Martin Heidegger e i pupazzetti di Pablo Echaurren

Antonio Pennacchi

(con la collaborazione di Libera Marta Pennacchi)

Dice: “Ma che significano quei pupazzetti di Echaurren?”.

Ah, e lo chiedi a me? Cosa vuoi che ne sappia io? Io di arti figurative non capisco niente. Vado solo a “mi piace” o “non mi piace” e in tutta la storia dell’arte gli unici che mi siano sempre piaciuti senza riserve – ma non ne so bene il perché – sono Hopper, Salvador Dalì e le torri di Babele dei Bruegel. Prima mi piaceva anche De Chirico – fin che lo conoscevo solo dalle riproduzioni a stampa o sopra i libri – ma quando la conoscenza s’è fatta più intima, dopo che sono andato a una mostra e ho visto i quadri veri con la pittura tutta screpolata, ho detto: “Ma vaffallippa va’, ma che si lavora così?”. Resta comunque che di arte non capisco nulla. Tra impressionismo e espressionismo – per dirne una – faccio una confusione che neanche fra tangente e cotangente quando studiavo topografia al geometri, e quella volta che mi sono dovuto fare l’Argan all’università, certi dolori di testa che nemmeno le botte della Celere. L’artrosi cervicale. Le fitte suboccipitali.

Dice: “Vabbe’, Argan scriveva un po’ difficile, diciamo così. Tu però perché ti sei accinto anche tu ad un saggio di critica d’arte? Non ti pareva un po’ azzardato, non capendoci poi molto?”. Certo, e chi ti dice di no? Tu pensa che sono pure daltonico.

Ma quelli hanno insistito, hanno detto che non gli importava: “Chi vuoi che se ne accorge? Siamo in Italia: se il figlio di Bossi fa il deputato regionale tu non puoi fare il critico d’arte? Ma scherziamo?”. E così m’hanno convinto. Hanno detto che il mio metodo – “mi piace” o “non mi piace” – è più che sufficiente. E a me Pablo Echaurren mi piace. Stop. Ho finito qua.

Dice: “Sì, vabbe’. Però a te Pablo Echaurren ti piace perché è amico tuo. Se non era amico tuo, mica ti piaceva. A fare le critiche così, sono buoni tutti a questo mondo”. No compa’, ferma. Un passo indietro.

Io conosco Pablo Echaurren dal 1973. O meglio: nel 1973 l’ho conosciuto io. Lui no, lui manco m’ha filato e se glielo chiedi adesso, nemmeno si ricorda. Me lo fece vedere Paolo Forte dentro la tipografia di Lotta Continua a Roma quando andammo a portargli i soldi delle sottoscrizioni per le armi al Mir dopo il golpe in Cile. “Quello è Pablo Echaurren”, mi fece piano piano Paolo Forte dandomi di gomito sul fianco – ahò, noi venivamo da Latina – manco fosse stato Che Guevara.

Io – sia chiaro – con Lotta Continua non avevo e non ho mai avuto niente da spartire. Quelli erano trotzkisti. Spontaneisti. Io ero uno stalinista marxista-leninista che veniva da Servire il popolo, ma mi si era già sfasciato il partito mio e adesso ero un cane sciolto – come sostanzialmente poi sono sempre rimasto – senza più catena e senza padroni (la cosa più drammatica è che ogni volta che ho tentato di rimettermela la catena, e di ricercarmi un nuovo padrone, sono sempre stati loro poi – Uil, Psi, Pci, Cgil – a tagliarmela ed a cacciarmi via: “Vaffanculova’, vaffanculo a un’altra parte”. Espulso). Comunque ero stalinista; ma senza partito, senza casa e senza famiglia e quando c’è stato il golpe in Cile non c’era nessuno con cui fare qualcosa a Latina, e allora sono andato da questi di Lotta Continua e assieme a Paolo Forte – che era il segretario – abbiamo messo su la raccolta fondi. Siamo andati in tipografia a farci fare i blocchetti per le ricevute con scritto sopra “Armi al Mir – Soccorso Rosso” e poi via in giro per tutti i professionisti progressisti ad estorcergli qualcosa.

