Il Fondo Quotidiano – febbraio 2011

Il Fondo Quotidiano è una costola del Fondo Magazine. Nasce dall’esigenza di restare nella cronaca giornaliera tra una edizione e l’altra della casa madre settimanale. A differenza della matrice che accoglie abitualmente scritti eterogenei, FQ esprime esclusivamente la linea editoriale.

La redazione


37° VITTIMA ITALIANA IN AFGHANISTAN
EPPUR BISOGNA ANDAR???

Roma, 28 febbraio 2011 – Toh! C’è arrivato pure il Re dei Cachi. Alla notizia della morte del nostro alpino in Afghanistan, il tenente Massimo Ranzani [nella foto], 37° vittima dall’inizio della nostra missione, Re Silvio si è posto l’ardua domanda: «È un tormento, un calvario e tutte le volte ci si chiede se questo sacrificio che impegna il parlamento con voto unanime e tutto il popolo italiano ad essere lì in un paese ancora medioevale sia uno sforzo che andrà in porto».

Peccato che di fronte al dubbio che abbiamo tutti e che qui, sul Fondo,  è stato più volte posto, il premier abbia inteso ribadire il suo noto convincimento: «dobbiamo andare avanti».

Quella dell’ “andare avanti” è una gran bella metafora. Tuttavia, occorrerebbe pure domandarsi “verso dove”. L’Olanda, per esempio, non riuscendo a trovare una risposta adeguata al quesito che il sacrificio dei suoi soldati imponeva, ha scelto già molti mesi fa la via onorevole del ritiro delle proprie truppe da quelle zone. E l’Olanda non è certo paese meno allineato dell’Italia alle direttive Nato. Noi, invece, che pure vantiamo un premier che si vuole affrancato dalle superiori direttive di Washington, restiamo «i più fedeli alleati degli americani».

m.r.

IL RE DEI CACHI
COME RE SCIABOLETTA

Italia, 26 febbraio 2011 – Gli italiani, proprio come gli imbecilli, non si smentiscono mai: a loro modo, quindi, sono coerenti. Meno di due anni fa, abbiamo firmato con mano ferma dell’attuale capo di Governo, Silvio Berlusconi, un trattato di amicizia con la Libia. Tale era la forza di questo vincolante accordo che è stato consentito a Gheddafi di venire a far visita per due volte a Roma, accettando i suoi sputi in faccia all’Italia e agli italiani. Peggio: riservandogli gli onori che il nostro premier ha inteso suggellare con un fervido baciamano.

Sono passati pochi mesi e l’inossidabile patto d’acciaio Roma-Tripoli va in frantumi. Leggiamo le dichiarazioni di Silvio Berlusconi pronunciate oggi: «Se tutti siamo d’accordo possiamo mettere fine al bagno di sangue e sostenere il popolo libico. Gli sviluppi della situazione del Nord Africa sono molto incerti perché quei popoli potrebbero avvicinarsi alla democrazia ma potremmo anche trovarci di fronte a centri pericolosi di integralismo islamico. C’è il rischio di un’emergenza umanitaria con decine di migliaia di persone da soccorrere». Se tutti siamo d’accordo? Tutti, chi? Ha forse chiesto l’accordo di “tutti” quando ha firmato il patto d’acciaio con l’amico Gheddafi?

E l’accordo di amicizia fra Italia e Libia? Lui, Re Silvio, non ne fa parola, ma ci pensa l’autorevolissimo Ministro della difesa Ignazio La Russa a liquidarlo: «Di fatto il trattato Italia-Libia non c’è già più, è inoperante, è sospeso. Per esempio gli uomini della Guardia di Finanza, che erano sulle motovedette per fare da controllo a quello che facevano i libici, sono nella nostra ambasciata. Consideriamo probabile che siano moltissimi gli extracomunitari che possano via Libia arrivare in Italia, molto più di quanto avveniva prima del trattato».

Ora, noi non siamo e non siamo mai stati forsennati sostenitori del governo libico del Colonnello Gheddafi. Anche se, a dirvela tutta, quel regime non ci sembrava tra i più infami apparsi sotto la volta celeste della storia. Certo, non ci strapperemo i capelli per la sua deposizione. Ma come giustificare l’inopinato voltafaccia che il nostro Governo, per voce e decisione dei suoi massimi esponenti, sta compiendo?

Non vi sembra qualcosa di già visto nelle pagine più nere della nostra storia? Quelle, per esempio che, di fronte «alla forze soverchianti del nemico», spingevano un re ed imperatore a liquidare l’alleato tedesco, siglare un accordo di pace con gli ex nemici e ad invertire la direzione del fronte nel corso della Seconda guerra mondiale?

Il Re dei Cachi si comporta come il Re Sciaboletta, insomma… Del resto la statura, anche quella fisica, è più o meno la stessa. L’Italia non cambia. La sua vocazione al tradimento resta intatta: fedele nei secoli…

m.r.

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DALLA LIBIA CON FURORE

Italia, 25 febbraio 2011 – “Aumenta il pane , la pasta, la benzina… governo…” con quel che segue in termini di “rapina”… Sia chiaro, non intendiamo accollare tutte le colpe all’attuale governo per il rincaro, soprattutto della benzina (oggi ha toccato quota 1,536 euro), che stiamo registrando in queste ore. Non è colpa di Berlusconi se la Libia, tra i principali fornitori di idrocarburi per l’Italia, vive la cronaca che sta vivendo.

Il che, però, una notizioncella a margine ci consente di farla. Chi inneggiava al nuovo patto d’acciaio Roma-Tripoli, confidando sull’infallibilità di giudizio del nostro attuale premier due conti sarà pure costretto a farseli. Insomma, quelli che erano disposti a mandar giù i baciamano e le bizzarrie del Raìs in visita a Roma, in virtù di una real-politic che ci avrebbe affrancati da altrui dipendenze energetiche, sono disposti o no ad ammettere che si trattava di favolette ad uso e consumo delle loro chimere?

