopia a ruota libera, chiacchiera. I popoli, invece, non sono chiacchiere, ma solide realtà fatte di carne e di spirito.

Giovanni Tarantino – L’idea di Patria mi rimanda a quella di patrimonio condiviso. Un qualche cosa che è di tutti, che è nostro. Un patrimonio valoriale, esistenziale, artistico, etico. Nostro di chi? Della nazione, della comunità. Dell’aggregazione umana che si riconosce nella Patria e nella sua storia.

Nel 150° anniversario del’Unità d’Italia, quali considerazioni puoi fare della sua storia?

Arba – Un miracolo da celebrare ogni giorno, indubbiamente. Da considerare nel rispetto delle diversità esistenti sul territorio italiano.

Angela Azzaro – Io sono nata in Sardegna. La Sardegna è passata al regno Piemontese per caso. E per caso siamo diventati italiani, dopo 6 secoli di dominazione spagnola. Gli italiani per noi sono stati gli ennesimi colonizzatori arrivati dal mare. Prima di quella annessione, in Sardegna non esisteva la proprietà privata, fu con la legge delle chiudende (cioè la possibilità di limitare e rendere proprio un pezzo di terreno) che la proprietà privata fu introdotta e insieme a essa vennero introdotti il latifondo e le faide. L’Unità quando arrivò ebbe prima il volto della distruzione dei boschi (lo sapevate che la ferrovia dell’Italia unita fu fatta con i nostri alberi?) poi con la morte nella Prima guerra mondiale. I soldatini sardi furono mandati allo sbaraglio nelle terribili trincee della Grande Guerra. Quando ero adolescente ho letto “Un anno sull’altipiano” di Emilio Lussu e non posso dire che non mi abbia influenzato.

Giorgio Ballario – L’Italia unita è nata male, ha proseguito con fatica il suo cammino unitario e in sostanza il Risorgimento è stato un fenomeno politico e culturale d’élite. Naturalmente l’Italia ha vissuto momenti, anche difficili, di grande afflato collettivo, che hanno contribuito a cementare lo spirito nazionale. A parte i moti risorgimentali penso alla Prima guerra mondiale, al ventennio fascista, al periodo della grande ricostruzione negli anni Cinquanta e dell’industrializzazione nazionale, soprattutto per merito di enti pubblici come Iri ed Eni e della politica di una parte della Dc. C’è chi dice che la vera unità d’Italia l’abbia però fatta la televisione, ed è in parte vero. Anche per colpa della politica, che da decenni ha abdicato al suo ruolo di guida della nazione. Basti pensare a cos’è la scuola pubblica da almeno trent’anni…

Mario Bortoluzzi – Penso che noi si debba celebrare il  150° anniversario dell’Unità d’Italia accettando tutta la nostra storia, senza cesure nè rimozioni di sorta. Celebrare il 150° “dal Risorgimento alla Resistenza”, rimuovendo il Ventennio fascista che ha inverato, nel bene  e nel male , dopo la Grande Guerra, il sogno risorgimentale dell’Unità nazionale è un’operazione scellerata che va contro la storia e la pacificazione del nostro popolo. Allevare giovani generazioni di alunni insegnando loro che per 20 anni l’Italia è stata governata da una feroce dittatura, tacendo invece sulle ragioni dell’ascesa del fascismo, quelle vere, mica quelle copiate dall’Enciclopedia sovietica degli anni ’30, è semplicemente demenziale e foriero di nuovi odii che, a distanza di tanti anni andrebbero spenti e non riaccesi. Se ci viene chiesto di  accettare nel nome dell’Unità  la storia del Risorgimento, con tutte le sue luci e tutte le sue ombre allora pretendiamo di far nostra tutta la storia nazionale, fascismo compreso, errori ed orrori inclusi, perchè fu storia che attraversò tutte le famiglie italiane. In fondo, se leggiamo le lettere dei condannati a morte della Repubblica Sociale e della Resistenza vi troveremo lo stesso amore per la Patria italiana. Tutte o quasi  finiscono con la frase “Viva l’Italia”. L’Italia nel 2011 deve  celebrare l’Unità ma soprattutto  la pacificazione nazionale.Senza questo passo non sarà mai una Nazione degna di questo nome. Una proposta: si celebri finalmente il 25 aprile come fine della guerra civile e non come vittoria di una parte sull’altra!

Andrea Colombo – Il buon giorno si vede dal mattino: è stata una minoranza attiva a volere l’unificazione e a farsi protagonista del Risorgimento. Lo stesso discorso vale per praticamente tutti gli snodi della storia di questi 150 anni. Minoranze attive sono state protagoniste delle radiose giornate, dell’avvento del fascismo, della Resistenza, della trasformazione degli anni 70. E’ la peculiarità e il limite della storia italiana, direi…

Michele De Feudis – Che in questa celebrazione, in cui è abbondata la retorica, ma che ha consentito agli italiani di essere costretti a riflettere sulle proprie radici, è completamente mancato il dibattito sul tema della sovranità nazionale e sulla difesa degli interessi del popolo.

Sandro Giovannini – Se ci fosse una linea guida unificante e condivisa e degli obiettivi che non si risolvano solo nell’Europa delle banche e dell’Euro allora non avrei dubbi. Così non essendo, mi trovo costretto a scegliere, se solo questa è la scelta, le piccole patrie che con ogni probabilità non risolvono nessun problema e chiudono, frammentandolo, ancora di più il panorama. Ma in questi casi io tendenzialmente scelgo sistemi a entropia crescente, nella speranza che dal caos si sviluppi sufficiente nuova energia cinetica da dirigere poi verso sistemi più grandi ma con obiettivi più decenti di quelli su cui si basa la presunta unione europea. Se fosse possibile una terza opzione, io molto volentieri guarderei alla quarta sponda e ad una congiunzione pan mediterranea che sento molto più conforme al mio modo di pensare. Infingardaggini, soprusi ed opportunismi di tanti, come sempre… sublimi eroismi, generosità inattese e slanci disinteressati di pochi, come sempre…

Mario Grossi – Che, dopo tanta penosa strada, oggi il principale filo conduttore è la beceraggine. È notizia di ieri che la trota figlio di Bossi per non cantare l’Inno d’Italia è uscito dalla sala della Regione Lombardia dov’era riunito e si è andato a bere con i suoi un bel cappuccino. E così farà oggi il capogruppo parlamentare leghista. Quello che rimane del sacrificio passato si stempera in quello che, almeno un tempo, era il simbolo dell’edonismo italiota e della Dolce Vita. Ma anche di questo devo dubitare visto l’arrivo in Italia di Starbucks. Potrei dire che almeno nel passato si è tentato di combatterla la beceraggine, oggi invece assurge a vessillo che si dispiega a coprire tutti gli sforzi che i tanti anonimi nel loro piccolo cercano di fare. Nell’anno dell’Unità d’Italia, per intenderci, mio figlio si prenderà la sua bella laurea a pieni voti e partirà, per mancanza di altre prospettive nella ricerca, per Ginevra per un dottorato che lo spingerà lontano da questa Povera Patria.

Roberto Guerra – L’Italia è un paradosso istituzionale sociale: ancora precapitalistica, un carattere nazionale“religioso”, non teologico, ma pseudolaico, traversale: ma attraversata da opposti voli in avanti, sin dalle origini: nel ‘900 le anomalie positive del fascismo modernista, del comunismo democratico (eccezioni storiche mondiali, certe positività), del futurismo (nato in Italia, non in Usa), di figure quali Meucci, Marconi, Fermi, fino a Dulbecco, Rubbia…

Alberto B. Mariantoni – Scaturita dal sogno visionario, dalla profonda fede, dal sincero impegno e dall’esempio politico e personale di rarissimi idealisti (ad esempio, Mazzini e Pisacane), di indiscussi e non troppo trasparenti avventurieri come Garibaldi, di eminenti faccendieri e “maneggioni” professionisti del genere Cavour, nonché da un largo concorso di circostanze nazionali e internazionali favorevoli, l’Unità d’Italia – che nel 17 Marzo di quest’anno, celebra il suo 150° anniversario – fu, a mio avviso, un’unità, a dire poco, soltanto convenzionale, parziale e formale. Convenzionale, in quanto, la tanto sbandierata “unità dello stivale” – dopo un’ininterrotta e costante “vacanza” di 1.385 anni (se si tiene conto della caduta dell’Impero Romano d’Occidente, avvenuta nel 476 della nostra era); oppure di 1.354 anni (se si considera l’invasione Longobarda che, nel 568, distrusse inesorabilmente – anche “grazie” alla politica del dividi et impera sistematicamamente praticata dalla Chiesa di Roma – ogni tipo di possibile unità politica all’interno della nostra Penisola) – venne realizzata nel 1861. Esattamente, il 28 Febbraio – 14 Marzo 1861. E non il 17 Marzo 1861, come oggi si pretende, avendo soggettivamente preso in considerazione la sola data della prima seduta del Parlamento italiano, a Firenze. Parziale, poiché – come sappiamo – l’effettiva concordanza tra l’Italia fisica e l’Italia politica, e la sua definitiva unità territoriale – dal Brennero al Monte Nevoso – dovrà ancora attendere: l’annessione del Veneto e del Friuli (regioni ricevute in “premio” da Bismark, per il mantenimento della neutralità italiana nella Guerra austro-prussiana del 1866); la “presa di Roma” (20 Settembre 1870); e l’occupazione/liberazione militare delle province di Trento e di Trieste, dopo la sconfitta dell’Impero Austro-Ungarico, il 4 Novembre 1918. Formale, in quanto – come ebbe a far notare il Marchese ed ex Primo Ministro del Regno del Piemonte, oltre che pittore e romanziere di successo, Massimo Taparelli d’Azeglio (1798-1866), al momento della suddetta proclamazione“l’Italia era fatta… Restava semplicemente da fare gli Italiani!”. Quell’arduo compito, come è facile verificarlo – oltre ad essere stato la principale e prioritaria preoccupazione del Fascismo al potere (1922-1943) – gravò interamente sulle spalle della sua classe dirigente e dell’insieme di quegli Italiani che, allora, direttamente o indirettamente, volontariamente o involontariamente, consciamente o inconsciamente accettarono di parteciparvi. Ora, che quel regime sia riuscito a “fare gli Italiani”, che vi sia riuscito in parte, che ci sia riuscito male o per niente, lo lascio giudicare al lettore. Una cosa, però, è certa: gli “altri”… – quelli, cioè, del ”bene assoluto”, per non nominarli… – non mi sembra che, negli ultimi 66 anni, abbiano fatto qualcosa, in quella direzione, per cercare di “farli” meglio!

Raffaele Morani – Una storia di gioie, dolori, lotte, passioni, sacrifici. Grandi intuizioni e grandi delusioni. Abbiamo avuto una cultura millenaria, dal punto di vista politico siamo passati attraverso la monarchia liberale, il fascismo come tentativo di sintesi tra le istanze del socialismo e del  nazionalismo, poi il più forte ed originale partito comunista del mondo occidentale, una Costituzione repubblicana nata dopo una dura guerra civile come sintesi, secondo me proficua, tra le istanze liberali, socialiste e cattoliche, molto avanzata per l’epoca e purtroppo ancora inattuata in molte parti. Una Carta che ha permesso tutto sommato una convivenza pacifica tra anime politiche molto diverse e alternative. Nello stesso tempo abbiamo avuto l’ingresso massiccio delle masse nella vita politica. Noi siamo figli di tutto questo, nel bene come nel male! Chi non riconosce o ripudia il proprio passato non può avere un futuro.

Antonio Pennacchi – Che poteva essere anche un tantino migliore. Abbiamo fatto di tutto per renderla peggiore. Eppure la gran parte del popolo – quello che una volta si chiamava “le larghe masse popolari” – ha sempre fatto in ogni momento il suo dovere, alzandosi la mattina per andare a lavorare, non rubando, pagando le decime, soccorrendo i propri simili, non parcheggiando in doppia fila ed andando pure, quando chiamati, a versare il sangue nelle guerre ai confini del mondo. Pure oggi in Afghanistan (anche se il perché, lo sa solo Wikileaks). Ma un popolo sempre tradito dalle proprie classi dirigenti, dai Bixio di Bronte fino ai servi di Semiramide, “che libito fe’ licito in sua legge / per torre il biasmo in cui era condotta” (Inf. V,  56-57).

Raffaele Perrotta – muovo un appunto:non si può proclamare che l’Unità d’Italia compie quest’oggi 17 marzo 150 anni. possiamo proclamare l’Unità d’Italia nel Primo DopoGuerra – non a caso la Prima Guerra Mondiale, per un patriota italiano dell’epoca, è considerata la Quarta Guerra d’Indipendenza. ¿in quali giurisdizioni ‘straniere’ giacevano le membra sparse della penisola chiamata ab antiquo Italia? ¿dov’erano Trentino e Venezia Giulia, e dov’era Roma? tuttavia è ovvio che io sto festeggiando la natalità della «mia» Italia.

Luca Leonello Rimbotti – Il ns Risorgimento è stato una potente espressione di volontà politica di alcune minoranze attive, risolute a ridonare senso unitario a ciò che, per motivi storici, era andato disperso. Ogni risorgimento nazionale non è che una forza di natura che tende a ricomporre un’unità perduta. Al di là di ogni analisi sulle inadempienze, gli sbagli, le imperfezioni, il ns Risorgimento appare una compiuta manifestazione di decisionismo, inteso a ridare dignità unitaria a ciò che si pensava ed era unificato sin dalla radice storica. E’ in questo senso che il Risorgimento significò anche la rivendicazione del passato nazionale, dalla Romanità ai Comuni etc. L’Unità è stata fatta da giovani che sentirono l’urgenza di passare all’azione, che a coloro che affermavano l’impossibilità di andare contro l’apparentemente ineluttabile – la Patria italiana non esiste, il mondo è quello che è, non puoi rovesciarlo – risposero con l’offerta della vita, generosa, spontanea, senza retorica, ma col volontariato entusiastico e direi non di rado anche fanatico, mosso da una vera, autentica fede politica. Due o tre generazioni di giovani: i Bandiera, Pellico, Mameli, Ciro Menotti, Morelli e Silvati…giovani uomini che dimostrarono che con la volontà l’apparentemente ineluttabile lo si può rovesciare. Certo, se spalleggiati da una forza politica – ed anche militare – in grado di far da sponda. Alla fine la ebbero vinta loro, i sognatori, contro tutti i pronostici. Pensiamo a cos’era l’Italia nel 1821, nel 1833…

Giovanni Tarantino – Fragole e sangue. C’è del brutto, c’è del bello. E, in ogni caso, tutto ci appartiene. L’Italia siamo noi.

