Giorgio Locchi e le prospettive indoeuropee

Stefano Vaj

Quella che segue è l’introduzione di Stefano Vaj al libro di Giorgio Locchi, Prospettive Indoeuropee, Ed. Settimo Sigillo

La redazione

PROSPETTIVE INDOEUROPEE
Stefano Vaj

Guardiamoci negli occhi. Noi siamo Iperborei […]
Di là dal Nord, dai Ghiacci, dalla morte – la nostra vita, la nostra felicità

Friedrich Nietzsche

In uno dei suoi insegnamenti più importanti, Giorgio Locchi ci aiuta a pensare sino in fondo le intuizioni nietzschane riguardo al tempo della storia. Non più un fisso segmento su una linea che punta in qualche direzione, non più un tratto irrimediabilmente sbarrato alle nostre spalle su una strada cxhe staremmo percorrendo.

Per la sensibilità postmoderna, tali immagini sono false psicologicamente, filosoficamente, empiricamente. Se il passato è ciò che è esistito, non esiste più; se non esiste più, non esiste: se non esiste, non è qualcosa di cui si possa parlare. Il passato non è invece altro che una dimensione del presente, in particolare quella delle radici e della memoria, alla stessa stregua dell’attualità (dimensione dell’impegno) e dell’avvenire (dimensione del destino e del progetto); e ci parla attraverso l’immagine che ci diamo di esso attraverso i documenti, le vestigia, le testimonianze che abitano il nostro tempo.

Così come ogni altra, tale dimensione si espande. Si espande banalmente nei tempi a noi più vicini,  con l’accumularsi di nuovi eventi, di nuovi ricordi. E si espande anche nella sua estremità più lontana, mano mano che il nostro sguardo, attraverso un’indagine critica sempre più interdisciplinare, si allunga ad epoche sempre più remote e si allarga a particolari ed aspetti sempre nuovi.

Ma soprattutto viene interamente ridefinito ad ogni istante a partire dalla particolare prospettiva di ciascun presente, non solo e necessariamente attraverso la chiave della revisione («chi controlla il presente controlla il passato, chi controlla il passato controlla il futuro», potremmo dire parafrasando Orwell), ma non fosse altro che per le diverse orecchie che ascoltano una musica pure in divenire, i diversi occhi che rileggono il libro dei simboli e ne traggono premonizioni e moniti e sfide per ciò che ancora ha da essere. Anche in campo storico, quindi, “la verità non è qualcosa che esista e che si debba trovare, scoprire, ma qualcosa che si deve creare e che dà il nome ad un processo o meglio a una volontà di dominio che in sé non ha fine” (Friedrich Nietzsche, La volontà di potenza, §552). Visione della storia questa che è anche un progetto di Erlösung dal provvidenzialismo monoteista: «Redimere nell’uomo il passato e ricreare ogni ‘fu’ finché la volontà dica: ‘Così volli! Così vorrò’. Questo ho chiamato redenzione, solo questo ho insegnato loro a chiamare redenzione» (Così parlo Zarathustra,”Delle tavole antiche e delle nuove”).

Gli indoeuropei, come nuovo passato che continua a spalancarcisi di fronte, e che alcuni scelgono di rivendicare come proprio retaggio, ci corrono perciò incontro dal nostro avvenire. Lo fanno come origine ultima di questa medesima sensibilità che giunge a consapevole maturazione con Nietzsche, Gentile, Heidegger, Spengler e la cui essenziale inevitabilità europea, “esperiale”, a partire da Eraclito, mette bene in luce Severino, ed ancor più il suo allievo Emanuele Lago in La volontà di potenza e il passato (Bompiani, Milano 2005). E lo fanno in particolare sotto un quadruplice sigillo solstiziale.

Il primo è quello più letterale dei riti della “notte più lunga dell’anno”. Tradizione certo non esclusiva, in quanto prodotta, riprodotta e “recuperata” nelle chiavi e contesti più diversi, ma che pure rappresenta un elemento di continuità e memoria e fedeltà, talora inconscia e tanto più preziosa in quanto mai perduta, che si incarna nelle immemoriali celebrazioni di Jul (cfr. per tutti Jean Mabire e Pierre Vial, Les solstices. Symboles et actualité, Le Flambeau, Chatillon sur Chalaronne 1991).