Perché, una cosa è certa: non è passando da un fornitore all’altro, da una dipendenza all’altra che l’Italia risolverà il proprio deficit  energetico.

Come se non bastasse, abbiamo speso 5 miliardi di euro per assicurarci l’inviolabilità delle nostre frontiere, dalle orde immigrate che prendevano la via delle nostre coste dalle rive libiche. Soldi buttati al vento, e non si tratta di spiccioli. Con il crollo del regime del Raìs, gli sbarchi annunciati sono prevedibili in centinaia di migliaia.

Quando abbiamo sostenuto che il fenomeno immigrativo non è problema che possa risolversi con pratiche sicuritarie come i respingimenti, i Cie, le motovededette regalate per uso di sorveglianza militare al Colonnello, siamo stati spacciati per fautori del melting-pot e persino peggio. In fondo – lo ribadiamo –  si trattava di vedere solo oltre l’indice che indicava la luna: fenomeni di una tale portata richiedono interventi alla radice, non palliativi.

Alzare muri non serve. Serve prendere atto che popoli fecondi e giovani che non vogliono morire sotto il cappio a cui li costringe nella loro patria la politica dell’occidente usuraio, continueranno a riversarsi da noi per sfuggire alla miseria.

O cerchiamo una via d’uscita politica ed economica da questo vicolo cieco in tutti e due i sensi, o continueremo a trovarci a far fronte  a questa emergenza. Fino a morirne.

m.r.

MA IL “SECOLO” NON E’
L’HOUSE ORGAN DI NESSUNO

Roma, 22 febbraio 2011 – Che cosa avrebbe scritto Giano Accame di un politico di governo che chiede di arrestare gli studenti “preventivamente”? Come avrebbe commentato Alberto Giovannini il raduno delle gheddafine a Roma, e la difesa che ne ha fatto l’intero Pdl? Nino Tripodi, Franz Maria D’Asaro, o uno qualsiasi degli editorialisti che si sono succeduti sulla prima pagina del Secolo, che avrebbero detto della guerriglia leghista contro la festa dell’Unità nazionale? E le avventure del presidente del Consiglio con la finta nipote di Mubarak? Vi immaginate un articolo di Gianna Preda sul tema? Sono le domande a cui dovrebbe rispondere chi, in perfetta malafede, accusa il Secolo di essere «troppo finiano».

La verità è che il Secolo è semplicemente «troppo onesto» nell’interpretare ogni giorno le idee, la tradizione, il portato politico-culturale della destra italiana nonché la specifica identità che la testata porta con sé fin dalla fondazione. È un grillo parlante enormemente scomodo, che ogni giorno, con la sua stessa esistenza in edicola o nelle rassegne stampa, parla alle coscienze del nostro mondo e ricorda una realtà che il “ministero della verità” berlusconiano vorrebbe cancellare: la destra delle manifestazioni per Trieste italiana, la destra dell’orgoglio nazionale, del patriottismo, del “coraggio di dire di no”, la destra creativa e movimentista degli anni ’70, la destra che non si piegò al potere neanche quando si giocava la vita nella partita della sopravvivenza politica. Una destra perbene, che portava il Secolo sotto braccio come sfida al mondo pure quando il giornale era un prodotto modesto, semplice testimonianza di appartenenza.

Che vogliamo farne, signori, di questa storia? La volete rubare, la volete sfilare alle centinaia di migliaia di persone che l’hanno costruita per metterla al servizio degli interessi della declinante causa berlusconiana? Spiegatecelo.

Il comitato dei Garanti di An ha sostituito l’amministratore del Secolo Enzo Raisi con un consiglio di amministrazione, che si insedia oggi con l’intenzione (dichiarata ai giornali) di normalizzare il nostro quotidiano con un cambio di direzione. Insomma la sottoscritta, poiché «ha rifiutato una condirezione» (notizia del tutto falsa: nessuno me l’ha mai proposto) se ne dovrebbe andare per lasciare spazio a una direzione che interpreti «le ragioni degli ex-An rimasti fedeli al Pdl», come se questo fosse ancora un bollettino di partito da annettersi come bottino di guerra. Questo tira e molla dura da troppi mesi. E da troppi mesi durano le piccole ripicche (arrivate in ottobre fino al mancato pagamento degli stipendi), il boicottaggio strisciante, la guerra di nervi di rinvio in rinvio.

Le contestazioni “politiche” che ci vengono rivolte sono infondate: la linea del giornale sull’integrazione, contro l’islamofobia, contro la sudditanza del Pdl alla Lega, contro le ronde e le veline in lista, contro l’omofobia, per una destra repubblicana, libertaria, garantista e dei diritti, risale a molto prima degli “strappi” finiani, precede la cacciata di Fini dal Popolo della libertà e la nascita di Futuro e libertà. L’idea di costruire un quotidiano plurale, aperto, curioso delle evoluzioni della politica rifiutando in toto il vecchio assetto dell’house organ (del Pdl, di Fli o di chicchessia) è connaturata con il piano editoriale lanciato nel 2007 e sfociato in una totale ristrutturazione del Secolo. Le polemiche di bassa lega sul quotidiano “che strizza l’occhio a sinistra” fanno semplicemente ridere: qui, nella classe dirigente del giornale – Luciano Lanna, Annalisa Terranova, Girolamo Fragalà e la sottoscritta – non c’è uno che non possa vantare con orgoglio tre decenni di militanza a destra, cominciata da adolescenti nel Msi e portata avanti con lealtà e senza mandare il cervello all’ammasso.