Qual è il personaggio del nostro Risorgimento che, in positivo o in negativo,  ne significa il contesto. E perché?

Arba – Garibaldi. Per il suo amore per l’indipendenza e libertà. Vero uomo che non ha mai perso d’occhio lo stesso bisogno fisico e spirituale negli altri popoli. A parole e con opere. L’altruismo per eccellenza. Un eroe. Purtroppo il mondo moderno è meno moderno di quanto si pensi e lega la figura dell’eroe all’assenza di errori. In special modo gli italiani. Quando si riconoscerà che anche gli eroi, uomini e donne normalissimi,  combattono la stessa nostra battaglia contro gli sbagli e le imperfezioni si farà un gigantesco passo in avanti verso un’unità ancora più vera.

Angela Azzaro – La mia non condivisione personale e identitaria della storia italiana non mi impedisce di apprezzare alcuni momenti del Risorgimento. Tanti giovani che credevano nella rivoluzione. Se penso al Risorgimento penso a loro, ai loro sogni, spesso traditi.

Giorgio Ballario – Credo che in assoluto la figura cardine del Risorgimento sia stato Cavour, l’unico che abbia saputo recepire e trasformare in atti politici e diplomatici concreti le aspirazioni unitarie di tutto il movimento risorgimentale, che ha in Mazzini il suo faro. Naturalmente Cavour ha reinventato il Risorgimento a suo uso e consumo, secondo le sue idee, le sue aspirazioni e le sue convenienze. Ma se devo scegliere un simbolo del Risorgimento, un personaggio che nel bene e nel male ha incarnato quel fenomeno, allora dico Garibaldi. Eroico e crudele, disinteressato ed egoista, coraggioso e senza scrupoli, patriota ma anche pedina in mano ai massoni inglesi. Garibaldi non può che affascinare, la sua storia personale è quella di un Che Guevara ante litteram. Ma rappresenta anche il limite – culturale e concettuale – di una certa Italia faziosa che ha attraversato 150 anni di storia.

Mario Bortoluzzi – Sicuramente Giuseppe Mazzini. Per il suo romanticismo politico- religioso. Per l’incrollabile fede repubblicana e l’esempio che seppe far  seguire sempre alle proprie parole. Indicando una via nazionale alla rivoluzione, superando marxismo e socialismo: non a caso fu profeta amato da Berto Ricci, Italo Balbo, Curzio Malaparte, perseguitato dal Regno Sabaudo, odiato da Bakunin e da Metternich. Mistico, ascetico, povero, instancabile.Un precursore della rivoluzione fascista ma anche amato dal Partito d’Azione. «La Patria – disse – è casa dell’uomo, non dello schiavo».

Andrea Colombo – Forse Giuseppe Mazzini, ma forse invece Calogero Gasparazzo.

Michele De Feudis – Ne devo segnalare tre. C’è un personaggio che con la sua doppiezza è icona di un certo tipo di umanità grigia (e utile) presente nella storia e nella politica: è il salentino Liborio Romano, prima ministro dei Borbone, poi parlamentare a Torino con Cavour. Poi, rifuggendo manicheismi, mi piacerebbe che fossero rilette con nuova energia le storie del brigante Carmine Crocco (con musica di sottofondo di Eugenio Bennato, Brigante se more) e Giuseppe Garibaldi (con le note della canzone cult di Sergio Caputo).

Sandro Giovannini – Tutti quelli che la storia patria ci ha consegnato. Ogni revisionismo serio, sempre sostenibile da una élite colta e generosa, può essere motore di comprensione profonda, ma la vulgata che si nutre solo di retorica sciocca e modaiola, qualsiasi sia la sua direzione, distorce comunque – senza neanche trarre verso l’alto – le menti deboli ed i lombi fiacchi…

Mario Grossi – A me piace ricordare Carlo Pisacane, patriota che si spese in molteplici iniziative. Fu tra i fondatori della Repubblica Romana, che mi sembra ben rappresentare alcune istanze risorgimentali, poi abortite, tra cui la volontà laica di modernizzare, affossata dalla repressione reazionaria e clericale della Chiesa che non siamo riusciti a toglierci dal groppone neppure oggi. Così come la sfortunata impresa che lo vide impegnato nello sbarco a Sapri e che testimonia da un lato l’eroico ingenuo sogno libertario di un idealista e dall’altra come la realtà non si faccia piegare così facilmente dal sogno. Mi sta simpatico poi perché ci rivedo alcuni tratti del Che che potrebbe a buon diritto essere iscritto tra gli eroi risorgimentali. Entrambi sono ingenui, sfortunati e luminosi.

