Perché aderisco a Futuro e Libertà

miro renzaglia

Ho ricevuto l’invito a partecipare all’Assemblea costituente di Futuro e Libertà per l’Italia che si terrà a Milano l’11, 12 e 13 febbraio.

Chi conosce un po’ la mia storia sa che mi sono sempre tenuto alla larga  dai partiti, dai loro organigrammi, dalle loro direttive, direzioni, segreterie, federazioni. Se c’è una parola che può caratterizzare il mio impegno politico, ormai quarantennale,  è: autonomia. Per quel che mi è stato possibile fare, l’ho sempre fatto per conto mio. Pagandone sempre il prezzo, a volte assai salato. Non ne sono affatto pentito, anzi – a dirvela tutta – ne vado abbastanza fiero.

A 54 anni quasi suonati, e per quelle che sono le mie aspettative personali, avrei potuto tranquillamente declinare il gentile invito. Invece, andrò e interverrò. Il che, in senso stretto, significa che aderirò a quel progetto.

Non devo giustificarmi con nessuno per questa mia scelta perché a nessuno devo niente e nessuno lo deve a me. Sento, però, la necessità di comunicarlo agli amici, ai collaboratori, ai lettori de Il Fondo con i quali, in questo spazio autonomo (appunto: e tale continuerà ad essere) ho condiviso e spero continuerò a condividere il percorso intrapreso ormai tre anni fa.

Le ragioni della mia scelta sono sintetizzabili in un solo sentimento: vergogna. Sì, io mi vergogno di vivere nell’Italia di Silvio Berlusconi. In questa specie di monarchia dei cachi che il premier si è costruito a sua immagine e somiglianza. Nemmeno negli anni 70, quando io e la mia fazione politica eravamo pesantemente discriminati per non dire peggio, mi sono vergognato di essere italiano. Ora, sì.

Badate: non sono tanto o solo i bunga-bunga di Berlusconi, spesso strumentalizzati in senso moralistico da un’opposizione incapace di fare altro, a farmi vergognare. Il problema vero è che i bunga-bunga sono la sua seconda attività preferita. La prima è concepire l’Italia come un’azienda privata, al servizio esclusivo dei suoi interessi. Non uno dei problemi reali di questo Paese ha trovato rimedio dall’esercizio del suo potere. E non lo troverà mai finché la cultura vincente sarà la sua: quella di un individualismo che ha cancellato la parola comunità, e i superiori interessi della comunità, dal nostro vocabolario.

Ed è dalla cultura che bisogna ripartire. O, meglio: da una proposta culturale totalmente alternativa a quella che lui ha reso vincente e vigente.

La cultura – lo so – è parola smisuratamente ampia: la si può definire in tanti modi quante sono le teste che la contemplano. C’è bisogno di affiancarle altri complementi per non renderla una vocazione astratta. Per una questione di priorità nell’emergenza, io userò, nell’intervento che farò a Milano, questi: cultura della nazione e cultura del lavoro.

Nazione. E’ il 150° anniversario della nostra Unità. Credo che sia un caso unico nella storia delle nazioni che un evento di questo tipo abbia prodotto, come ha prodotto in questi mesi in Italia, un dibattito culturale che ha di fatto ridotto Giuseppe Garibaldi a un avventuriero ai limiti e oltre i limiti della criminalità comune e Giuseppe Mazzini a un terrorista; che deputati e ministri della Repubblica dichiarino senza mezzi termini di infischiarsene dell’anniversario invitando il loro elettorato a fare altrettanto; che il ministro della cultura, Sandro Bondi, fermi a Bolzano il restauro dei monumenti in ricordo della Vittoria nella Prima guerra mondiale in cambio di due voti di fiducia al suo ministero dai rappresentanti parlamentari sud-tirolesi. Sia chiaro: il mio richiamo alla cultura della nazione non è dettato da sciovinismo e tanto meno da bellicismi xenofobi. Quando parlo di Nazione Italia ho come orizzonte di riferimento la Nazione Europa. Ma non c’è Europa se l’Italia è negata. Tanto più se è negata al suo interno.

Lavoro. Lo dice l’articolo primo della nostra Costituzione: «l’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro». Troppo spesso lo dimentichiamo, avvinti come siamo da dibattiti che non producono un bullone, un litro di latte, un chilo di grano. E un altro articolo, il 41, recita: «L’iniziativa economica privata è libera», sì, sì è vero. Ma dice anche che la libera iniziativa  «non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana» e che, soprattutto: «La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali». I fini e l’utilità sociali sono, dunque, l’orizzonte della libera impresa. Non sembri inopportuno ricordare che proprio in questi giorni Silvio Berlusconi ha ventilato la possibilità di una riforma di questa norma che, pure senza il suo intervento, è stata troppe volte disattesa. Ma non basta. Occorre dare finalmente attuazione ad un altro articolo della nostra Costituzione, il 46: «Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende». E’ la norma che, attuata dalla legge, riequilibrerebbe accordi come quelli presi di recente dalla Fiat di Marchionne: chiedere sacrifici ma offrire in cambio una reale partecipazione del lavoratore all’impresa, NON contro il capitale ma CON il capitale produttivo PER le superiori sorti della nazione.

Ho ancora in mente la bellissima immagine di Mario Sepulveda, uno dei minatori miracolosamente tirati fuori dalla miniera cilena che, riemerso dalle viscere della terra, abbraccia prima il presidente della sua Repubblica e poi corre dai suoi compagni di lavoro e, con loro, non intona “bandiera rossa” ma il nome della patria. E’ lì, facilmente leggibile, l’orgoglio nazionale del lavoro che intendo proporre all’Assemblea costituente di Futuro e libertà.

Mi staranno a sentire? Le mie parole avranno un seguito? Non lo so. Ma so che una cosa mi è sempre riuscita benissimo: sbattere le porte alle mie spalle quando mi accorgo di essere fuori luogo…

.

.

.

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks