Secessioni Pontine

Antonio Pennacchi

A Terracina stanno incazzati come bestie, o almeno così dicono i giornali. Dice: “Ma tu credi ancora ai giornali?”. No, che c’entra, dalle parti mie lo sanno pure i ragazzini che sui giornali c’è sempre scritto un mare di cazzate. O meglio, scrivono le cazzate soprattutto quando scrivono le cose che non piacciono a te. Quando scrivono le cose giuste per te, invece, scrivono la verità. Come le intercettazioni Telecom e gli scandali del calcio: è chiaro che se a mangiare casa del designatore degli arbitri, a pranzo o a cena, ci andavano Moggi o quelli del Milan, è chiaro come il sole – lo vedono tutti – che è Calciopoli. Ma se poi qualche volta ci andavano pure quelli dell’Inter, che c’entra? Lì non c’è niente di male, ma che stai a scherzare? (Marcello Veneziani l’altro giorno sul Giornale[1] faceva notare come, se il figlio del caposcorta di Veltroni – quando era sindaco di Roma Veltroni – veniva assunto all’Atac, non c’era niente di male. Ma se invece il figlio del caposcorta di Alemanno viene assunto all’Atac quando è sindaco Alemanno, allora lì sono figli di puttana e si debbono dimettere. Pressappoco come gli incidenti sul lavoro, quelli che una volta si chiamavano ‘omicidi bianchi’. Se la strage avviene alla Thyssen Krupp, è chiaro che è figlia di puttana la Thyssen Krupp. Se poi muoiono degli operai in una cava o una cisterna in Sicilia, è altrettanto chiaro che è figlio di puttana il padrone della cava o della cisterna. Ma se invece muoiono disgraziatamente cinque operai in una raffineria Sapras in Sardegna, allora lì tutte le televisoni e i giornali ti fanno vedere le foto dei Moratti in visita, afflitti e sofferenti come Cristo in croce: “Madonna, poveracci, che cosa gli è capitato”. Dice: “Ma tu ce l’hai coi Moratti?”. No. Assolutamente. Io ce l’ho coi giornalisti. E manco sono amico di Marcello Veneziani, che ho visto una sola volta in vita mia e non credo neanche che ci siamo piaciuti molto.)

Comunque – tornando a Terracina – pare che lì stiano incazzati e pare soprattutto che stiano incazzati con me. LatinaOggi dell’8 dicembre scrive: «Pennacchi e la voglia di secessione – Antonio Pennacchi suggerisce, magari con una battuta, l’ipotesi di fare un Comune unico tra i Borghi di fondazione? Ebbene, c’è qualcuno a Borgo Hermada che lo prende sul serio. Dopo la visita dello scrittore pontino (…) i residenti della frazione non sembrano più gli stessi. E’ bastata una provocazione, quella fatta dallo scrittore sulla profonda diversità tra i cittadini del Borgo e quelli della città (di Terracina, ndr) per riaccendere la fiamma dell’autonomismo (…) E ora sembra che, più o meno seriamente, c’è chi sta raccogliendo firme per chiedere, appunto, di staccare Borgo Hermada da Terracina e fare Comune a sé. Una eventualità, a dire il vero, impossibile per legge»[2]. Vedi allora che è proprio vero che i giornali dicono solo bugie, menzogne e falsità? Ma quale “provocazione”, quale “battuta”? Io dicevo per davvero, li possin’ammazzà. Ma mo’, secondo te, io vado in giro a fare battute e raccontare barzellette? E chi sono io, Berlusconi? Mo’ domani vado a Zelig, no? Ma vattela a piglia’ in quel posto tu e i giornali.

La questione è che la provincia cosiddetta “di Latina” est divisa in partes tres. In centrum stat Montania Lepina. In septentrionem Agrum Venetum-Pontinum. In meridionem – ad partirem dam Tarracinam – Napolitaniam Puram, terra maxima infidelium.