Allo stesso modo, è inconsistente l’accusa sui costi: Raisi ha ridotto il deficit annuale di due terzi, e i conti del 2010 sarebbero stati molto migliori negli ultimi sei mesi se il giro di vite tra settembre e ottobre non ci avesse materialmente impedito di lanciare i nuovi piani di distribuzione nel momento più “fortunato” del giornale, sull’onda di Mirabello e dell’esplosione delle contraddizioni nel Pdl. Il nuovo Cda oggi esaminerà quei bilanci, e insieme ad essi gli elenchi dell’organico e i contratti dei dipendenti: abbia il coraggio di ammettere che qui c’è una realtà “miracolosa”, che con 12 giornalisti e un piccolo gruppo di collaboratori, tutti praticamente ai minimi sindacali, ha rimesso in piedi in tre anni una testata che era morta e aveva perso ogni incidenza politica. Confrontino quei salari con quelli delle loro segretarie, e ci dicano che “spendiamo troppo”. Paragonino l’esiguità di questa squadra alla collezione degli ultimi due anni, sfoglino i paginoni, rileggano le interviste, i numeri domenicali, gli editoriali e le inchieste. Poi ci dicano che si può far meglio e ci spieghino come. Aspettiamo, curiosissimi…

Flavia Perina

FUTURO E LIBERTÀ
RETROMARCIA SU ROMA

Italia, 17 febbraio 2011 – Fossi stato Fini, a Milano, nel corso dell’assemblea costituente di Futuro e Libertà, avrei fatto diversamente.

“Cari amici costituenti – avrei detto – sono mesi che i miei ex sodali del Pdl chiedono le mie dimissioni con motivi pretestuosi… Ora, ho un buon motivo per farlo: lascio la presidenza della Camera e assumo quella del partito che oggi stiamo fondando”.

Avesse detto e fatto così, avrebbe ottenuto due importanti risultati. Il primo: risolvere sul nascere le diatribe interne fra le due correnti contrapposte: di fronte al suo impegno in prima persona, nessuno avrebbe fiatato. Non, almeno, a partire dal giorno dopo l’assise milanese, come sta avvenendo.

Il secondo. Sarebbe stato un segnale chiaro alla platea politica tutta: Fli c’è  e da oggi comincia a marciare senza compromissioni istituzionali.

Purtroppo, il suo avviso è stato diverso: mi tengo la carica di presidente della Camera e delego al capo di una delle due fazioni (Italo Bocchino) l’incarico di guidare il partito.

Ci sarebbe stata anche un’altra soluzione. Nella tre giorni milanese, ho sentito ripetere fino alla noia il concetto che il principio guida del nuovo soggetto politico sarebbe stata la partecipazione diretta della base alla formulazione del progetto. Benissimo: e allora quale migliore occasione che far eleggere direttamente dall’Assemblea il vicepresidente (Fini chiamandosi fuori). Sarebbe stato anche questo un segnale forte e avrebbe dato poco modo agli eventuali sconfitti di recriminare.

Si è scelta, invece, la solita via del dirigismo. E i risultati si sono visti immediatamente: è cominciato l’esodo dei senatori della fazione che, a torto o a ragione, si è sentita esclusa e perdente.

Oggi, Fini è stato costretto ad ammetterlo: «Sarebbe davvero inutile negare l’evidenza: il progetto di Futuro e Libertà vive un momento difficile, sta attraversando la fase più negativa da quando, con la manifestazione di Mirabello, ha mosso i primi passi».

E, di fronte agli scricchiolii che già sono abbastanza assordanti, non ha trovato di meglio che riattestarsi sul risaputo: «Ci riconosciamo e intendiamo agire nell’ambito dei valori e della cultura politica del centrodestra, senza alcuna ambiguità né tantomeno senza derive estremiste o sinistrorse».

Meglio di lui –  molto meglio – in mattinata aveva parlato Fabio Granata: «Il progetto di Futuro e Libertà è affidato alla passione dei militanti e alla nostra determinazione. Mi auguro che nessuno abbandoni il movimento ma sono anche consapevole che Sel è al 9% senza avere gruppi parlamentari. Sono le idee e la passione politica – prosegue – a radicare i movimenti, non il numero dei parlamentari. E, soprattutto, la coerenza e la trasparenza. Abbiano già pagato un prezzo troppo alto a chi stava con noi per frenarci. Ora basta».

m.r.

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TEMPI DI CRISI
IL MARITO IN AFFITO

Italia, 15 gennaio 2010 – In piena era di precarietà lavorativa, c’è chi una professione se la inventa. Come Gianluca Piva, trentacinquenne di Bolzano Vicentino, sposato con Francesca e padre di tre gemelline, che ha aderito all’iniziativa partorita tre anni fa da Gian Piero Cerizza: “Il marito in affitto”. Col tempo, questo marchio è diventato una società in franchising presente sull’intero territorio nazionale. Circa un anno fa è sbarcato anche a Vicenza, proprio grazie a Gianluca.

«Sono venuto a conoscenza di questa realtà tramite un programma televisivo – spiega il ragazzo -. Un paio di anni dopo, complice anche la crisi che aveva colpito un po’ tutti i settori, stavo pensando ad un modo per arrotondare, ho visto la possibilità del franchising su ilmaritoinaffitto.it ed è iniziata questa avventura».

Ma cosa fa, in concreto, il marito in affitto? Questa la risposta di Gianluca: «Una persona che fa dei piccoli favori alla gente, contribuendo in qualche modo a rendere migliore la vita degli altri». Piccoli lavori domestici, dalla lampadina che non funziona al cancello da riverniciare, dalla tapparella rotta alla siepe da tagliare, che i mariti d’oggi non hanno più tempo di fare. «Seguivo, e lo faccio tutt’ora, uno studio di progettazione meccanica, ma ho sempre avuto una particolare predisposizione per i lavori manuali e così ho deciso di fare di una passione un lavoro. Alla fine mi occupo di un po’ di tutto, compresi servizi alla persona, come accompagnare qualcuno all’ospedale, in ferie o eseguire piccoli traslochi».

