Norme sacrali dell’arianesimo arcaico

Luca Leonello Rimbotti

Ogni tanto, qua e là, nell’orizzonte desertico dell’Occidente che muore, si affacciano schegge di un passato tradito e rinnegato dalla società progressista: è stato il caso, qualche anno fa, della Nietzsche-Renaissance, oppure del rilancio della sapienza greca presocratica ad opera di Giorgio Colli. Oppure, più recentemente, la rinascita degli studi storici intorno alle società barbariche dell’alto Medioevo. Un’altro caso macroscopico, poi, è la larga – troppo larga – diffusione che hanno conosciuto le dottrine antico-orientali, che si sono infiltrate in Occidente sotto la deforme rubrica di New Age, e che rappresentano un’ulteriore degradazione di messaggi di sapienza e d’ordine, dai divulgatori “democratici” spacciati come ottime tecniche esotiche per vincere lo stress di donne in carriera o di manager aziendali. Tutto questo rappresenta la miseria interiore del mondo atlantico-occidentale che si è insediato sulla nostra Tradizione, distruggendola prima, e recuperandone poi qualche relitto stravolto.

Oggi si fa di più, si raggiungono le fonti stesse di quel mondo ario-indoeuropeo che fu l’origine prima della nostra civiltà, ma che sono state essiccate e martirizzate da un paio secoli di propaganda razionalista, progressista, egualitaria, democratica. E si inserisce la riscoperta “esotica” nell’ambito di uno dei sintomi occidentali della malattia: il concetto di “rispetto” della “cultura dell’altro”. Nella prefazione alla recente riedizione del venerando Codice di Manu, pietra d’angolo della società indo-aria e documento tra i primi di cultura filosofica, cosmologica, giuridica della storia umana, uscito da Einaudi col titolo Il trattato di Manu sulla norma, Aldo Schiavone vuole per l’appunto precisare che si tratta di un reperto che rappresenta l’opposto della cultura occidentale, che dunque ci è estraneo, che proviene da mondi a noi alieni. Ma che, siccome il democratico-progressista di oggi è uomo di tolleranza, di vasta apertura mentale, di attenta cura per le culture esogene, ecco che dunque veniamo invitati a leggere il Codice di Manu per «ragioni morali», perché insomma «la cultura dell’altro va rispettata».

Noi chiediamo all’istante: “cultura dell’altro”? Il Codice di Manu, veramente, se non andiamo errati, è la nostra cultura, rappresenta le nostre origini, è la nostra radice: essendo, al contrario, ogni cosa sappia di egualitarismo, di “democrazia”, di ipocrita tolleranza, di progressismo, di universalismo, di “diritti”, precisamente un insieme di valori del tutto ignoti alla nostra Tradizione. Qualcosa che ci è stato imposto attraverso la conquista militare e poi il terrorismo psicologico dispiegato da agenzie e concezioni – queste sì davvero “occidentali”, ma nel senso di “antieuropee” – a noi estranee: strutture fatte accampare in Europa da stranieri, che ci hanno imposto il sovvertimento della nostra Tradizione per legge, inoculando nei nostri popoli valori che essi mai avevano riconosciuto come propri. Opponiamo a Schiavone che per la vera Europa la “cultura dell’altro” non è il Codice di Manu, ma lo sono le costituzioni occidentali, egualitarie e democratiche: e ci chiediamo quanto possa per esse valere il “rispetto”.