Pare che noi siamo stati i primi in tutta Italia e c’erano alcuni di Lotta Continua di Latina che non erano neanche d’accordo: “Ma che è sto slogan Armi al Mir?”. Paolo Forte invece si convinse e venne. E dopo pochi giorni pure Lotta Continua nazionale – visti i nostri – fece i blocchetti “Armi al Mir” e Pablo Echaurren pure i manifesti. Con lo slogan mio. E quando poi andammo a portargli i soldi e dentro la tipografia a un certo punto ci passò vicino e Paolo Forte mi disse “Quello è Pablo Echaurren”, lui manco ci filò, continuò a passare per i fatti suoi con le spalle curve, i capelli lunghi e la faccia torva.

“E’ affranto per il Cile” mi disse piano piano Paolo Forte in risposta – forse – a una faccia mia più torva della sua: “Chissà i parenti che cià là”. Mo’ pare invece che è vero sì che è di nazionalità cilena com’era cileno il padre, ma in Cile pare che non ci sia mai stato. Quella volta comunque eravamo afflitti tutti per il Cile e noi raccogliemmo i soldi per le armi al Mir. L’avvocato Monda – della Dc – ci diede diecimila lire. E Benedetto De Cesaris cinquantamila. Era il 1973.

Poi qualche anno fa – prima d’andarsene – me lo ha fatto ri-conoscere Giano Accame, persona squisita oltre che intellettuale fine e onesto, capace di ripensare anche il suo stesso pensiero e d’approcciarsi a ognuno e ad ogni nuova cosa con sguardo aperto e scevro da ogni pregiudizio ed ideologia. Giano Accame ci fatto ri-conoscere e diventare amici.

Mia figlia Marta – che lei almeno ha studiato proprio storia dell’arte – sostiene che ci sia più di qualche parallelismo tra le cose che fa Pablo Echaurren e la mia scrittura. Ci accomunerebbe il tono ironico, apparentemente infantile, dell’espressione artistico-creativa e l’uso dei linguaggi “bassi” – non aulici – anche quando si tratti di temi e questioni cosiddette “elevate”.

Marta dice anche che quella di Pablo è una creatività artistica che utilizza i più svariati linguaggi, dalla pittura al disegno, alla scrittura, alla ceramica, alla musica, il collage eccetera. E questa capacità metamorfica mescolerebbe quei linguaggi diversi – pittura e scultura ad esempio; o musica ed arti visive – con risultati assolutamente innovativi. C’è un rapporto osmotico e scambi continui tra arti cosiddette “nobili” e quelle che non lo sono, fino alla definitiva nobilitazione del fumetto, attraverso particolari raffinatezze visive e la sua contaminazione con la ceramica.

Ora è evidente – “non v’ha chi non veda” direbbe Croce – come la ceramica di Echaurren si inscriva tutta nella matrice della tradizione quattro-cinquecentesca. E di questo m’ero accorto anch’io da solo – che non capisco molto d’arte – appena viste le ceramiche di Pablo. Subito – non so perché – era stato un lampo e m’erano venute in mente le terracotte invetriate dei Della Robbia che da ragazzino, quando stavo in seminario, i preti ci portavano a vedere ogni giorno alla Verna. Era il mese d’agosto, noi villeggiavamo a Chiusi e attraversando a piedi il bosco salivamo ogni mattina fino al santuario francescano sopra il monte. Loro – i preti nostri – non è che ci portassero apposta lì per vedere i tondi e le lunette di ceramica dei Della Robbia. Loro ci portavano al santuario per farci camminare – per la salute del corpo quindi, ma anche per quella dell’anima – per farci pregare ed immergerci nel pathos di san Francesco e diventare santi.