I clienti sono per lo più donne che vivono da sole, ma non mancano anche famiglie, anziani e pure uffici ed esercizi commerciali. Il costo del servizio è pari a 20 euro all’ora, ma Gianluca preme a sottolineare l’importanza dei rapporti umani che si instaurano con questo lavoro. «Diventi un vero e proprio punto di riferimento – precisa – ti chiamano anche per un consiglio. E poi il sorriso che ti regalano quando hai finito è impagabile».

E in questi mesi il lavoro è quasi raddoppiato, grazie alle richieste di intervento per l’installazione del digitale terrestre. Ovviamente, non mancano anche situazioni imbarazzanti, «come il classico doppio senso, con la cliente di turno che mi ha chiesto se poi andavo a cena con lei». Ma la moglie Francesca non si preoccupa ed è soddisfatta della professione del marito. «L’idea mi è piaciuta subito – spiega – e devo dire che da quando ha intrapreso questa attività lo vedo anche più soddisfatto». E allora, contenta lei, contenti tutti.

Alessandro Cavallini

BARZELLETTE
DAL REGNO DEI CACHI

Italia, 14 febbraio 2010 – Nel Regno dei Cachi costruito a sua immagine e somiglianza, le barzellette di Re Silvio – si sa – hanno valore di editto.

Così, qualche giorno fa, il monarca, “cacchio cacchio, tomo tomo”, se ne è uscito con un’altra delle sue: «L’Italia ha un debito elevato ma i cittadini sono ricchi».

Con questa battuta, degna dei più begli avanspettacoli di cinema di IV visione, dovremmo tirare un bel sospiro di sollievo, apprendendo, ce ne dà notizia oggi Bankitalia, che il nostro debito pubblico ha toccato un altro record storico: 1.843,2 miliardi di euro, contro i 1.763,9 miliardi di euro dell’anno precedente. E, come se non bastasse, il gettito tributario segna un meno 0,97%.

Se tanto mi dà tanto, insomma, secondo il Genio di Arcore, gli italiani hanno di che essere lieti.

Mi chiedo, allora, perché non indebitarci in maniera ancora più alta, arrivando a toccare e, se possibile, superare i due milioni di miliardi di euro. Chissà quanto godremmo della sua dissennata equazione: più debito pubblico = più ricchezza privata.

Il tutto, mentre in altri paesi europei (Francia, Gran Bretagna, Germania, per esempio…) qualche avviso di ripresa economica comincia a registrarsi.

E poi qualcuno si chiede ancora perché è arrivata l’ora di farla finita con Berlusconi e con il berlusconismo…

Avanti, popolo dei cachi: con il Piccolo Cesare fino alla fine…

m.r.

FABRIZIO MICCOLI E…
IL CALCIO CHE CI PIACE

.Italia, 8 febbraio 2011 – Il gol di Fabrizio Miccoli contro il Lecce è un gol stupendo. Su punizione, come molti altri gol spettacolari che ci ha regalato in questi anni il capitano del Palermo. Ma non è un gol come tutti gli altri. Non è solo il gol del pareggio di una sfida che poi i siciliani vinceranno. Per Fabrizio Miccoli è stato qualcosa in più: il gol contro la sua squadra del cuore, il gol contro la squadra che rappresenta la sua terra a cui lui è estremamente legato. Difatti non ha esultato, anzi si è messo a piangere quando è uscito dal campo sommerso dai fischi dei suoi conterranei che non gli hanno perdonato la prodezza.

Potrebbe sembrare un po’ esagerata la reazione di Miccoli, ma non per chi lo conosce: giovane talento nato a Nardò (provincia di Lecce) da giovanissimo fu comprato dal Milan dove fece tutte le giovanili. Spinto dall’amore per la sua terra decise di provare con il Lecce, che però lo scartò perché troppo basso (solo un metro e sessantotto, idiozie del calcio!). Da quel giorno Miccoli ha cominciato a girovagare, arrivando alla Juventus dove subì le angherie di Luciano Moggi, che il giocatore denunciò successivamente durante la scandalo di Calciopoli.

Miccoli dovette quindi emigrare al Benfica, dove capirono subito il suo talento e divenne l’idolo dei tifosi portoghesi. Nel 2007 il presidente Zamparini lo porta a Palermo, dove diventa capitano (con la sua fascia dai colori jamaicani) e dove ha realizzato quasi 50 gol incantando i suoi tifosi.

Ma Miccoli è particolare anche fuori dal campo: tatuaggio di Che Guevara sul corpo e grande ammiratore di Maradona, ha offerto 25 mila euro per avere l’orecchino del Pallone d’Oro ad una asta solo per l’onore di incontrarlo e restituirglielo (l’orecchino fu requisito tempo prima dall’Italia visti i numerosi euro che l’argentino ha evaso nel nostro paese…).

Insomma un gesto così, la mancata esultanza contro la propria squadra del cuore, da uno come Miccoli ce lo si aspetta. Ma non è stato l’unico in questi anni a comportarsi così dopo un gol: in molti infatti non esultano magari contro le proprie ex squadre a cui sono affezionati. Sembra quasi una moda, e i “cinici” del calcio, quelli “realisti” potrebbero dirci che è un gesto anacronistico. Come si può in questo calcio, dove i giocatori non sono più bandiere, dove si cambia squadra ogni anno, pensare ancora a queste romanticherie? Beh, noi siamo romantici, e gesti come quelli di Miccoli pensiamo che possano ancora salvare un calcio ormai nel baratro del business e del merchandising!