Il Codice di Manu è quel documento – la cui ultima stesura risale, forse, a un periodo tra il VI e il II secolo a.C, ma le cui fonti sono ben più arcaiche – che fu alla base della società sacerdotale-guerriera indoeuropea impostasi con la conquista aria dell’India in tempi che gli storici collocano intorno al 1500 a.C.: vi veniva sancita la somma gerarchia della società umana, come riflesso dell’ordine cosmico stabilito dalle potenze divine. Già noto in Italia per la precedente versione Adelphi del 1996 e per quella condensata di Sonzogno del 1912, il Manava-dharma-shastra presenta una società divisa rigidamente in ordini, in classi, in caste: sacerdoti-brahmani, guerrieri-kshatrya, contadini-vaishya. Poi, in fondo alla scala, anzi sotto la scala, i fuori-casta, i sudra, i servi, ulteriormente declassati infine nei tschandala, gli intoccabili, gli “impuri”, in non-uomini. Le leggi umane, presentate da Manu – mitico progenitore dell’uomo ed emanazione del grande Brahma –, quali ferree derivazioni dall’ordine cosmologico, esprimono al più alto grado la sacralità del proprio posto nel mondo: ogni casta ha il suo dharma, la sua legge di vita; ed ogni uomo ha il suo kharma, il proprio indefettibile destino. Mano a mano che si sale lungo la scala gerarchica i doveri aumentano, le responsabilità si aggravano, l’idea di servizio si precisa: a governare sono i migliori, i selezionati. Ma il potente, il signore, lungi dall’essere sciolto dal dovere in virtù della sua collocazione sociale privilegiata, ne rappresenta anzi la massima espressione. Il tutto si inquadra nel significato di ordine sacrale e di aristocrazia immutabile: la gerarchia indica il senso dello stare “ognuno al suo posto”, una volta per tutte e con onore. Da qui discende, nel Codice, una messe inverosimile di obblighi, ritualismi, prescrizioni anche alimentari, igieniche, comportamentali, matrimoniali, genetiche. Al vertice di questa concezione troviamo l’idea di purezza. Tutto si fa per la purezza, interiore e fisiologica: e l’aristòcrate ne rappresenta l’ipostasi, la protezione razziale della progenie essendone il risvolto sociale.

Ora, noi ricordiamo sommessamente ad Aldo Schiavone che queste cose non appartengono per nulla a un universo esotico, lontano, affondato nelle profondità dell’Asia remota nel tempo. La società trifunzionale – studiata come sappiamo, tra gli altri, dal Dumézil – in Europa ha continuato ad esistere, pressoché immodificata nelle grandi linee, dai primordi indoeuropei fino alla Rivoluzione francese ed anche oltre. In proposito esiste una vasta bibliografia concernente la continuità fra gli ordini ancestrali indoeuropei e quelli della società europea legata all’ancient régime e suddivisa in “stati”: e ad essa rimandiamo Schiavone. Ma poi, una semplice, ginnasiale conoscenza della nostra antichità classica ci informa che, da Teognide a Platone, dalla costituzione spartana all’organicismo romano (Menenio Agrippa), corre un unico filo: ed esso, all’altro capo, termina tra le pagine del Codice di Manu: gerarchia sacrale, suddivisione sociale in ordini rigidi (re, sacerdoti, contadini), sistema schiavile. Dice: ma i Romani divisero il concetto giuridico da quello politico, così rompendo l’unità concettuale presente nell’antico Codice indiano, ed aprendo la strada alla suddivisione dei poteri che è alla base del moderno diritto occidentale dello Stato. Schiavone sbaglia: i Romani, creando il diritto – in specie quello privato separato dal pubblico – non intesero per nulla indebolire la società gerarchica, ma per l’appunto rafforzarla, dotando la sfera privata – si pensi ai poteri assoluti del pater familias – dei medesimi crismi aristocratici di quella pubblica. Roma poi decadde, è vero: ma è qui, e non certo nella Repubblica – ma neppure nei primi secoli dell’Impero – che si deve individuare l’inizio della fine. Nietzsche, come si sa, individuò questa rovinosa corrosione non a caso nel cristianesimo egualitario. E celebrò il Codice di Manu come cosa sua: «mediante il Codice di Manu, le caste aristocratiche, i filosofi e i guerrieri, tengono in pugno la massa; valori aristocratici ovunque, un senso di conchiusione, un dire sì alla vita, un esultante sentimento di benessere di sé e della vita – sull’intero libro splende il sole», scrisse nell’Anticristo.

Noi, più modesti di Nietzsche, ma in linea con tutta la grande cultura europea rivoluzionaria e conservatrice da Spengler a Schmitt, il tracollo di questo sistema gerarchico, da sempre ordinatore della civiltà europea, lo attribuiamo all’intrusione democratico-egualitaria, figlia del pensiero cartesiano, liberal-giacobino, umanitario in senso arrogantemente plebeo. Quell’intrusione ha sovvertito millenari istituti che, da Manu a Licurgo, da Augusto alle costituzioni feudali, da Machiavelli fino al Fascismo e ai teorici tedeschi dell’Ordenstaat, furono sostanzialmente i medesimi: ordine e gerarchia.

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Luca Leonello Rimbotti

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