Avanti popolo. Il Pci nella storia d’Italia

Raffaele Morani

Eccomi alla mostra “Avanti Popolo, il Pci nella storia d’Italia”, alla Casa dell’Architettura a Roma. E’  l’ultimo giorno di apertura e, approfittando della contemporanea partita dell’Italia nel 6 Nazioni, ho pensato di unire due mie grandi passioni.

La mostra presenta alcuni pezzi originali ma è soprattutto multimediale, con possibilità di visionare documenti d’epoca in formato telematico. La luce è soffusa dentro la grande sala, sono illuminati i vari pannelli digitali della mostra e vari i pezzi in esposizione dopo tanti anni o anche per la prima volta. La sala è stracolma, si fa fatica a fermarsi per più di qualche minuto davanti alle varie tappe di questo cammino nella storia di un partito e di un’idea ma anche d’Italia, con tanti riferimenti a quello che contemporaneamente accadeva nel mondo.

Perché l’internazionalismo non era solo uno slogan  ma, come ricordano le foto ed i filmati che scorrono sui pannelli alle pareti, l’attenzione alla lotta del Vietnam o del Cile o alla Palestina era veramente forte e sentita a tutti i livelli in questo strano “Paese” che era il PCI. Dai dirigenti nazionali a quelli locali, dagli intellettuali agli ultimi militanti della sezione, quelli che ho fatto in tempo a conoscere anch’io, visto che sono nato nel 1971, mi sono iscritto alla FGCI nel 1988, ed il mio primo voto l’ho dato nel 1989 alla lista del Pci alle elezioni europee di quell’anno.

Quei vecchi e giovani militanti che credevano sinceramente in un mondo migliore, consideravano il Partito, con la “P” maiuscola, come una casa aperta a tutti, e dopo una giornata di duro lavoro si facevano in quattro per realizzare un’iniziativa politica, un dibattito sui problemi del quartiere della città o sulle questioni internazionali, anche quelle più ostiche. Perché bisognava avere i piedi per terra ma sapere anche tutto quello che succedeva intorno a noi.

Quei militanti che facevano i salti mortali per diffondere l’Unità casa per casa, la domenica mattina, e si prendevano le vacanze per fare i volontari agli stand delle “Festa dell’Unità”, che non erano solo dei ristoranti a buon mercato ma erano anche luoghi dove fare aggregazione, dibattiti culturali e politici e dove era tassativa la presenza della libreria oltre che della balera.

Certo, tanta generosità personale si univa all’esaltazione del ruolo guida dell’Urss, esaltazione che era anche critica, perché “noi siamo italiani e siamo diversi da loro”, che sono pur sempre una dittatura anche se “a fin di bene”, come dicevano a noi giovanissimi i compagni più anziani ormai più di vent’anni fa.

Nelle teche di vetro vedo, purtroppo velocemente a causa della spinta della folla, gli originali dei “Quaderni del Carcere” di Gramsci, appunti originali di Togliatti e Berlinguer, copie dell’Unità clandestina che annuncia l’insurrezione generale del 25 aprile 1945, ma anche Il Pioniere, rivista per i bambini degli anni ’50 ed i fotoromanzi preparati dall’ufficio propaganda e rivolti ai lavoratori e lavoratrici al fine di dare messaggi edificanti.

Iil Pci non viveva sulla luna e tutti i mezzi erano buoni per veicolare il proprio messaggio, anche quelli che facevano storcere il naso ad alcuni intellettuali. Ecco un ciclostile paracadutato dagli alleati ed utilizzato dalle formazioni partigiane durante la resistenza, il registratore utilizzato per le sedute del Comitato Centrale, ma anche il proiettore in super 8 per la “Befana comunista”, festa offerta dal partito ai figli del personale che lavorava alle Botteghe Oscure, la mitica sede nazionale.

Proprio un lessico familiare d’altri tempi, ma che interessa molta gente che è presente non a celebrare ma a ricordare, o anche solo a conoscere. Ci sono centinaia di persone attorno a me che si fermano ad osservare i cimeli o si infilano la cuffia per ascoltare l’audio dei filmati d’epoca. Sono veramente di ogni età e condizione. Molti sono giovanissimi, e si assiste in religioso silenzio ad un documentario che ricostruisce l’impegno di alcune sezioni del Pci che qualche decennio fa accolsero e ospitarono per mesi i figli dei compagni di altre regioni d’Italia impegnati in una dura lotta per difendere il proprio posto di lavoro.

Sono immerso nei miei pensieri su quanto siano differenti i nostri tempi rispetto a quelli di ieri, quando mi accorgo che nella saletta multimediale si è liberato un posto e mi ci fiondo in un nanosecondo! Eccomi seduto davanti ad un monitor, infilata la cuffia scorro le varie fasi della storia del Pci: la nascita, la lotta contro il fascismo, la clandestinità, gli anni ’50 e ’60, la solidarietà nazionale ed il terrorismo, i grandi capi Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer, gli amministratori locali come Dozza e Petroselli, ma soprattutto la gente comune, i tanti militanti di cui parlavo prima, immortalati in  documentari realizzati dalla Rai ma anche dalle prime televisioni private degli anni settanta o dall’apparato propaganda del partito.

Ci sono alcuni buchi in questa storia bella e tragica. Ad esempio si parla ampiamente dell’Ordine Nuovo di Gramsci e del congresso di Livorno, ma si accenna appena alla figura di Bordiga e si tace completamente sul ruolo di Bombacci, anche loro protagonisti della nascita del comunismo in Italia ma poi condannati dalla damnatio memoriae per le loro scelte successive.

Si parla del meraviglioso e straordinario 1956 e dell’appoggio all’invasione sovietica dell’Ungheria, poco dell’opposizione del leader sindacale Di Vittorio e di altri intellettuali a quell’ improvvida scelta. Ma non importa, quello che vedo sono soprattutto i volti della gente comune, quello che ascolto in cuffia sono le loro speranze, aspirazioni  e sogni.

Io, comunista del “terzo millennio”, nato nell’anno del cinquantenario del PCI, sono ormai alla soglia dei quarant’anni di vita e 20 anni fa, quando il PCI si sciolse aderii da subito al Movimento per La Rifondazione Comunista, vedo quei volti e sento quelle voci, l’emozione è forte, mi accorgo che c’è la fila fuori per accedere alle postazioni multimediali e allora mi alzo e cedo il mio posto, ma mentre prendo l’uscita continuo a pensare a quello che ho visto e sentito, e qualche lacrima scorre sul mio volto.

Raffaele Morani

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