Sì, perché noi crediamo ancora che le bandiere siano importanti come i sentimenti, e ancora nel 2011 ci infastidiamo nel vedere Ibrahimovic che passa da una sponda e l’altra di Milano senza batter ciglio (insieme a Leonardo) e ci fermiamo a pensare che non ci piacciono per l’appunto quelli che hanno “er vizio de cambia’ casacca” (come dicono i protagonisti della serie di Romanzo Criminale tanto per restare nel mondo pop).

Ringraziamo quindi Miccoli per il bellissimo gesto. E allora sarebbe il caso di ricordarli un po’ di questi attestati d’amore: ci piace pensare a Del Piero, Buffon e Nedved che sono rimasti alla Juventus nonostante la B e il dopo – Moggi (alla faccia di Cannavaro che fuggiva a Madrid per poi tornare), ci piace pensare ad Antognoni che rimane nella sua Firenze rifiutando le offerte di squadre molto più forti (per voler fare un amarcord), ci piace ricordare i soliti Di Canio e Lucarelli o anche Totti che ha “sacrificato” la sua carriera volendo rimanere alla Roma.

Saremo anacronistici e un po’ patetici con questa storia della fedeltà, ma è da qui che ci piacerebbe veder ripartire questo calcio. Sicuramente siamo folli: come i tifosi della Roma che non tifavano quando in campo c’era Lionello Manfredonia (ex giocatore della Lazio, che si vendeva la partite), come quelli della Fiorentina che scendevano in piazza per la cessione di Baggio (e menavano l’allenatore che non faceva giocare Antognoni). Ci piace questo calcio: ci piace l’Atletico Bilbao con tutti baschi in squadra, ci piace il St.Pauli e l’azionariato popolare. Non ci piacciono gli americani alla guida della Roma, e non ci piace Pazzini all’Inter. E ci piace, quindi, Fabrizio Miccoli e il suo comportarsi da autentico romantico…

Simone Migliorato

SE LA FORTUNA AIUTA IL LAVORO

Francia, 7 febbraio 2010 – Mettiamo il caso che un onesto lavoratore si trovasse nelle condizioni di appartenere ad un’azienda sull’orlo del fallimento. Ma sì, insomma: un’impresa  a rischio chiusura per qualche dissennatezza della proprietà che la gestisce…

E mettiamo pure il caso che questo onesto lavoratore, per una di quelle felici occasioni che capitano nella vita, si trovasse a vincere una decina di milioni di euro in una di quelle lotterie che fanno l’orizzonte della felicità di molti.

Non so voi ma sono certo che molti, al posto suo, avrebbero ritirato il lauto gruzzolo e si sarebbero dati come minimo ad una vita esente dagli obblighi del lavoro. Magari concedendo ai suoi ex colleghi un ricevimento d’addio. Non senza, prima, però, e magari, aver preso a calci nel culo i proprietari della sua azienda che stavano per licenziarlo.

Beh! invece, il fortunato vincitore non l’ha pensata così… Vincolo di solidarietà lavorativa o istinto d’impresa lo hanno consigliato a comprarsi l’azienda in cui era impiegato, liquidando la proprietà incapace  e salvando il posto di lavoro ai suoi vecchi ex colleghi. Ivi compreso il suo vecchio capo servizio.

E’ accaduto in Francia, nel distretto normanno di Calvados. L’azienda era una ditta di autotrasporti che dava lavoro a una quindicina di lavoratori.

Interrogato sulla sua scelta, ha detto: «Ho fatto quello che bisognava fare. Ero il solo compratore disponibile. E siccome avevo le possibilità, ho preferito evitare che 13-14 colleghi si trovassero disoccupati… Inoltre i viaggi in camion sono tutta la mia vita. Non puoi cambiare la tua esistenza dall’oggi al domani, è impossibile».

A qualche mese dalla sua iniziativa imprenditoriale, l’azienda è tornata in attivo economico e adesso pensa di assumere nuovi lavoratori.

Se c’è una morale in tutto ciò è nella domanda: chissà se Marchionne farebbe lo stesso?

m.r.

ALL’ARMI SIAM FUMETTI
STIAMO ARRIVANDO/3

Il Fondo, 4 febbraio 2011 – «Divertiti fino a una certa età, poi pentiti e vai oltre». Apostata felice del precetto agostiniano, Roberto Alfatti Appetiti non ha mai declinato le parole sprezzanti che l’highbrow nazionale ha da sempre riservato al fumetto.
Cresciuto insieme ad Alan Ford e Corto Maltese, Zagor e Mister No, il giornalista del Secolo d’Italia non ha mai avvertito l’esigenza di denunciare i segreti compagni di carta all’occhiuto doganiere dello Strapaese intellettuale. Quello che “appartato e schizzinoso”, secondo la lezione di Michele Serra, tira giù la sbarra di fronte a fenomeni popolari clandestinamente importati nella sacra terra del radical-chic. Ecco perché All’armi siam fumetti (Il Fondo, 210 pagg. 12,50 euro), giunge in libreria come una ventata d’aria fresca. Tanto più sferzante, quanto il tono signorile disegna con sagacia una traccia storica spesso depistata e scomodamente inattuale. Ci voleva l’“intelligenza dissoluta” di Alfatti Appetiti, per mandare gambe all’aria l’ordine dei segni che incardina il fumetto nelle camerette dell’adolescente brufoloso.

Ma nonostante Andy Capp e soci abbiano le carte in regola per assurgere a eroi della letteratura disegnata, il nostro non cerca sponde nell’ufficio brevetti della bottega aristotelica. Ciò che gli importa non è fare istanza di appello perché la storia del fumetto entri nei curricula accademici.L’autore sa bene che la canonizzazione spegnerebbe per sempre il fuoco sovversivo che agita gli eroi. A sentirsi nominare come “influenti esponenti dell’arte sequenziale”, Dylan Dog e Tex Willer menerebbero cazzotti che non ti dico. E d’altra parte, ciò che stava a cuore ai loro padri – da Sergio Bonelli che creò Mister No, alla coppia Bunker e Magnus che si inventò spauracchi come Kriminal e Satanik – non era la corona d’alloro dispensata dal critico, ma la libera cittadinanza del piacere e dell’avventura. Una nota stonata, nel coro polifonico dell’impegno politico a tutti i costi. Perché l’avventura, come ogni sortita nelle terre selvagge, si pretende nichilista, anarchica e individualista. E se risulta eroica è un problema altrui, perché è un bisogno o una necessità, e preferibilmente la si affronta controvoglia.

