E ora, governo di Grande Coalizione?

Angela Azzaro

Il successo della manifestazione del 13 merita tante letture. Le piazze italiane, stracolme di uomini e di donne, non hanno avuto un segno univoco. Alle parole d’ordine delle organizzatrici si sono sovrapposti tanti altri slogan, messaggi, posizionamenti critici. Il dibattito che ha preceduto la giornata di domenica e che ha, fatto davvero importante, attraverso quasi tutti i principali giornali italiani, da quelli più piccoli a quelli più grandi, non si è dissolto in una sola voce. Le differenze restano molto forti tra chi per esempio parla di dignità e chi invece parla di libertà. Saranno differenze conciliabili? Si spera di sì. Ma per riuscirci servirà che chi ha organizzato la manifestazione riconosca le diverse posizioni valorizzandole e non escludendole.

Una cosa però è certa. Il 13 è stata una manifestazione di opposizione. Certo, un’opposizione particolare perché capeggiata dalle donne e proprio perché capeggiata dalle donne così riuscita. Un’opposizione che domenica ha messo in scena una sorta di Nuovo Ulivo, più combattivo ma anche più riflessivo, capace di parlare a tantissime persone.

Ma non basta dire Nuovo Ulivo. Dal punto di vista della composizione dell’opposizione a Berlusconi, è stata messa in scena qualcosa di più. In piazza insieme alle donne del centrosinistra c’erano per la prima volta anche le donne di Futuro e Libertà. Anzi, sono state proprio le esponenti di Fli le uniche politiche di professione ad aver parlato dai due principali palchi, Giulia Bongiorno a Roma, Flavia Perina a Milano.

Che anche da questo punto di vista il 13 sia foriero di cambiamenti politici importanti? Sembrerebbe che la strada che i leader dei principali partiti d’opposizione vogliono perseguire sia proprio quella. Il passaggio elettorale è ancora incerto, ma sia che si vada alle urne sia che non si vada, pare obbligatoria la scelta di un governo di “Grande Coalizione” che va dal Pd a Vendola, passando per il Terzo Polo. Obiettivo le riforme che servono al paese, tra cui – urgente – quella elettorale.

Questo quadro, che alcuni commentatori politici completano con due ciliegine sulla torta – la presidenza del Consiglio andrebbe a Massimo D’Alema, quella della Repubblica a Gianfranco Fini – hanno una serie di punti di sofferenza tra cui la chiusura del Pd a Di Pietro, quella di Casini a Vendola e quella di Vendola a Fini. Uno scacchiere così complicato rischia di ledere la credibilità di questo progetto che però, al momento, sembra l’unico in grado di far uscire l’Italia almeno formalmente dal “berlusconismo”.

Fatta la riforma elettorale, ognuno potrà poi giocare da solo o con chi vuole e presentarsi davanti all’elettorato non per un governo di transizione, ma per un governo vero e proprio. Una sfida difficile e che sarà in grado di chiudere una brutta fase della vita politica e civile italiana solo se davvero si saprà proporre ai cittadini una vera alternativa. Ma questo passaggio, l’unico che potrà battere nel profondo il berlusconismo, sembra ancora essere molto lontano.

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