Roberto A. Appetiti. All’armi siam fumetti

Silvio Botto

La recensione che segue è stata pubblicata su Linea Quotidiano, il 3 gennaio scorso.

La redazione


I fumetti sono una cosa seria. Altro che “giornaletti” o “giornalini”, come venivano chiamati con un certo disprezzo per indicare il passatempo preferito dei bambini o alla peggio di giovanotti ignoranti e un po’ ritardati. Se n’erano accorti soprattutto nelle sacrestie e negli uffici della censura dell’Italietta democristiana del secondo Dopoguerra, quando le prime pubblicazioni popolari con le “nuvole parlanti”  cominciarono a preoccupare genitori, preti e solerti educatori.

Il rapporto fra la nascente editoria del fumetto e la cultura ufficiale e accademica è stato «Pessimo, almeno fino alla fine degli anni Settanta», ricorda Sergio Bonelli, figlio del creatore di Tex Willer (ancor oggi uno dei tre fumetti più venduti al mondo) e lui stesso autore e sceneggiatore di svariati personaggi di successo: da Zagor a Mister No. «Poi dagli anni Ottanta qualcosa ha cominciato a cambiare. Fino ad allora – continua Bonelli – i fumetti venivano considerati alla stregua di materiale pornografico, i genitori pensavano che i figli morissero dalla voglia di leggere Manzoni ed erano preoccupati che i fumetti potessero traviarli, distrarli da letture più importanti, incoraggiandoli alla pigrizia. Da parte nostra non abbiamo mai cercato di compiacere critici, intellettuali e politici, ma solo di rivolgerci al nostro pubblico e ai suoi sogni»

L’intervista a Sergio Bonelli fa parte, insieme con altri 26 capitoli che spaziano su gran parte della produzione italiana e su alcuni importanti fumetti stranieri, del volume All’armi siam fumetti, pubblicato in questi giorni a cura de “I libri de il Fondo” di Miro Renzaglia e scritto da Roberto Alfatti Appetiti. Abruzzzese, 43 anni, giornalista e scrittore, collaboratore del Secolo d’Italia e del mensile Area, Alfatti Appetiti si è specializzato da anni nell’approfondimento di vari aspetti della cultura popolare e su internet cura un frequentato e apprezzato blog letterario: “L’eminente dignità del provvisorio”. Il saggio (12 euro) è acquistabile online sui siti ilmiolibro.it e feltrinelli.it oppure su ordinazione in libreria.

Schiacciato da un lato dal bigottismo democristiano e dall’altro dalla rigida mentalità dell’impegno, propugnata dall’intelligentsia marxista, il fumetto italiano è stato costretto per diversi decenni a inventarsi percorsi carsici, poco visibili, che tuttavia hanno sempre finito per tornare in superficie e influenzare a fondo la cultura popolare del nostro Paese. Perché se ben pochi hanno letto Il capitale di Marx o la vita di Don Sturzo, a tutti è capitato di sognare tenendo fra le mani un albo di Tex, Diabolik, Alan Ford o Corto Maltese.

Giornalini o giornaletti, secondo alcuni. In realtà vera letteratura illustrata, che affonda le sue radici nell’opera di grandi autori mondiali dell’Ottocento e del Novecento. Ecco di nuovo il parere di Sergio Bonelli: «Il fumetto altro non è che letteratura popolare. Nelle nostre storie si sente l’influenza di classici dell’avventura come Jack London, Joseph Conrad, Robert Stevenson, Emilio Salgari e soprattutto del romanzo western di Zane Grey e Louis L’Amour, ma anche dei racconti popolari a puntate, i cosiddetti feuilleton. Con un occhio sempre rivolto al grande cinema hollywoodiano, alla fisicità straordinaria di attori come John Wayne e Gary Cooper. Naturalmente oggi cerchiamo di intercettare i gusti dei più giovani, affrontando generi lontani dalla nostra produzione iniziale come il noir e le detective-stories, la fantascienza, la fantasy e persino l’horror».

L’avventura con la “A” maiuscola, negata alle generazioni del Dopoguerra in nome della moralità pubblica e dell’impegno ideologico e sociale, rientra quindi dalla finestra del fumetto, che assume un ruolo di gran lunga superiore al semplice passatempo di evasione. Ecco un altro estratto dal volume di Alfatti Appetiti, e questa volta a parlare è il più grande di tutti: Hugo Pratt, creatore e disegnatore di Corto Maltese. «La parola avventura fu messa al bando. Non è mai stata ben vista, né dalla cultura cattolica, né da quella socialista. È un elemento perturbatore della famiglia e del lavoro, porta scompiglio e disordine. L’uomo di avventure, come Corto, è apolide e individualista, non ha il senso del collettivo. Bisognava rispolverare Marx ed Engels, autori che mi annoiarono immediatamente. Venni subito accusato di infantilismo, di fascismo e di edonismo, ma soprattutto di essere evasivo, inutile come quegli scrittori che mi piacevano e che avrei dovuto dimenticare. Non ci riuscii e mi accorsi che c’erano parecchi altri che leggevano i narratori contestati. Alla fine ci riconoscemmo come una élite desiderosa di essere inutile».

Splendidamente inutili, Pratt e il suo Corto Maltese. Personaggio che non a caso prende corpo dopo una lunga esperienza del disegnatore veneziano in nazioni come Francia e Argentina, dove il fumetto viene da sempre considerato alla stregua di “vera” letteratura. Inutili ed eterni dato che ancora oggi, a quarant’anni dalla “nascita” del marinaio e a quindici dalla morte di Pratt, le avventure di Corto Maltese sono tradotte, pubblicate e vendute in tutto il mondo.

La cavalcata di All’Armi siam fumetti non trascura i personaggi più di “rottura”, come Diabolik, Satanik e Kriminal; che spezzano il luogo comune che voleva i protagonisti dei fumetti «eroi bravi, buoni, senza difetti, che non mangiavano mai né facevano l’amore». E si conclude con l’analisi sul fenomeno delle riviste specializzate degli anni Settanta, come gli intramontabili Monello e Intrepido fino ai più recenti Lanciostory e Skorpio, che oltre a rappresentare un indiscutibile successo commerciale (vendevano più di 500 mila copie) ebbero il merito di far conoscere al grande pubblico i maestri del fumetto sudamericano come Oesterheld (padre de L’Eternauta), Robin Wood, Enrique Breccia, Carlos Trillo, Guillermo Saccomanno.

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