Nelle pagine di Alfatti Appetiti sfila la dunque la piccola controstoria di un mondo che ci è stato raccontato in modo univoco dagli anni ’60 ai giorni nostri. E la cronaca di un pianeta, fatto di nuvolette parlanti finché si vuole, che racconta però di uomini con i piedi per terra. Che ad ogni passo sollevano la polvere di sogni residuali e battaglie perdute, di viaggi da fermo e tenaci resistenze ai circuiti spediti dell’embedded.È il caso di Andy Capp, «figliolo di china» del mai troppo compianto (e misconosciuto) Reginald Smythe. «Ha rappresentato l’altro 68 – chiosa Alfatti Appetiti a proposito dell’uomo più attaccato alla poltrona che l’antipolitica abbia mai conosciuto – quello anglosassone: nessuna velleità ideologica di stampo marxista, neanche una briciola di luoghi comuni. Bandita ogni retorica. Non c’è in lui rabbia né frustrazione. La lotta di classe non lo sfiora, non è affar suo. Della società se ne frega e ne è ricambiato con reciproca soddisfazione. In confronto a lui Paperino è un arrivista».

Ma di questa prattiana figliolanza «desiderosa di sentirsi inutile», il critico non trascura neppure l’eroe più avventuroso e disperatamente romantico cresciuto nel clima postbellico. Inquieto marinaio, un po’per piacere e un po’per bisogno, Corto Maltese emerge negli scritti di Alfatti Appetiti come simbolico deracinè salpato verso un porto del tutto invisibile. Superstite in un mondo nelquale non può e non vuole fare scalo, Maltese è un proscritto. E qui, come in molti altri casi, Alfatti Appetiti sfodera l’arma più seducente di questo All’armi. Alzato il sipario, dissipata la nuvoletta, l’eroe di carta svela le sembianze dell’uomo che ne fa le veci. Ed ecco Pratt spiegare che «con la fine delle ostilità, arrivò l’obbligatorio impegno per l’impegno. La parola avventura fu messa al bando. Non è mai stata ben vista, né dalla cultura cattolica, né da quella socialista. È un elemento perturbatore della famiglia e del lavoro, porta scompiglio e disordine. L’uomo di avventure, come Corto, è apolide e individualista, non ha il senso del collettivo». Dalle nuvole alle zolle accidentate della storia.

Alfatti ci mena per l’aria fresca del fantasy, per farci cascare ogni volta nella cronaca fantasy, per farci cascare ogni volta nella cronaca rimossa del secolo scorso. Accade così per i tanti personaggi che dagli anni Sessanta ai giorni nostri, si accompagnano sempre in questo saggio in un’originale intrico di valor artistici e snodi storici. Da Nathan Never, per l’autore novello paradigma del modello sicurezza di Bossi e soci, a Dylan Dog, indagatore di incubi ben più concreti degli zombie come l’eutanasia e l’annoso dibattito che la sviscera. Inevitabile non lasciare queste pagine, con la sensazione di aver assistito a uno spettacolare detournement: tutti gli eroi a fumetti in campo a seminare scompiglio nell’ordine dei segni, negli altari della cultura officiata, a impadronirsi degli spazi vuoti per esprimere il non detto nella straniante fissità della singola tavola.

Ecco perché ridurre il lavoro di Alfatti Appetiti a un’arguta contro storia ideologica sarebbe uno sgarbo imperdonabile. Ci perderemmo infatti ciò che forse più di ogni altro preme negli intenti del nostro. Gli eroi dei fumetti non sono null’altro che l’accettabile sineddoche dell’aspirazione umana. Una parte di uomini, che vivono ribelli, solitari, giusti, ad esprimere tutti gli altri. Conviviali per necessità, conformisti per spavento, prudenti per principio. Ma non ancora disposti ad abbandonare del tutto i propri sogni. Di gloria o di ozio che siano. Sono gli uomini che vorrebbero camminare da soli. Che poi rinunciano perché si chiedono: «Chi mai vorrebbe camminare con me?».

Francesco Lo Dico

ALL’ARMI SIAM FUMETTI
STIAMO ARRIVANDO/2

Il Fondo 3 f2bbraio 2011 – Il titolo di questo volume non lascia dubbi. Anzi è una dichiarazione di intenti bella e buona. La critica “da destra” nel mondo del fumetto esiste e combatte insieme a noi. Se pensavate che il rapporto tra la carta stampata dei quotidiani e le nuvole parlanti dei fumetti si sublimasse con gli allegati editoriali di La Repubblica, con gli inserti del Fatto Quotidiano o del Manifesto, o ancora con le tavole pubblicate sull’Unità, questo libro vi farà ricredere raccontandovi che dal 2006 sul quotidiano Secolo d’Italia il giornalista Roberto Alfatti Appetiti parla di fumetto, dei suoi eroi e dei suoi protagonisti e lo fa appunto “da destra” ma rivolgendosi ai lettori di ogni età e inclinazione culturale e politica.