Roberto Guerra – Erano e restano Mazzini e Garibaldi: nel senso positivo, spirito liberi, capace di missioni impossibili, dinamici rispetto all’impronta comtingente storica sia di Cavour che della monarchia, già archetipi negativi del persino contemporaneo , ben noto politichese e certa doppiezza. Ad essi vanno aggiunti, piaccia o meno, proprio Mussolini e poi.. Togliatti e i socialcomunisti che hanno completato il Risorgimento, liberando l’Italia il primo parzialmente da certo passatismo.. il secondo con la Repubblica, dalla monarchia. Ed erano giovani tutti, la gerontocrazia che poi ha prevalso spiega l’Italia tra neomedioevo mentale e XXI secolo…

Alberto B. Mariantoni – Senza esitazione: Giuseppe Mazzini (1805-1872). Sono le sue idee, infatti, che sono state alla base di quel progetto che, dal 1861, chiamiamo l’Unità d’Italia. Per riassumere: lui, il Mazzini – l’idealista, il patriota, il repubblicano, il rivoluzionario – aveva immaginato e tracciato le grandi linee politiche, civili e morali di quel progetto. Gli “altri”, invece – i Cavour, i Garibaldi, una certa diplomazia francese, il Foreign office e l’Ammiragliato britannico, nonché una certa Massoneria, strettamente coadiuvati, nei loro eterogenei e momentaneamente convergenti progetti, dai soliti gnomi della finanza cosmopolita internazionale – vedendoci “l’affare”, si affrettarono a togliergli il “tappetino” da sotto i piedi. E – cavalcando la schiena dell’ignaro e sempre beffato “popolo bue” – si impiegarono a realizzare quell’unità di facciata che serviva esclusivamente ai loro inconfessabili scopi: i tristi e furbeschi “ruschi” dell’Italietta di ieri e, purtroppo, ancora di oggi. Tra le due italiette, ci fù l’imprevisto. Nell’interregno, tra il 1919 ed il 1945, infatti, ad opera di un altro innominabile idealista, sorse il “castiga matti”. Sorse il Fascismo che, con tutte le sue forze – oltre a rompere le “uova” nel paniere al genere di intrallazzatori e di lestofanti di cui sopra ed alla loro brulicante e mai sazia progenie – cercò di riprendere e di trasmettere il “testimone” che Mazzini aveva lasciato in eredità agli Italiani degni di questo nome. La prova? E’ sufficiente citare ciò che scriveva negli anni ’30, da Mosca (URSS), l’allora capo del Partito Comunista Italiano (P.C.I.) Palmiro Togliatti (detto “il Migliore”…): « La tradizione del Risorgimento… vive nel fascismo ed è stata da esso sviluppata fino all’estremo. Mazzini, se fosse vivo, plaudirebbe alle dottrine corporative, né ripudierebbe i discorsi di Mussolini su ‘la funzione dell’Italia nel mondo’ ». Altro che le bavose, circostanziate e patetiche ”serenate patriottiche” della  venticinquesima ora… dei vari Napolitano e del resto della nostra cosiddetta “classe dirigente” (destra, sinistra, centro = kif kif…). Gente che oggi – dopo non essere riuscita a farci annettere dall’URSS, essersi accontentata di farci diventare una colonia americana, e dopo avere fatto di tutto, nel corso della sua esistenza, per minare e distruggere ogni riferimento ai principi ed ai valori della Patria – si ricorda ad hoc dell’Italia, e cerca di esaltarne ufficialmente (e moderatamente…) i pregi e le virtù, nella speranza – chissà? – di potere continuare perpetuare i lauti introiti delle loro immeritate prebende, tentando disperatamente di prolungare la vita del cadavere del loro sistema (ormai in piena decomposizione), con una semplice “flebo” caricata ad acqua di rubinetto.

Raffaele Morani – Secondo me Cavour, in negativo. Perché è riuscito nel bene e nel male, approfittando anche di eventi che non aveva programmato, a porre le basi affinchè un piccolo staterello come il Regno di Sardegna riuscisse ad annettersi tutto il resto della penisola. Si è rivelato un politico abile e cinico allo stesso tempo, senza dimenticare che una delle sue prime grandi operazioni politiche il cosiddetto “Connubio”, che sui libri di storia della scuola elementare veniva presentata come lungimirante a ben vedere è un’operazione trasformistica, un “ribaltone” parlamentare. Dopo le cose sono senz’altro peggiorate e siamo diventati il paese del “Gattopardo”, ma i “vizi” iniziali della politica italiana che ci hanno accompagnato in questi 150 anni partono dal modo in cui è nata l’Italia, e quindi da lì.

Antonio Pennacchi – Questo non lo so. Non so se ci sia un personaggio solo che ne significhi per intero il contesto. Fu “processo storico”, che coinvolse le élites più eterogenee, fatte di grandi eroi anche ingenui e senza macchia, ma fatte anche di grandi delinquenti, di gente che da giovane è stata eroe, ma che poi da adulta ha rubato e sulle spalle del popolo s’è avvinta al potere. “Non per questo!” recita Carducci, “abbiamo lottato”. Ma anche lui da repubblicano si fece monarchico (diceva però il mio professore che la conversione non fosse dovuta tanto a motivazioni ideologiche, quanto bungabunghesche, poiché convocato dalla regina, appena si videro si piacquero, e lui da lì uscì monarchico e lei incinta di Vittorio Emanuele III; che difatti non somigliava né a Umberto I suo presunto padre né a Vittorio Emanuele II suo presunto nonno, che erano due omoni alti alti. Ma somigliava appunto al Carducci che era basso e stortignaccolo. Però gli dava di martello. “Va’ a vedere mo’ se è vera”, diceva il mio professore).

