Stefano Pivato. Il secolo del rumore

Mario Grossi

Uno non se ne accorge subito. Quando cambia il panorama che lo circonda o quando si modifica lui stesso. Il cambiamento è quasi sempre impercettibile e si realizza per piccole sfumature tanto che tutto sembra immutabile e tutto sembra identico a quello che è sempre stato. Non è così, banale dirlo, ma quando, alla fine, sperimentiamo il drastico cambiamento avvenuto fuori o dentro di noi, ne sia stupiti.

A me è capitato quando smisi qualsiasi attività fisica, poi fortunatamente ripresa. Mi sentivo in forma, come sempre pronto a correre e a saltare. Poi una sera, rientrando a casa, mi accorsi che stavo arrancando nel completare una rampa di scale che mi separava dalla porta. Fui stupito per quel fiatone che improvvisamente irrompeva sulla scena, inaspettato.

Così è per il paesaggio urbano. L’unico cambio veramente evidente è quando, a seguito di un bombardamento, una città viene rasa al suolo e all’occhio pare evidente la modifica. Ma in tempo di pace tutto è più sfumato e ambiguo. I negozi sembrano gli stessi, ma passano di mano, le insegne vengono sostituite, un edificio viene ritoccato, un altro cambia destinazione d’uso e quello che sembrava immobile e definito nel tempo, si è talmente stravolto da assumere una forma completamente nuova e sconosciuta solo alcuni anni prima. Se invece torniamo nella nostra città dopo anni d’assenza ci sembrerà di essere piombati al centro di una realtà aliena del tutto sconosciuta, come ha magistralmente raccontato Phil Dick nell’ultimo suo romanzo pubblicato da Fanucci La città sostituita.

Ciò che cambia però non è solo l’ambiente visivo circostante, con le sue strutture, i suoi colori, i suoi materiali. Quello che cambia, ed è cambiato, è anche il paesaggio sonoro che ci circonda.

Prenderne coscienza non è operazione immediata, è necessaria una riflessione e ad aiutarci in tal senso è arrivato nelle librerie un saggio di Stefano Pivato, Il secolo del rumore, edito da Il Mulino.

Il punto di partenza è che ci siamo abituati nel corso dei secoli a osservare il mondo, ma non abbiamo capito abbastanza che il mondo non si guarda, si ode. Non si legge, si ascolta. E che una società può essere giudicata in base ai rumori che produce, senza mai farsi tentare dalla scorciatoia demonizzante, facile da prendere in una società in cui il fragore degli schiamazzi tende a invadere ogni spazio, che il rumore sia perversione. In fondo la vita è rumore, la morte è silenzio.

Che il rumore sia un paludamento che ormai avvolge ogni ambito della nostra vita, è scontato dirlo. Che il rumore sia assurto a nuova divinità del nostro secolo è però cosa diversa, tanto che l’autore ci dà immediatamente un piccolo esempio di che come sia cambiato il senso profondo del rumore.

I fan della Ferrari vanno matti per un cd che riproduce, in una ventina di brani in successione, il rumore prodotto dai motori di altrettanti modelli di macchine da corsa del Cavallino rampante.

Da questa trasformazione che fa di un fastidioso rombo, un oggetto di arte musicale prendono spunto tutte le osservazioni contenute in questo vero e proprio percorso che parte dall’Ottocento e che ci conduce nel Novecento e nel primo decennio del Duemila appena trascorso.

Si parte da una prima considerazione che necessita però di una lunga dissertazione, tutta la prima parte del saggio, per evitare la troppo facile semplificata contrapposizione tra ieri e oggi.

L’Ottocento è il secolo del silenzio da cui si svilupperà il Novecento, il secolo del rumore.

Il secolo scorso, è evidente, non è un secolo di muti nel quale non si solleva neanche una piccola vibrazione sonora. L’Ottocento è pieno di rumori e di suoni ben strutturati e circoscritti, che delineano, a fianco dei silenzi, luoghi, tempi, ambiti strutturati e riconoscibili.

I suoni o i rumori diurni del lavoro che si contrappongono ai silenzi notturni. La contrapposizione tra le descrizioni caotiche delle città che non hanno un frastuono equiparabile alle megalopoli di oggi e la calma dei paesaggi agresti.

Il rumore è anche di genere nell’Ottocento. Le donne private della parola sono come dei convitati di pietra nei salotti borghesi, in cui la ciarla è affidata alla voce dei maschi. Quando si approprieranno anch’esse della parola il rumore si innalzerà di tono inevitabilmente.

Così com’è classista. Gli interni delle famiglie borghesi sono colonizzati da dialoghi in cui, per buona educazione (un po’ ipocrita per la verità), i toni bassi e sfumati sono la regola. I caseggiati proletari e popolari sono invece invasi dalle urla, dai rumori, dal vociare assordante degli occupanti.

L’etica del silenzio, che assume i toni dell’ascesi in ambito religioso, è il riferimento del patinato e falso mondo borghese che tenta in tutto e per tutto segni distintivi rispetto al volgo.

In questo secolo non mancano certo i frastuoni delle fabbriche, ma la rivoluzione industriale non ha ancora completamente spiegato le sue ali e non ha colonizzato con i suoi rumori tutti gli spazi. Così come sui campi di battaglia di rumore se ne sente, ma anche qui non assume quella forma di rombo assordante che tutto riempie come sarà nel secolo successivo.

È col Novecento che si assiste a una vera e propria impennata del volume sonoro della società. Che parte dalla sua giustificazione artistica e filosofica.