Il secondo richiamo solstiziale è quello che ci parla in mille riferimenti e particolari di un giorno e di una notte lunghi un anno, e che rinviano per ragioni astronomiche ovvie ad un’origine iperborea, circumpolare. La questione della Urheimat, della zona di provenienza degli indoeuropei è una questione centrale che continua ad assillare la ricerca, anche in rapporto al loro status di “autoctonia” rispetto ai territori in cui sono oggi maggiormente rappresentati i loro diretti discendenti. Ma la questione si scinde in due. Il primo interrogativo riguarda il focolaio d’origine, ovvero l’ultimo territorio occupato dall’insieme delle etnie indoeuropee prima della loro dispersione in una cavalcata attraverso il mondo che cambierà la faccia del pianeta e che rappresenta la più grande avventura umana mai vissuta: e dello stato dell’arte al riguardo, puntualizzato ed aggiornato molti decenni dopo i presenti scritti di Locchi, danno bene atto Alain de Benoist in “Indo-européens. A la recherche du foyer d’origine” (Nouvelle Ecole n. 49, disponibile anche online in vari siti), e Jean Haudry, Gli indoeuropei (Edizioni di Ar, Padova 2001). Il secondo interrogativo ha a che vedere con la zona e il tempo in cui va situata la sorgente ultima della lingua, della civiltà, del tipo antropologico indoeuropeo.

E qui, terzo simbolo solstiziale, la linguistica comparata, l’archeologia, la mitografia, la storia delle religioni, l’antropologia si incontrano oggi con la paleontologia, la climatologia, la glottocronologia e la genetica delle popolazioni, con particolare riguardo alla genetica delle mutazioni mitocondriali e del cromosoma Y. E ci parlano, ad esempio per bocca di Nicholas Wade (Before the Dawn: Recovering the Lost History of our Ancestors, Penguin Press, New York 2006) di una popolazione europea proveniente da un piccolissimo ceppo ed immutata per circa il novanta per cento da oltre quarantacinquemila anni, da prima dell’estinzione nelle nostre terre dell’Homo neanderthalensis. Di un maximum glaciale circa dodicimila anni fa che ha radicalmente decimato tale popolazione, riducendola a comunità microscopiche e totalmente isolate, in cui la deriva genetica ed una selezione al limite dell’estinzione completa hanno avuto modo di dispiegare tutti i loro effetti vedendo la nascita singolare di un tipo depigmentato dalle caratteristiche fortemente individuate, uscito misteriosamente come un nuovo sole dalle brume del solstizio millenario rappresentato dall’ultima glaciazione. Uomini che finiranno per incalzare i ghiacci in ritirata verso nord, dando probabilmente vita, nel quadro del successivo global warming, alla cultura circumpolare ipotizzata ancora da Felice Vinci in Omero nel Baltico (Palombi, Roma 2002) e cui le notti lunghe una stagione paiono riferirsi, per poi essere nuovamente risospinti verso sud quando il clima si raffredderà di nuovo, durante il periodo chiamato Younger Dryas – sino a giungere all’alba dell’Olocene alla loro ultima dimora comune nell’Europa centrale, prima di irraggiarsi sino ai più remoti angoli del globo sulle onde della rivoluzione neolitica.

La rivoluzione neolitica – e la nascita delle grandi culture spengleriane che essa innesca dopo le centinaia di migliaia di anni di una ripetizione infinita in cui pure persisteranno invece le poche società di caccia-e-raccolta restanti – rappresenta infine un precedente esemplare del solstizio d’inverno, del momento di svolta, che caratterizza altresì la nostra epoca, quella che in un modo o nell’altro appare lecito considerare come la “fine di un ciclo”, fine che Locchi stesso profetizza come aperta, da un lato sulla “fine della storia” di un Brave New World globalizzato in cui nulla più è destinato ad accadere, dall’altra sul futuro (postumano?) di un nuovo inizio, di uno Zeit-Umbruch, di una rinnovata e primordiale Singolarità storica.

***

Il primo saggio di Giorgio Locchi qui presentato riguarda il tema della linguistica moderna, al tempo stesso tuttora paradigma esemplare delle scienze umane, e disciplina che si costituisce in scienza proprio nell’atto dello spalancarci una finestra sull’eredità indoeuropea nel momento in cui la cultura dell’Europa romantica si trova ad avere bisogno di un altro, di un nuovo passato per divenire se stessa.