Io poi santo, come è abbastanza noto, non ci sono diventato, ma di tutto quel pathos di frati, di mura secolari e di canti gregoriani, sono proprio le ceramiche dei della Robbia – con quei cromatismi assoluti di bianchi e d’azzurri, splendenti – che mi sono rimaste più nell’anima (dice: “Ma se sei daltonico, come hai fatto a vedere i bianchi e gli azzurri, i cromatismi?”. Appunto: io sono daltonico, mica cieco. Non è che il daltonico non veda i colori: li vede diversi da te. Mica vede tutto grigio. Magari fa qualche confusione e non riesce a cogliere alcune distinzioni. Però li vede – a modo suo ma li vede i colori – ed è daltonico oltre l’8 per cento della popolazione maschile. Dice: “Meglio daltonico che gay, allora?”. No, no, non scherziamo. Mica sono premier, ancora). E appena ho visto le ceramiche di Pablo Echaurren subito mi sono tornate in mente – affiorate da chissà quale piega dell’anima – le ceramiche di Luca e Andrea Della Robbia al santuario della Verna, sopra Chiusi. E non sono state evidentemente le forme ed i temi rappresentati da Pablo ad evocarmele – temi e forme che sono, anzi, quanto di più diverso si possa immaginare da quelli: di là la Vergine, il Bambino, i Santi; di qua le bestie ed i bestiari – ma proprio i materiali, i colori, i cromatismi, i nitori, lo splendore. Tale e quale ai Della Robbia i materiali. Ma le emozioni che ne partono – se mi si consente – sono le stesse. Intuizioni liriche, le chiama Croce

E’ qui difatti, dice Marta, in quei temi e forme “difformi” – con l’utilizzo di uno stile disegnativo disgenativo fumettistico, precolombiano, e con segni grafici del tutto estranei alla tradizione della ceramica – che si libra il genio di Pablo. Il suo è un approccio ludico all’arte, e dissacrante, almeno in prima battuta, come giustamente è nella tradizione delle avanguardie e del dadaismo, con grande spazio alle immagini del mondo mentale, conscio ed inconscio.

Al fondo però – secondo Marta – c’è l’horror vacui, la paura della morte e la relativa esorcizzazione mediante l’uso grottesco del teschio. Calvariae ridentes. Teschi che ridono.

Io credo però ci sia anche dell’altro.

Certo l’horror vacui e il dissacrante ci stanno, ma non spiegano da soli tutta quell’ossessione di pupazzetti, perché a me – che ti debbo dire? – a me quei pupazzetti di Pablo Echaurren mi ricordano proprio (esattamente come avvenne con le ceramiche e i Della Robbia della Verna, con la stessa intensità d’intuizione lirica) mi ricordano Pieter Bruegel il Vecchio e tutta la sua progenie.

Dice: “Vabbe’, ma allora pure Hieronymus Bosch e Jacovitti”. Certo, e come no? Jacovitti, il fumetto e tutta quella roba là, me l’aveva già detta pure Marta. A me però il Bruegel che mi viene in mente non è tanto quello dei Proverbi fiamminghi, del Ballo di nozze, dei Giochi dei fanciulli e similari, in cui pure c’è nella tela la simultaneità di diverse e innumerevoli narrazioni. A me quello che si staglia sono le Torri di Babele.

Pieter Bruegel il Vecchio (1528/30-1569) ne dipinse due di queste Torri, o meglio, ne dipinse tre ma ce ne restano due, ma poi i figli suoi – Pieter il Giovane e Jan il Vecchio, che però faceva soprattutto fiori – e i figli ed i nipoti loro continuarono a farne non si quante fino al Settecento. Pare che i Bruegel fossero diventati una specie d’industria, oramai. La gente voleva le torri di Babele? E loro gliele facevano. Copie – dice la critica – copie di quelle due o tre del capostipite. A me mi sa di no.

Per me non sono copie, sono prosecuzioni (e sono anni che ho questa voglia, e lo dico a tutti quanti, a tutti quelli che capiscono d’arte – l’ho detto pure a Pablo e a sua moglie Claudia Salaris; ma a quella interessa solo il futurismo – di organizzare una grande mostra e mettere assieme tutte le Torri di Babele che la razza dei Bruegel ha seminato in più di centocinquant’anni in giro per il mondo; metterle assieme e poi confrontarle una ad una, particolare per particolare e poi contare e catalogare ogni immagine e figurina, simile con simile e variante per variante. E vedere che succede). Mi spiego meglio.

