Economia. Buone nuove: ma sarà vero?

Angelo Spaziano

Buone nuove per il nostro sconquassato paese. L’agenzia internazionale Fitch ritiene che «nei prossimi anni ci potrebbero essere delle pressioni al rialzo del rating sovrano dell’Italia se il rapporto debito-pil inizierà a scendere verso il 100% e a fronte comunque di una sostanziosa crescita del pil».

Secondo le teste d’uovo di Fitch infatti la Penisola sarà in grado di far fronte agli impegni di riduzione del deficit «perché c’è una forte pressione a livello europeo sul rispetto degli obbiettivi». Buone nuove dal fronte meridionale, quindi. Anche se non si sa proprio in che modo sarà possibile raggiungere i suddetti obbiettivi. Intanto gli italiani, tra il rincorrersi di voci su possibili patrimoniali, prestiti forzosi, Ici e tasse varie, fanno i debiti scongiuri.

Sul fronte settentrionale invece, Standard & Poor’s, “anima” gemella di Fitch, ne ha combinata un’altra delle sue, decidendo alquanto sciacallescamente di retrocedere il rating d’affidabilità dell’Irlanda precipitando d’emblée la “tigre celtica” nella sentina degli insolventi. Il declassamento del debito irlandese infatti va da A ad A- per quello a lungo termine e da A-1 ad A-2 per quello a breve. E non solo. L’ignominiosa degradazione è stata pure accompagnata dallo spauracchio di ulteriori bis.

Questa decisione rappresenta una clamorosa conferma di come Eurolandia sia ancora in stand by all’interno del tunnel della crisi. Naturalmente la manovra ha mandato in fibrillazione le cancellerie del Vecchio Continente, sempre più spaventate dal proditorio attacco lanciato dai pescicani di S&P – e dalla speculazione globalizzata – alla fortezza Europa. E sempre più atterrite dalla possibilità che, prova che ti riprova, alla fine la diga comune finisca col cedere, rovesciando sui cittadini dell’Unione un apocalittico oceano di palta.

A questo punto, col gioco che s’è fatto duro, i duri hanno deciso d’iniziare a giocare, tanto che a Bruxelles è stata fissata, per il 4 marzo prossimo, la convocazione di un vertice straordinario. Il summit sarebbe stato investito della salvifica missione di raccogliere il guanto di sfida e cavare le castagne dal fuoco di Eurolandia. Come? Semplicemente cercando di ottenere un’intesa sui temi più scottanti che assillano la corpulenta carcassa della moneta unica. Una divisa obesa di debiti, afflitta dall’ipertensione speculativa, dall’iperglicemia degli interessi giugulatori e dal colesterolo dei titoli spazzatura.

Uno dei problemi da risolvere è rappresentato dal cosiddetto fondo salva-stati (Efsf). L’orientamento, a grandi linee, è quello di erigere dei possenti valli protettivi attorno al Forte Alamo europeo. Una ridotta dall’Atlantico agli Urali da dove potersi comodamente difendere dai reiterati attacchi della speculazione internazionale capeggiata dal perfido generale Santa Ana (vedi: disintegrazione dell’Unione e tracollo dell’uomo vitruviano). Il raggiungimento di un’intesa sarebbe insomma un segnale forte lanciato ai mercati atterriti.

La Germania ha da sempre guardato con teutonica diffidenza ad ogni ipotesi di serrare le fila della difesa continentale dell’euro, temendo di rimetterci molto del suo potere. Tuttavia, pare che Angela Merkel sia stata fulminata sulla via di Bruxelles e la recalcitrante crucca ora sembra finalmente aver cambiato spartito. «Potremmo modificare il quadro e l’efficienza dell’Efsf», ha infatti ammesso il viceministro delle Finanze tedesco Joerg Asmussen. Le resistenze tedesche infatti vertono soprattutto sull’eventuale concessione a questo fondo della facoltà d’acquistare titoli di Stato a propria discrezione.

Le ostilità di Berlino quindi potrebbero rientrare nel caso l’operatività dell’Efsf sul mercato primario sia sottoposta a un’occhiuta vigilanza. Ovvero, sia drasticamente ridimensionata rispetto alle intenzioni originarie. Secondo fonti attendibili, infatti, l’ipotesi dell’istituzione di questo nuovo organismo non sarebbe poi tanto bislacca, avendo molte caratteristiche in comune col ruolo già ricoperto dal fondo attuale. Vale a dire quello di prestare denaro ai governi in difficoltà. In tutti i modi, ha aggiunto Asmussen, «una maggiore flessibilità sarebbe comunque garantita».

La Germania, ha continuato la stessa fonte, si è finora tenacemente opposta all’acquisto di bond dal mercato secondario ma non può fare altrettanto sul mercato primario. Insomma, batti e ribatti il problema rimane quello di sempre. La Germania vince le battaglie ma perde le guerre. Ora però, con l’aria che tira, il gigante sarà obbligato a mutare drasticamente strategia. Se non intende incappare in un’altra tragica disfatta.

Angelo Spaziano

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