S. Messina. Le forme di cui sono fatti i sogni

Carlo Fabrizio Carli

Quella che segue è l’introduione di Carlo Fabrizio Carli al libro fotografico di Sebastiano Messina: Le forme di cui sono fatti i sogni (Heliopolis Edizioni, 2011, € 15).

La redazione

SEBASTIANO MESSINA
OLTRE LA FOTO SURREALISTA
Carlo Fabrizio Carli

Analogamente ad altre espressioni artistiche – a cominciare da quelle canoniche: pittura e scultura; e, se possibile, in forma ancora più perentoria di esse – la fotografia possiede una capacità forte, per così dire sciamanica e magica, che le consente di fermare e fissare l’attimo, altrimenti fugace e irrecuperabile; in poche parole, di sconfiggere, in qualche misura, l’oblio e la morte, che insidiano costantemente la nostra esistenza.

Eppure ci si imbatte qui in un’aporia, derivante dalla diffusione abnormemente moltiplicata, incontrollata e incontrollabile, degli scatti e degli apparecchi fotografici. Associati ormai a quell’altro strumento esemplare della inflazione comunicativa che è il telefono cellulare, essi rendono l’immagine fotografica, e la sua stessa valenza alchemica, inflazionati anzi, a voler usare questo termine duro ma espressivo, profanati, dal loro impiego banale, distratto, automatico.

Si dirà, in serrata analogia, che anche il potere rivelatore della parola poetica rischia costantemente di essere scalfito dalle sdolcinate banalità delle legioni di dilettanti versificatori; o che stuoli, non meno affollati e banali, di pittanti domenicali minacciano di offuscare la forza ancestrale della pittura.

Ma la differenza consiste innanzitutto nella dimensione del fenomeno, che, nel caso dei fotografi, è approdato all’indifferenza del gesto automatico, irriflessivo. Non voglio qui evocare spettri superstiziosi: ma, com’è noto e come testimoniano molti ritratti del tempo e le mani dei ritrattati, atteggiate ad inequivoche attitudini apotropaiche, all’inizio della pratica fotografica, era diffusa la convinzione che il procedimento, fissandone i lineamenti, sottraesse all”effigiato una porzione seppur minima della sua sostanza vitale. La fotografia, era percepita, insomma, ed è quanto qui ci interessa, come una sorta di procedimento magico, che meritava pertanto – come meriterebbe ancora oggi – di essere avvertito e rispettato.

Il modo di intendere la fotografia da parte di Sebastiano Messina non soltanto risarcisce la disciplina dell’offuscamento provocato dalla banalità abnorme del suo utilizzo, ma, grazie all’impiego diffuso di studiate sovrapposizioni e assemblaggi di disparate immagini, recupera anche parte della capacità misteriosa e creativa del procedimento fotografico. In realtà, da molto tempo siamo ben consapevoli che la presunta verità, l’apparente oggettività dell’obbiettivo fotografico null’altro è che una illusione, una chimera, in quanto una foto disvela la personalità dell’autore; ed anzi una immagine fotografica ci appare tanto più interessante e significativa quanto più nitidamente denuncia la cifra del fotografo.

Nel caso di Sebastiano Messina non sussiste poi nessun equivoco di mimesi nei confronti della realtà fenomenica: ciò che interessa al nostro artista è, se non la sostanza, certo la “forma di cui sono fatti i sogni”. Il fotografo può essere artista – precisa egli stesso – “quando smette di riportare la fedeltà dei fatti, per essere il reporter della propria mente”.

Eccoci, insomma, calati nella dimensione onirica e dello straniamento, della decontestualizzazione e della sorpresa; in una parola, nella dimensione surreale. E “fotografia surreale” Messina definisce difatti il suo lavoro ventennale con obiettivi e camere oscure, pur precisando che, nel corso degli ultimi anni, esso si è andato decantando, prendendo le distanze da ideazioni di impronta più marcatamente cerebrale, a favore piuttosto della valenza simbolica, dove il mistero, il grande mistero del mondo, dischiude spontaneamente il dominio della sacralità.

Messina, che è studioso di filosofia ed è ben allenato speculativamente, precisa con molta chiarezza le motivazioni della sua predilezione per le immagini surreali, intese alla stregua di una “nemesi sull’aridità e ineluttabilità del reale”, tuttavia mai avvertite “come qualcosa che fosse nemico o fungesse da alternativa alla razionalità”. Semmai Messina le intende come «un’arma in più per la ragione, una sorta di ali che le permettessero il salto oltre gli ostacoli che le appaiono alla fine di ogni sentiero, percorso al limite dell’estensione delle sue possibilità».

«Porre in immagini […] le immaginazioni – sono sempre parole di Sebastiano Messina – dare forma ai sogni, alle fantasie, alle ombre; a ciò che si prefigura vero, e a ciò che è palesemente falso, e che diventa vero, perché vera è la rappresentazione che ne facciamo».

Si vedano immagini (ne cito solo alcune, a scopo esemplificativo)  come Una calda giornata, Fish eye, Pensiero debole: qui il contesto è quello di una lucida e razionalmente condotta visionarietà, di marca propriamente surreale. Ma, come avvertito dall’artista, lo spettro delle valenze e delle attitudini va progressivamente arricchendosi: ecco, ad esempio, il filtrare discreto della storia in Naufragio a Navarino, dove l’allusione interpretata dallo scafo disalberato e incagliato, è diretta alla nota battaglia navale del 1827, in cui la flotta anglo-franco-russa annientò quella ottomana.

La dimensione surreale si articola talvolta in quella, per certi versi affine, sui registri della metafisica dechirichiana; come in immagini tra le più felici ed evocative, a mio avviso, di questo repertorio di Messina, (L’Angelo ignoto) che è poi un’inquadratura di due rocchi scanalati di colonna del Vittoriano (con sullo sfondo, evanescente, un particolare di una bronzea quadriga del colossale e spaesante mausoleo) e, soprattutto Dura emergenza. Questa è un’inquadratura del Palazzo della Civiltà Italiana all’Eur; ovvero uno dei luoghi più metafisici che si conoscano, dove la Metafisica delle celeberrime Piazze d’Italia, genialmente ideata all’incirca un secolo addietro da Giorgio de Chirico, dopo un trentennio, diveniva di pietra, si faceva architettura costruita.

Una delle marmoree statue del piano terreno proietta perentoria la sua ombra sullo schermo di travertino, e la sua mano si allunga espressionisticamente, diviene rapace, quasi a voler ghermire una preda misteriosa.

Ma c’è poi anche un versante in cui la sospensione e il mistero sembrano approdare ad esiti che non è eccessivo definire mistici: la luce, riflessa o meno da specchi e vetri; ovvero puri simboli come la Croce, con le sue valenze cosmiche; o ancora icone e immagini sacre dell’Ortodossia greca (Epiphania, Hic parva et magna, Agòn-ia); o inquadrature architettoniche fortemente allusive (Limite di trascendenza: qui Messina ricorre al simbolismo della porta), oltrepassata ormai lattitudine ludica e intellettuale, si spingono, e ci spingono, alla ricerca del divino.

Carlo Fabrizio Carli

Roma, aprile 2010

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