Raffaele Perrotta – sognando a occhi aperti, nutro miei ideali di ‘impero’ e ‘imperium’, gli Stati Uniti di Europa, l’Europa-nazione com-posizione nella de-centrazione di Stati che vanno dai Baltici e Scandinavi ai Mediterranei, dal Portogallo alla Russia e territori ex-sovietici. ¿ma poi, che si dirà, in un ‘domani’ storico, della patria della nazione del popolo della Padania dello Stato? ¿che ne sarà di questo ‘umano troppo umano’?

Luca Leonello Rimbotti – Garibaldi è l’eroe popolare, il suscitatore delle energie attive intese a promuove l’orgoglio dell’appartenenza sopito dai secoli, in grado, per virtù carismatica, di risvegliare il necessario entusiasmo per passare all’azione. La capacità di infondere le motivazioni per superare il senso passivo dell’abbandono e dello scoramento è virtù di ogni eroe nazionale di questo spessore e davvero non sono molti i popoli che possano annoverare un personaggio di questa levatura, anche immaginale, anche mitica, senza la quale i movimenti rivoluzionari languono fra le maglie della politica di gabinetto, incapaci di mobilitare avanguardie e masse. Oltre l’ambiguità di qualche ombra, Garibaldi è figura storica di primo piano, con una sua – anche se imprecisa – ideologia di socialità nazionale, di promozione del senso solidaristico latente in una stirpe di antico conio. Ma il ns Risorgimento è ricco di figure positive, da un Cavour a un Pisacane – che a loro modo furono dei grandi – e non dimentichiamo certo un Gioberti, soprattutto un Mazzini, la “religione della Patria”…i lati positivi sono largamente superiori a qualche sbavatura che era nello spirito dell’epoca. Ma poi un Foscolo, un Leopardi, lo stesso Manzoni: ad onta dei ns ricordi scolastici, che ce li fecero pesare, oggi possiamo dire che furono tutti geniali ispiratori dell’idea di Patria, in senso nazionale e precisamente bio-storico, con connotazioni ad alta gradazione di passione, non blandamente “civile”, ma ben più visceralmente nazionale: la Patria per loro non era una costituzione, ma il popolo, il ns popolo, e la sua terra atavica. Ma poi pensiamo ai tanti minori: i poeti patrioti risorgimentali (il Mercantini, quello della “spigolatrice di Sapri”, o il Giusti, o il Berchet), ma fino a Carducci: questo, a mio vedere, vero genio di prima grandezza; ma poi un Botta, un Colletta, un Balbo, tutti da studiare o ristudiare… Fu faccenda borghese? Allora viva la borghesia, ma beninteso: quella borghesia. Nazionalista e idealista, col culto dell’azione armata per il popolo e la mistica della Patria dei padri….

Giovanni Tarantino – Garibaldi. Senza tenere conto delle sue imprese, delle gesta, i Mille e via discorrendo, anche e soprattutto per un concetto immaginario. È lui l’eroe dei due mondi. L’Unità d’Italia ha la sua faccia, i suoi baffi e la camicia rossa.

Fra il ritorno alle piccole patrie pre-unitarie e gli orizzonti di Europa-nazione, tu cosa scegli? E perché?

Arba – Sono contro l’Europa nazione ma per una stretta collaborazione economica. Le decisioni politiche devono restare ai parlamenti nazionali o federali. Niente grande mostro che impedisca di esternare le diverse anime europee.

Angela Azzaro – A diciotto anni ero indipendentista. Oggi grazia e dio non più. Penso che l’autodeterminazione dei popoli sia un grande valore, ma noto che spesso questo discorso diventa chiusura identitaria, piccola patria, un egoismo anche peggiore. Scelgo quindi l’Europa. Ma un’Europa che non sia in mano alle banche e soprattutto che non venga costruita come una fortezza per respingere i popoli che arrivano da altre parti del mondo. Penso invece a un’Europa che faccia dell’accoglienza e della partecipazione le sue qualità principali.

Giorgio Ballario – Europa nazione era uno slogan, bello e romantico, di molti anni fa. Niente di più. L’abbozzo di Europa unita che conosciamo adesso è una specie di Moloch burocratico gestito dai banchieri e dai loro lacchè politici, francamente credo che non sia un modello per nessuno, a parte per i pochi fanatici della tecnocrazia. Le piccole patrie pre-unitarie non sono una soluzione, anche perché dopo 150 non si può restaurare un passato visto più che altro con l’occhio della nostalgia. Lo spazio è tiranno, ma se devo pensare a uno scenario per i prossimi decenni immagino un’Europa dove gli Stati nazionali avranno ancora il loro peso e la loro importanza, ma il modello centralista di stampo un po’ giacobino cederà spazio a maggiori autonomie locali, qualcosa di più di un semplice federalismo municipale. E al tempo stesso l’abbattimento o la maggior permeabilità delle frontiere darà impulso alle aree economiche macro-regionali che, di fatto, esistono già da secoli.

Mario Bortoluzzi – Nell’Europa attuale è l’economia che tiene uniti i popoli attraverso una dittatura di burocrati, nemmeno eletti dalla gente. Parlare oggi, come faceva la  giovane Destra degli anni’70, di Europa Nazione può apparire utopistico però non trovo al momento nessuna Idea-forza sostitutiva a questa. A cosa si sarebbe andati incontro realizzando l’unità europea iniziando dall’unione economica lo spiegava appunto, già alla fine degli anni’60, un uomo come Adriano Romualdi, indicando un’altra  via che partiva proprio dalle Piccole Patrie, dall’Europa dei Popoli, dalle radici culturali e spirituali del vecchio Continente per la costruzione dell’Europa Unita.

Andrea Colombo – La seconda, perché più ci si allontana dalla comunità meno costrittivi diventano i vincoli sociali. Checché ne dicesse Codreanu ieri e ne pensi  la sinistra oggi, la comunità è orrore.

Michele De Feudis – La prospettiva glocal non deve diventare una delle tante utopie del nostro tempo. Se l’Italia proseguirà nel conferimento di pezzi rilevanti della propria sovranità ad un organismo sovranazionale, è essenziale una inversione di tendenza: nel Parlamento europeo, ostaggio di banchieri e burocrati, non devono andarci politici in gita, ma costruttori di un nuovo ordinamento, guidati dalla bussola di un nuovo patriottismo europeo.

Sandro Giovannini – Da ragazzo mi è capitato di urlare: Europa, Nazione, Rivoluzione !!!… è cambiato qualcosa?  Se è cambiato è per confermare al 1000×100 questi concetti… declinarli adeguatamente al crinale ciclico spetterà alla nuova élite da costruirsi…

Mario Grossi – Se ci fosse una linea guida unificante e condivisa e degli obiettivi che non si risolvano solo nell’Europa delle banche e dell’Euro allora non avrei dubbi. Così non essendo, mi trovo costretto a scegliere, se solo questa è la scelta, le piccole patrie che con ogni probabilità non risolvono nessun problema e chiudono, frammentandolo, ancora di più il panorama. Ma in questi casi io tendenzialmente scelgo sistemi a entropia crescente, nella speranza che dal caos si sviluppi sufficiente nuova energia cinetica da dirigere poi verso sistemi più grandi ma con obiettivi più decenti di quelli su cui si basa la presunta unione europea. Se fosse possibile una terza opzione, io molto volentieri guarderei alla quarta sponda e ad una congiunzione pan mediterranea che sento molto più conforme al mio modo di pensare.

Roberto Guerra – E’ necessario, forse, uno sguardo triplo… Certa accelerazione tecnoculturale, tutto è un villaggio globale, favorisce la riscoperta di identità “storiche” o immaginarie, persino regionali, ma non esorczzabili. Tra – con un esempio nostro, l’interfaccia tra ad esempio- Padania-(o Siclia) Italia-Europa- Terra (come pianeta e terrestri…) è orizzonte oltre interessante, tutto da esplorare, azzerando letteralismi fuorvianti. L’Europa Nazione è risorsa ancora inompiuta in tal senso, culturale…Ma la freccia , forse è è la Terra come Nazione degli Umani.

Alberto B. Mariantoni – Quando ero ancora un imberbe adolescente, feci questa scelta: Fascismo, Europa, Rivoluzione! Oggi, all’incirca mezzo secolo dopo – e nonostante le lunghe e tormentose traversie e le mille disillusioni ed amarezze vissute in loro nome – potrei rinnegare quella mia scelta di vita? La mia scelta, dunque – non per testardagine, ma per convinzione (o perché, fino ad oggi, non sono riuscito a trovare di meglio?) – resta la medesima: l’Europa dei “Popoli-Nazione”. Non, dunque, l’attuale “Europa” delle banche, dei banchieri e degli asettici burocrati di Bruxelles. Meno ancora, quella degli “Stati-Nazione” che considero, di sé per sé, il risultato di una soggettiva ed arbitraria “costruzione intellettuale” e, quindi, una vera e propria impostura! Per intenderci, l’Europa dei “Popoli-Nazione” è quella che – da sempre – già esite in natura. E’ sufficiente osservare la realtà che ci contorna e cercare di prenderne insegnamento. In altre parole – ed anche se la vasta maggioranza degli Europei sembra averlo dimenticato – è essere ciò che si è, ed esserne coscienti e degni.