La dorsale Lepino-Ausona – che corre dai Colli Albani fino appunto a Terracina – ha diviso per secoli e secoli, come linea proprio di confine, gli Stati Pontifici dal Regno di Napoli e poi delle Due Sicilie. Di qua il Lazio – gli Stati della Chiesa – e di là, subbitum dopum rupem Tarracinorum, i napoletani. C’era proprio la dogana coi soldati armati e la guardia di finanza di quella volta là. Se tu vai ancora adesso da Terracina verso Monte San Biagio, la vedi ancora in piedi con due torri rotonde e in mezzo – fra le torri – la porta con le catene. Per venire di qua ti ci voleva il passaporto. E così è stato – di qua il Lazio e di là la Campania, provincia di Napoli prima e poi di Caserta – fino a che è arrivato il fascismo.

E’ stato il Duce che ha cambiato i confini, e così come Amintore Fanfani che con un tratto di penna sul progetto disegnò un curvone, cambiando il tragitto dell’Autostrada del Sole che doveva passare per Siena e lui invece la fece passare per la sua Arezzo vituperio delle genti (che da giovane, quando facevo l’autostop, ci sono rimasto otto ore e mezzo al casello una volta, che nessuno si fermava, e che l’ultima volta che ci sono stato, invece, in albergo m’hanno fatto schiattare, c’erano settanta gradi perlomeno, un forno crematorio quella stanza, il riscaldamento a palla; ho dovuto aprire tutte le finestre di notte ai primi di dicembre che fuori si gelava, ma dentro ti si fondevano pure le ovaie), così il Duce ridisegnò i confini del Lazio perché gli pareva troppo piccolo e inadeguato a contenere l’aura e l’imperium di Roma: “E che faccio, una capitale così importante e grandiosa con un Lazio attorno così piccoletto? Vie’ qua, Lazio, che ti ridisegno io!”

Prima, il Lazio andava solo da Viterbo a Terracina e in là – verso l’interno – arrivava sì e no a Tivoli e Subiaco. Mica c’era la provincia di Rieti. Rieti era Abruzzo, proprietà dell’Aquila. Lui l’ha fatta ex novo provincia: “Ego te baptizo Provincia di Rieti”. Per darle poi le terre, un po’ le ha rubate all’Aquila e il resto a Terni e Perugia, all’Umbria.

Magliano Sabina per esempio – terra gloriosa dei Cencelli – era provincia di Terni, era Umbria. E lui l’ha fatta Lazio in provincia di Rieti. Adesso però – quella è terra dei Cencelli! ripeto – che la Polverini gli vuole chiudere l’ospedale, i maglianesi si sono incazzati anche loro e stanno raccogliendo le firme per fare la secessione e tornare con l’Umbria: “Tornemo co’ Terni, vaffanculo, e vederai che Terni ce lassa gliò spedale” (io gli ho detto: “Ma se dovete secessiona’, secessionate con Trento e con Bolzano puttanaeva, che vi danno più finanziamenti e vi fanno pagare pure meno tasse”).

Nella parte di sotto invece, il Duce per ingrandire artificialmente il Lazio rubò alla Campania. Non solo da Terracina in giù – Fondi, Sperlonga, Itri, Gaeta, Formia – ma pure da Ceprano in poi. Mica era Ciociaria Cassino, per esempio. Cassino era Regno delle Due Sicilie anche lui.

Comunque, se li vai a sentire, i reatini parlano ancora abruzzese e i maglianesi ternano. E a Fondi, Sperlonga, Itri, Gaeta, Formia – e pure Cassino – parlano napoletano, mica laziale. Le lingue, le nenie, gli accenti, i dialetti sono più forti – che ci vuoi fare? – anche dei dettami di un Duce. Mica basta un tratto d’imperio per cambiare le lingue e le culture delle genti. Che gli è bastato a Fanfani scippare l’autostrada a Siena e farla passare per Arezzo, per fargli poi capire ai paesani suoi che a una cert’ora è meglio spegnerlo – o quanto meno metterlo più basso – il riscaldamento? Ognuno quindi – anche se gli cambi i confini – continua a parlare come gli pare a lui. E in provincia di Latina, così, si parlano almeno quattro o cinque lingue diverse.

Dice: “E come fate? Ma insieme ai conflitti linguistici non s’accompagnano pure sempre i conflitti di civiltà?”. Certo, e come no? Ma che vuoi che facciamo? Noi non facciamo altro che litigare. Vattela a piglia’ col Duce, mo’.

Sulla dorsale lepina, in ogni caso – fino a Terracina, ma Terracina esclusa – parlano un dialetto osco-centrale, lo stesso dialetto dei Colli Albani e di tutta l’area intorno a Roma e fino a Tivoli e Frosinone. Non il romanesco però, che stava solo a Roma-città e che era una mutazione determinatasi nell’incrocio di quell’originario osco-centrale con le influenze toscane portate da tutti i papi, gli artisti e le maestranze del Rinascimento. T’avranno rifatto tutte le chiese e i palazzi, però t’hanno pure imbastardito la lingua. Il romanesco oggi non è che una variante toscana.

Quello che invece si parlava intorno a Roma e fino a Terracina – ma Terracina esclusa però, ripeto – è il laziale, il ciociaro, il burino diciamo così. Anzi, il povero Enzo Siciliano sosteneva che scrivessi “burino” anche io. Certe litigate mi ci sono fatto: “Ma parli tu, che i tuoi erano calabresi?”. Lui però insisteva, diceva che scrivessi nel «tono misto del parlato pontino (di origini venete e insieme burino-romanesche)»[3].

Di là dalla dorsale poi – dopo Terracina, come detto – si parla da secoli e secoli il napoletano. E fin qua non ci piove. Ti ci voleva il passaporto, ripeto.

Da quest’altra parte invece – nella piana chiamata adesso Agro Pontino – fino a tutti gli anni Venti del Novecento non si parlava proprio. Non si parlava per niente perché c’erano le Paludi Pontine, il deserto “paludoso-malarico”.

Dice: “Non è vero. Ci venivano ogni tanto i pastori della Ciociaria, i butteri e i cacciatori di Cisterna a cavallo e qualche famiglia poveraccia bassianese a piantarcisi un po’ di granturco in mezzo a qualche radura”. Sì – e tutti questi parlavano, è vero, il ciociaro o burino-oscocentrale che dir si voglia – ma solo d’inverno però.

D’estate – quando qui impazzavano la malaria e la zanzara anofele – quelli restavano tutti ai paesi burini loro e in palude non c’era nessuno. Deserto appunto. Chilometri e chilometri di landa assolata e sterminata con tutti i miasmi, il putridume, l’afrore e l’umidità degli stagni acquitrini e pantani che esalavano d’attorno, e tu con l’afa d’agosto – oltre alle zanzare – ti sentivi scoppiare, fondere e fumare le cervella ancora peggio che sotto il riscaldamento a palla di un albergo ad Arezzo, senza sentire la lontana voce d’un cane. Altro che dialetti, non parlava proprio nessuno qua. Sentivi solo ogni tanto il “puà-puà” della folaga e – per il resto – dalla mattina alla sera e certe volte pure tutta la notte, solo cori e cori e gracidare di ranocchie. Altro che osco-centrale.

Nelle Paludi Redente quindi – nell’Agro Pontino – siamo noi veneti, friulani e ferraresi che abbiamo cominciato per primi a parlare sul serio. Anche d’estate. Non solo d’inverno. Siamo noi che abbiamo popolato questa terra, fecondandola col nostro seme e il nostro sangue. Nati dalla terra. Anzi, padri e madri della terra stessa, che abbiamo prosciugato dalle acque. Dice: “Ma mica le hai prosciugate tu. Sono stati i vostri padri a scavare i canali”. Embe’? E non c’ero anche io, in loro, mentre lo facevano? Noi siamo i figli dei Giganti: «Unus erat cum illo et in illo a quo traxit quando quod traxit admissum est[4] dice sant’Agostino. E san Paolo invece: “Et ita in omnes homines pertransivit, in quo omnes [scava]verunt»[5] Fallo tu, se sei capace.