Il Fondo Magazine di Miro Renzaglia nella sua collana libraria raccoglie in volume 4 anni di articoli vergati da Alfatti Appetiti che si occupa nei suoi scritti soprattutto di fumetto a dimensione “popolare” e da edicola ma senza farsi e farci mancare incursioni nel fumetto d’autore con articolesse appassionate dedicate a Marjane Satrapi, Hugo Pratt e Magnus, ma anche a Holly e Benji e a Supergulp, sino ad arrivare a raccontare un inedito Filippo Ciolfi, fondatore della storica Editoriale Eura scomparso recentemente e che da giovane fu ufficiale della RSI.

Alfatti Appetiti ha il grande merito di parlare di fumetto come un appassionato che vuole parlare ad altri appassionati, ma riesce a essere “strano” attrattore anche per coloro che magari di nuvole parlanti non ne hanno mai masticato più di tanto perché dai “giornalini” e dai “giornaletti” era meglio stare lontano essendo subcultura per bambini. Il giornalista del Secolo con una prosa avvincente riesce a trasportare il lettore nel mondo immaginato de “gli ultimi eroi… d’inchiostro” (così recita il sottotitolo del volume) permeando l’atmosfera di quella sana patina genuinamente trasognata che fa solo bene alla diffusione di un genere di intrattenimento come il fumetto che è arte e come ogni forma d’arte, nonostante sia una delle più giovani, sa parlare a tutti in una dimensione estetica che è soprattutto “popolare”.

Nel volume spiccano interviste a Sergio Bonelli, Roberto Diso (uno dei pochi autori del fumetto dichiaratamente “di destra”), Giancarlo Manfredi, Roberto Recchioni e si parla anche dell’Eternauta, ma tutti gli articoli sono imperdibili, per l’argomento e il taglio “nuovo” e “originale” rispetto alla letteratura di genere vista sinora. Si compone così nelle pagine del volume, articolo dopo articolo, un affresco unico nel suo genere e un punto di vista finalmente diverso nel panorama della critica italiana dedicata al fumetto.

Roberto Alfatti Appetiti è la vera novità, tutta da scoprire, nell’ambito del giornalismo di professione che si occupa di fumetto. Lodevole dunque l’iniziativa dell’editore di “secolarizzare” con questo volume articoli che altrimenti avrebbero avuto solo una vita cartacea effimera all’interno dell’edizione del quotidiano (che dura solo 24 ore) per poi continuare a farsi leggere magari su internet che però non consente la materialità della carta e dell’inchiostro, condizione necessaria per ottenere un posto d’onore nella propria libreria. L’introduzione del volume è di Roberto Recchioni e la prefazione è di Errico Passaro.

Giorgio Messina

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ALL’ARMI SIAM FUMETTI
STIAMO ARRIVANDO

Il Fondo, 2 febbraio 2010 – Con questo All’armi siam fumetti (I libri de “Il Fondo”, pp. 210, € 12,50) il nostro Roberto Alfatti Appetiti scardina definitivamente lo stereotipo secondo cui l’immaginario e i fenomeni della cultura popolare e di massa dovono essere considerati appannaggio esclusivo di critici e studiosi collocabili in un modo o nell’altro a sinistra. Raccogliendo in un libro una selezione dei suoi articoli dedicati ai fumetti e comparsi sul Secolo tra il 2006 e la fine del 2010, Alfatti Appetiti dimostra non solo una grande competenza nel settore ma, soprattutto, una straordinaria capacità di interlocuzione con disegnatori e autori di “letteratura disegnata”.

Non mancano infatti nel libro interviste – con Sergio Bonelli, Gianfranco Manfredi, Roberto Diso e tanti altri – e una prefazione firmata dallo sceneggiatore di comics Roberto Recchioni, da Alfatti Appetiti definito «il “fascista zen” del fumetto postmoderno».All’armi siam fumetti per di più esce per “I libri de Il Fondo” di Miro Renzaglia, una iniziativa editoriale che si muove proprio sullo sfondo di uno spazio culturale libertario e fuori dei vecchi steccati. Ex militante degli anni Settanta, oggi scrittore, blogger e giornalista, Renzaglia sul fronte dell’impegno mostra di avere le idee molto chiare: «La richiesta di estensione di diritti – sostiene – è libertaria, la repressione reazionaria. E io sto coi libertari, sempre. È la distinzione stessa tra destra e sinistra che segna il passo. Oggi ci sono distinzioni che secondo me sono più significative e indicano in modo più chiaro la situazione in cui ci troviamo, come quella tra pensiero autoritario e pensiero libertario, appunto. Libertà o deriva autoritaria?». E non è forse un caso che – intervistato da Nicola Antolini per il libro Fuori dal cerchio – invitato a fare i nomi dei suoi autori, abbia citato Nietzsche, Heidegger, Jünger e, a sorpresa, lo psicoanalista libertario Elvio Fachinelli, «che già negli anni Ottanta considerava finita la vecchia dicotomia destra-sinistra…».

Proprio su questa linea ispiratrice, Renzaglia ha inaugurato la sua casa editrice, con cui ha già pubblicato l’interessante saggio Il fascismo oggettivo di Giovanni Di Martino (con un’intrigante introduzione di Costanzo Preve) e che prevede, sempre di Roberto Alfatti Appetiti, Kerouac e i fascio-beat, un affresco sull’irriducibilità alla sinistra dei non-conformisti americani degli anni Cinquanta e Sessanta. Ma è già questo All’armi siam fumetti a registrare nel migliore dei modi la fine delle vecchie ipoteche egemoniche nei confronti della cultura di massa. Sappiamo del resto – ce lo attestò lo stesso Sergio Bonelli ringraziandoci per essere stati gli unici a dedicare un paginone a Renzo Barbieri dopo la scomparsa del grande scrittore di storie a fumetti – che gli addetti ai lavori considerano le pagine del Secolo dedicate al mondo delle “nuvole parlanti” non solo autorevoli e documentate ma all’altezza di quanto, un tempo si poteva leggere solo su quotidiani come Paese Sera o la Repubblica.