Raffaele Morani – Scelgo senz’altro un’Europa-Nazione, perché senza nulla togliere alle piccole patrie, alle loro specificità culturali e linguistiche che vanno senz’altro salvaguardate e tutelate, penso che non si possa tornare indietro e che per affrontare le sfide di questo millennio che ci porta la globalizzazione (lavoro, diritti, migrazioni,), l’unico modo per non restare schiacciati ma riuscire anzi a governare questi fenomeni sia muoversi in un’ottica plurinazionale. Certo vorrei un’Europa-Nazione diversa da quella dei burocrati dell’UE, un’Europa più attenta ai bisogni e diritti dei cittadini che alle esigenze delle banche o multinazionali, in politica estera più autonoma dagli Usa ed incisiva, un’Europa che non si chiude in se stessa come una fortezza assediata e si rivela  veramente aperta al dialogo, al confronto con l’altra sponda del Mediterraneo.

Antonio Pennacchi – Ah, quello che scelgo io è del tutto indifferente: la Storia va dove cavolo pare a lei. Che ci posso fare io? Io sarei per l’Europa Nazione. Ma mi pare che è l’Europa che non vuole essere una nazione. Si sbrigassero. Si alleassero almeno Germania e Francia, facessero un bell’esercito comune e ci venissero a invadere una volta. per tutte. Se non siamo capaci noi a costruirci uno Stato, venissero ad imporcelo loro, e ci pensassero poi le armate franco-tedesche a farci pagare le tasse, a non parcheggiare più in doppia fila e a mettere in galera i delinquenti (non nei consigli comunali invece, o regionali o al parlamento), a riaprire i casini (ma ti pare a te che se vado a puttane io sulla Pontina, mi corrono appresso i carabinieri. E a lui invece sono proprio i carabinieri a portargliele a casa? Non è per dire, Miro, ma scoparsi le minorenni era proibito severamente pure sotto il fascio).

Luca Leonello Rimbotti – A mio parere l’Europa si può coniugare, come la storia ci ha mostrato, solo nei termini di un’aggregazione di Stati a sovranità limitata stretti attorno ad un polo egemone, in grado di reggere la naturale competizione con concentrazioni continentali extra-europee; oppure in qualità di Stati confederati uniti su base semplicemente costituzionale, alla maniera americana. La seconda opzione – sciagurata in quanto ignara del valore-nazione e portatrice del generico e quanto mai nefasto patriottismo dei diritti individuali – è di difficile attuazione in Europa, dove ogni nazione ha – ancora per poco – forti connotati identitari derivanti da storie plurisecolari. In ogni caso, un’Europa-nazione non esclude, ma al contrario presuppone il solidarismo storico-territoriale delle “piccole patrie” regionali, le quali possono convergere in tutta naturalezza nella più grande Patria comune europea, omogenea per bio-storia, cultura, tradizione, etc. L’Europa attuale, semplice agenzia cosmopolita ostile ai popoli-nazione, e favorevole all’ammasso casuale di individui, è estranea al progetto dei protagonisti dell’Unità italiana: questi ragionavano sulla base dell’identità genealogica dei popoli, sulla loro parentalità garantita da convivenze di antica data. Il funereo progetto massonico-anabattista di provenienza americana oggi imperante sovverte i valori risorgimentali, che erano innestati sulle specificità dei popoli e sulla loro conformazione naturale: prima di tutto si parlava – oltre che dei doveri – dei diritti dei popoli, e non degli individui.  In tutti i casi, ad una Europa al servizio della Borsa e degli interessi snazionalizzatori, preferisco senz’altro un’Europa imperiale, ma foss’anche all’austriaca, per intenderci, anche reazionaria, anche codina, anche confessionale – guarda cosa mi fai dire… Al nulla micidiale del costituzionalismo apolide preferisco di gran lunga un’aggregazione europea multinazionale, ma non certo in senso globalizzatore, bensì nel senso di una convivenza di popoli diversi, ognuno nel suo spazio geo-storico che ne salvaguardi l’identità, e guidati da un’unica volontà politica. Un’Austria “dinastica” la si può anche mutare – come è stato fatto – in  un mondo di nazioni un domani unificabile da una forte capacità decisionista. L’Europa dei finanzieri, al contrario, sarà ben presto immodificabile, promette solo catastrofe, poiché svelle alla radice l’idea stessa di popolo.

Giovanni Tarantino – Senza dubbio gli orizzonti di Europa-nazione. Che, va da sé, è ben altro che l’Europa dei banchieri e dell’euro. Nulla contro l’euro in particolare, ma una moneta da sola non fa l’unità. E un Europa-nazione, a dimensione comunitaria prima che economica, cercherebbe una soluzione alla crisi libica. Le ragioni della mia scelta sono diverse. Una su tutte: l’Italia aveva caratteristiche unitarie ben prima dell’Unità politica del 1861. È vero, c’erano anche tante differenze e campanilismi d’ogni sorta. Ma pensando ad esempio alla lingua, fattore unitario per eccellenza, le origini dell’italiano risalgono al’200 e ai siculo-toscani. L’italiano precede l’Italia. Penso allo stesso modo che anche per quanto riguarda l’Europa esista un retroterra di esperienze comuni e culture che un domani potranno farci sentire popolo. Magari riscopriremo che l’Europa era già Roma.

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