Dice. “Vabbe’, ma che lingua parlate adesso a Latina?”.

Bisogna vedere. A Latina città si parla latinese, che è una variante del romanesco. Non burino. Romanesco. Quando ero ragazzino in seminario, ma pure adesso, quando vado in giro, ogni tanto mi pigliano per toscano: “Grossetano?” mi chiedono. “No, senese”, rispondo io. Aretino mai.

Mentre la campagna difatti, e tutto il resto dell’Agro Pontino furono popolati con queste tremila famiglie di dieci persone l’una – tentamila persone portate giù in tre anni dal Friuli, dal Veneto e dal Ferrarese a popolare la terra promessa – Littoria-città, quella che poi è divenuta Latina, fu popolata con il personale impiegatizio reclutato a Roma. Li presero lì, nei ministeri, e li portarono qui armi e bagagli con tutte le famiglie appresso. Anzi, all’inizio non proprio appresso.

Il fascio gli aveva fatto tutte le case – belle case dell’Incis e dell’Ina, palazzi e appartamenti grandi da ceto medio-impegatizio proprio come quelli di Roma piazza Bologna, via delle Province eccetera – ma quelli non ci vennero. Le mogli preferivano restare a Roma: “E che so’ matta? Mo’ vengo in palude?”.

Allora i mariti – gli impiegati – facevano avanti e indietro Littoria-Roma. Pendolari in sede disagiata. Pigliavano la littorina la mattina e se ne tornavano il pomeriggio a casa. Con gli appartamenti nuovi nuovi di Littoria vuoti. Fu il prefetto Giacone – un’altra specie di Cencelli, l’eroe nostro, il Pater Patriae fondatore della città e proconsole in Agro – che alla fine si fece girare i coglioni.

Lui vedeva tutti i giorni – di giorno – la città piena e la sera però, se gli veniva voglia di uscire dalla prefettura e farsi una passeggiata, trovava sempre Littoria spopolata, neanche un cane in giro, una faccia conosciuta: “Ma che fine hanno fatto tutti quanti?”. Poi alzava la testa a guardare i palazzi e non vedeva neanche una finestra aperta, una luce accesa. Manco in bagno od in cucina. “Eccheccazzo”, ha detto allora Giacone e ha mangiato la foglia. “E che le abbiamo fatte a fare ste città?”. Così s’è informato meglio tramite l’Ovra ed il questore, e una mattina presto, quando la littorina è arrivata a Littoria Scalo e tutti gli impiegati sono scesi come una fiumana per venire a lavorare, invece della corriera fuori della stazione hanno trovato i camion della milizia e il prefetto Giacone che li ha fatti schedare uno ad uno con le baionette puntate, li ha imbarcati e gli ha detto: “Da oggi in poi, chi non risiede stabilmente a Littoria sono cazzi suoi”. Ed è così che sono venute pure le mogli e tutti i figli e s’è popolata pure la città. Parlando romanesco.

In campagna invece abbiamo continuato a parlare i dialetti nostri settentrionali, anche se non sono rimasti dei dialetti puri. Man mano si sono contaminati. Prima tra di loro – tra veneto, friulano e ferrarese – poi con l’osco-lepino e il romanesco latinese.

Dice: “E il terracinese? A Terracina-città che lingua parlano?”

Terracina? Terracina è una storia lunga. La vediamo la prossima volta.

(1.continua)


[1] Cfr. il Giornale, 12.12.2010.

[2] LatinaOggi, 8.12.2010.

[3] E. SICILIANO (a cura), Racconti italiani del Novecento, Tomo terzo, Milano 2001, pag. 1109.

[4] Sant’Agostino, Epistole, 98, 1.

[5] San Paolo, Romani, 5, 12.

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