D’altronde, dopo il grande trionfo negli anni Trenta e Quaranta – si pensi a Topolino ma anche all’Uomo Mascherato, a Dick Fulmine o a Kurt il Legionario di Caesar – contro i fumetti si scatenò nel secondo dopoguerra una campagna animata da comunisti e democristiani. Fu Nilde Iotti nel dicembre del 1951 a scagliarsi contro i “giornaletti”, considerandoli strettamente collegati a corruzione e delinquenza giovanile: «La gioventù che si nutre di fumetti – scriveva – è una gioventù che non legge e questa assenza di lettura nel senso proprio della parola non è l’ultima tra le cause di irrequietezza, di scarsa riflessività, di deficiente contatto con mondo circostante e quindi di tendenza alla violenza, alla brutalità, all’avventura fuori della legge…». E come ha ricordato Oreste del Buono, l’Italia degli anni Cinquanta appariva come «una terra di eroi positivi agli arresti domiciliari» in preda alla «bande della Dc alle prime esperienze di quello che sarà il suo lunghissimo dominio; il fumetto veniva tollerato purché non ospitasse la crisi dei valori borghesi».Quel pregiudizio era infatti diffuso: genitori ed educatori cercarono in tutti i modi di arginare la passione per i fumetti dei ragazzi del secondo dopoguerra.

«Mio padre a Modena – ha raccontato per tutti il cantautore Francesco Guccini – i fumetti non me li faceva leggere, perché diceva che mi avrebbero fatto perdere l’abitudine alla lettura…». Contro i giornaletti con le storie a strips e anche contro i cartoni animati, un fenomeno d’altronde imparentato con le “nuvolette parlanti”, ci fu negli anni Sessanta una vera e propria crociata. «Secondo mamma e papà – ha recentemente ricordato al Corriere della Sera la scrittrice Bianca Pitzorno – rischiavano di essere nocivi perché favorivano la confusione tra realtà e finzione: i nostri genitori temevano che vedere un papero precipitare dalla finestra e rialzarsi come nulla fosse o due topi fare a pugni violentemente producesse nei bambini pericoloso effetti d’imitazione». Ma si trattava solo di diffidenza conservatrice di fronte a un fenomeno nuovo: «È il timore del branco – era la conclusione della Pitzorno – del vecchio alce di fronte al giovane».

Alfatti Appetiti dimostra l’inconsistenza di queste resistenze e rilancia, collegando autori e personaggi della più recente stagione fumettistica con riferimenti diretti dalla letteratura alta (Conrad, Saint-Exupéry, Ernst Jünger, London, Stevenson) ma anche – come sottolinea Errico Passaro nella prefazione – «da quella cultura pop fra le cui icone ben possiamo annoverare a pieno titolo, per dire, Quentin Tarantino e Happy Days».

Estremamente significativa l’intervista con Gianfranco Manfredi, autori di albi a fumetti come Volto Nascosto e Magico Vento. Classe 1948, ha iniziato negli anni ’70 incidendo dischi e scrivendo testi per cantanti come Ricky Gianco. Sua la famosa Marcia degli incazzati che faceva da sigla a Onda libera, la trasmissione con Roberto Benigni nota anche come “Televacca” in cui compariva anche Guccini. Negli anni ’80 si è dedicato alla scrittura pubblicando romanzi e saggi, tra cui il primo testo critico su Lucio Battisti (edito dalla Lato Side), ma occupandosi anche di cinema, recitando e collaborando con registi come Samperi, Steno e Corbucci. Un intellettuale a tutto tondo che, quindi, nel 1991, approda anche ai fumetti. Sceneggiature per testate come Tex, Dylan Dog e Nick Raider e poi le sue creazioni. «Mi considero e mi consideravo – spiega ad Alfatti Appetiti – un libertario, anche in un periodo in cui si tendeva a ideologizzare tutto e inquadrare il mondo in categorie rassicuranti». E non ha nessuna difficoltà ad ammettere che «l’immaginario ha sconfitto l’ideologia, perché rielabora in maniera più compiuta i conflitti della modernità».

Nel libro si ricorda che dopo un’assenza dal mondo del cinema durata dieci anni, nel 2002 Manfredi era tornato alla sceneggiatura per il film Il trasformista, diretto da Luca Barbareschi. «Fu un gran bel film, il primo – ricorda – che demistificava una certa politica. Ha mostrato le contraddizioni della nostra società senza riflessi condizionati di schieramento. E lo ha fatto senza godere della grancassa di un certo establishment culturale. E non ha avuto successo…».

Insomma, a parlare di fumetti e dintorni, «puoi cambiarci i personaggi ma quanta politica ci puoi trovar», potremmo dire parafrasando lo Stefano Rosso di Una storia disonesta. Tanto che a leggere All’armi siam fumetti gli spunti politici emergono a ogni pagina. Come, tanto per dire, quando si parla di Andy Capp, il personaggio di Reg Smythe celebre in Italia per la strip che è apparsa per decenni sulla Settimana Enigmistica col titolo “Le avventure di Carlo e Alice”. Berrettino perennemente calcato sugli occhi, sigaretta in bocca, Andy rappresenta una via irregolare (e libertaria) alla contestazione: «Ha rappresentato – scrive Alfatti Appetiti – l’altro ’68, quello anglosassone: maestro di nessuno, è a mezza via tra Ernst Jünger e Antonio Pennacchi (che ha lui si è ispirato per il suo berretto), fra l’anarca e il fasciocomunista». Un po’ come il papà di Alan Ford, Luciano Secchi-Max Bunker, che invitato a suo tempo a definirsi politicamente ammise: «Mi piace qualche cosa di Gianfranco Fini ma anche di Walter Veltroni e di Massimo Cacciari». È proprio vero: il mondo dei fumetti precorre davvero i tempi…

Luciano Lanna

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