Lo scritto, dell’inizio degli anni settanta,  si riferisce in modo abbastanza trasparente all’egemonia all’epoca in via di consolidamento della scuola e dell’influenza di Noam Chomsky, figura indubbiamente complessa, ma che finirà per cristallizzare in certo modo i  temi di indagine della linguistica, a cominciare dall’esclusione della questione fondamentale dell’origine del linguaggio, e della peculiarità del linguaggio umano, che a loro volta rappresentano chiavi di volta ai fini della comprensione della speciale natura dell’indoeuropeo – di cui pure è oggi possibile ricostruire la lontanissima parentela con il gruppo cosidetto “nostratico” -, specialità offuscata anche dal fatto che la maggiorparte degli studiosi di linguistica sono parlanti nativi di una lingua di tale ceppo, ed hanno una percezione solo mediata ed appresa della visione del mondo propria ad altre famiglie linguistiche.

Locchi ha naturalmente un approccio filosofico, ideologico, alla questione, molto lontano dai tecnicismi di cui la materia si nutre. Ma leggendo tali righe si resta sorpresi di come il suo “chiaro pensare” anticipi con facilità quelli che sono i portati della ricerca più recente, laddove l’antropologia culturale e la lessicografia comparata si incontrano con l’etologia, sociobiologia e la neuropsicologia, come esemplificati ad esempio in The First Word: The Search for the Origins of Language di Christine Kenneally (Viking, New York 2007), e riesca a dimostrare ancora oggi quanto la linguistica abbia da dirci persino su quelle che sono state giustamente qualificate come “idee senza parole”.

Il secondo scritto nasce invece con il pretesto di recensire l’opera principale di uno dei maggiori studiosi di cose indoeuropee, con Georges Dumèzil, della metà del novecento, ovvero il Vocabulaire des institutions indo-européennes di Emile Benveniste. L’analisi, strettamente fondata sul dato linguistico e tradizionale, è d’altronde creativa, penetrante ed assolutamente esemplare nello spiegare come il mondo indoeuropeo introduca nella storia non solo tecniche pratiche di appropriazione del mondo fisico e biologico, ma soprattutto una tecnica di messa-in-forma delle relazioni socio-politiche e “giuridiche” che resteranno alla base dei concetti stessi di genos, di polis, di imperium, sino alle loro propaggini classiche, medievali e moderne, e alla base della differenza che ha connotato l’identità indoeuropea nei suoi contatti con le popolazioni, le culture e le civiltà con cui è via via venuta in contatto – del resto  innescando e fecondando invariabilmente in quest’ultime reazioni complesse per via di imitazione, competizione e rielaborazione (vedi anche al riguardo di Giorgio Locchi “Nazione e Impero”, in Definizioni, SEB, Milano 2007).

E’ inutile d’altronde dire che tale messa-in-forma rappresenta l’applicazione di una primordiale e più generale visione del mondo che si esprime in ogni campo, e che dà naturalmente luogo ad una cosmogonia analizzata nel terzo saggio qui presentato, attorno cui l’identità fondamentale indoeuropea organizza, spiega e comprende l’universo e la sua storia, e che rieccheggia con toni sostanzialmente identici, a distanza di migliaia di anni e di chilometri, nel mito nordico-germanico quanto in quello indo-ario. Identità ancor meglio messa in rilievo dal serrato confronto con la tradizione speculare di un’altra mentalità e di un’altra cultura, quella che vede il suo proprio mito cosmogonico sancito nella Genesi, la cui narrazione ossessiona, tanto in forma religiosa e letteralista quanto in forme più o meno secolarizzate, la civilizzazione contemporanea.

Infine, chiude la presente breve antologia l’articolo con cui Giorgio Locchi ebbe occasione di introdurre qualche anno dopo il numero 21-22 di Nouvelle Ecole, interamente dedicato agli studi in materia. Tale articolo rappresenta tuttora, a distanza di circa trent’anni, la migliore spiegazione del perché il nostro autore, così come Adriano Romualdi (Gli indoeuropei. Origini e migrazioni, Edizioni di Ar, Padova  2004) ed altri, hanno costantemente ritenuto cruciale il tema dell’eredità indoeuropea e di ciò che la stessa può oggi rappresentare e significare ai fini della possibilità stessa di immaginare un diverso possibile destino per le comunità che ad essa si richiamino.

Stefano Vaj

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