Con il futurismo il rumore acquista uno spessore e una consapevolezza che lo pone al centro dell’attenzione, come la colonna sonora che accompagna, insieme alla velocità e alla tecnica, la trasformazione dell’ammuffito mondo precedente.

Nel Novecento si assiste a uno sviluppo incessante del rumore in tutti campi.

In quello stradale la locomotiva, che relegava i suoi rumori nel ristretto ambito delle strade ferrate e delle stazioni cede il passo all’affermarsi dell’automobile che si appropria, in poco meno di cento anni, di tutti quei luoghi prima inaccessibili.

Basta qualche numero per capirne l’entità. Nel 1907 circolano in Italia 3742 automobili, quasi tutte concentrate in Lombardia e Piemonte. In Puglia se ne contano 28, 8 in Calabria, e solo 4 in Sardegna.

Nel 1954 le auto sono diventate 700000. Nel 2008 il parco delle vetture circolanti è di circa 35 milioni. E questo significa non solo 35 milioni di motori accesi e rombanti ma anche 35 milioni di clacson pronti a colpire, come è, in modo divertente, raccontato nel saggio che pone il film di Pietro Germi Il sorpasso come pellicola di riferimento di questa trasformazione.

Questa esplosione crescente del rumore è corroborato da un cambio di opinione nei confronti del rumore «Se nell’Ottocento il rumore evoca disordine e scompiglio, nel Novecento richiama invece un’immagine di sviluppo e di progresso».

Naturalmente non manca la descrizione dei nuovi rumori che invadono gli spazi più intimi . Nel Novecento compare per la prima volta il trillo del telefono (come questo suono si sia appropriato di ogni luogo è superfluo raccontarlo), poi affiancato dagli elettrodomestici e della televisione in ambito casalingo. Negli ambienti esterni all’automobile, ai tram, agli autobus, si affianca il sibilo lacerante degli aerei di linea.

Il capitolo più interessante, e che mi rinfranca dopo tutta quest’orgia di suoni inquadrati in una caratterizzazione negativa, è però quello riguardante la politica che può essere letta come una metafora del rumore e che, seguendola nel suo sviluppo, dà chiaramente ragione di come il rumore sia catalogabile tra le benedizioni o le maledizioni alternativamente.

A cavallo dei due secoli, ma pienamente sviluppandosi nel Novecento irrompe sulla scena politica il comizio.

La politica, fatta per pochi, nei luoghi ristretti e silenziosi come i salotti, i gabinetti politici, le aule chiuse del Parlamento, si appropria delle piazze proprio grazie ai comizi che assumono il connotato di vera rappresentazione liturgica. I canti, le bandiere, gli inni, gli schiamazzi, lo scalpitare dei cavalli (poi sostituiti dalle camionette), la voce roboante dei politici che si spiega dal palco, la stessa retorica del comizio, in cui si chiede alla folla il suo accordo, restituito in forma di applauso o fischio o tumulto.

L’introduzione poi degli altoparlanti permette al volume di innalzarsi ancora di più.

Sulla scorta di questo fragoroso irrompere della politica che si fa di tutti, soprattutto dei proletari e di quei diseredati che non avevano mai avuto voce fino allora, anche i giornali aumentano il loro volume muto.

Nascono infinite testate che, in maniera onomatopeica, sottolineano questo rumore partecipativo che cresce.

I loro titoli sono delle vere e proprie citazioni acustiche: Il grido del Popolo, Il grido degli oppressi, Il grido della folla, Il grido della rivolta, Il grido della libertà, il grido del proletariato. Ma anche La fanfara, la squilla, La sveglia, La campana socialista, L’araldo.

Tutto questo rumore benedetto, che strappava intere folle da quell’inanità silenziosa in cui erano rimaste per secoli, si trasformerà via via, fino ad assumere lo squallido chiacchiericcio dei talk show politici che invadono le nostre case attraverso i televisori, rigettando ancora una volta il rumore nel calderone dei suoni perversi.

Una pulsazione quindi che fa del rumore non un nemico da combattere costantemente e neppure un amico da coccolare in nome di una vitalità talvolta assai mal riposta.

Quello che alla fine, questo saggio mi rimanda, è una storia che segue il crinale della globalizzazione. Con il passare del tempo si assiste ad una distribuzione liquida del rumore che spalma di suoni, che alzano costantemente il volume, sempre più identici e omologati, il mondo intero. Una colonizzazione che tende a cancellare il limite, necessario per essere oltrepassato o per tornare indietro, tra rumore e silenzio.

Limite che è stato cancellato già da tempo, anche tra il buio e la luce, tra la notte e il giorno. Limite che si vorrebbe cancellare, sopprimendo qualsiasi confine, in nome di un “Uno Mondo” che appare sempre più angosciante per il ribelle che non troverebbe più nessuna nazione pronta ad accoglierlo come esule, per il solo motivo che non ce ne sarebbe più una, se non la sola.

Alla fine mi viene quasi la voglia, dopo aver letto questo saggio, per certi aspetti illuminante, per altri abbastanza scontato, di sperare che si avveri quello che Carl Schmitt nel suo Donoso Cortes scriveva:”Per lui la Storia Universale è soltanto il beccheggiare di una nave alla deriva con un equipaggio di marinai ubriachi che ballano e cantano a squarciagola finchè Dio non affonda la nave perché torni a regnare il silenzio”.

Che sia Dio o il grande fragore della Bomba poco importa perché come ci ricordano i Nomadi “Noi non ci saremo!”.

Mario “vox clamans in deserto” Grossi

Frascati, 27 febbraio 2011

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