A me all’inizio – ed è una vita che mi piacciono ste torri – pensavo m’attraesse proprio la torre in sé, sia perché sono geometra e ho fatto l’operaio e il muratore, sia per essermi interessato anche di storia e archeologia. E’ storia romana – diciamo così – la mia specialità; o almeno è quella da cui provengo, con particolare riferimento all’arte di costruire presso i Romani. Storia di calce e mattoni, quindi. Per questo mi piaceva la torre e non è vero – come dicono i manuali – che Pieter Bruegel il Vecchio comincia a farle così dopo avere visto il Colosseo a Roma. Del Colosseo, quelle torri hanno solo che sono rotonde. Ma la complessità della costruzione e la precisione nelle tecniche e negli spaccati interni sono figlie della visione diretta della Domus Tiberiana e delle sostruzioni di Settimio Severo attorno al Palatino. Ma anche delle arcate e dei criptoportici di Nerone. Ora non so con precisione quanta di questa roba fosse visibile nel 1551-53, quando Pieter Bruegel il Vecchio risiedette a Roma. Ma lui è lì – attorno e sotto il Palatino – che deve avere passato le ore e i giorni e i mesi a studiare le tecniche di costruzione dei Romani e a concepire le sue torri di Babele. Con gli occhi al Palatino e le terga – se mi si consente – al Colosseo.

A me comunque – all’inizio – era la torre in sé che mi piaceva. Tutto il resto del quadro – il paesaggio agrario, le città sullo sfondo, il porto, le navi, e soprattutto lo sterminato formicolìo di figurine umane affaccendate in ogni e più minuto aspetto della vita quotidiana, dal contadino che zappa la vigna al manovale che impasta la calce, a quello che tira la corda, al muratore che livella i mattoni, a quello che gli si rompe la scala ed a quell’altro che cade dall’impalcatura; tutti minuscoli, infiniti, precisi – mi interessava meno: “Ma tu guarda sti Bruegel!” pensavo tra me. Curiositates. Decorazioni maniacali giusto per dire: “Ci ho messo tutto, non ci manca niente: né quello che ripara le carriole, né la coppietta che di nascosto si dà i baci o il ragazzino che di fianco gioca a lippa”. Tutto all’ombra della torre. O di contorno. Ma era la torre – per me – che contava. Il resto no, il resto mi si è chiarito diversi anni dopo – nel 1990 – quando m’è toccato di studiare Heidegger.

Avevo quarant’anni, lavoravo in fabbrica e m’ero iscritto all’università. A filosofia della storia – a Villa Mirafiori – la D’Abbiero ci aveva dato Essere e Tempo. Una cosa da spaccarsi la capoccia. Altro che i manuali di Argan. Ancora adesso se sento dire in giro “ontico” o “ontologico”, mi viene il colpo della strega. Resto piegato in due all’istante. La gente mi deve soccorrere subito, prima che rotoli a terra. Dice: “Vabbe’, ma scusa: ma che te lo aveva ordinato il dottore? Mica eri obbligato a restare lì. Cambiavi corso e arrivederci e grazie”. Ho capito, ma che figura ci facevo? Quella era stata tutta contenta quando m’ero presentato a inizio corso. “Un operaio a Villa Mirafiori!” faceva poi ogni volta che arrivavo, giungendosi entusiasta le mani al viso. E mo’ le potevo far vedere che l’operaio invece non ci capiva un tubo? E quindi giù a leggermi e rileggermi pagine e pagine intere di Heidegger Essere e Tempo senza capire niente per pagine e pagine intere: “Ma che vorrà dire questo qua?”. Se c’è però una cosa che non m’è mai mancata in vita mia è la tigna, e più non capivo e più andavo avanti a leggere ugualmente: “A costo di impararmelo a memoria, io sto cavolo di Heidegger debbo riuscire a capire che cazzo vuole dire”. Per mesi e mesi. Ma senza risultato.

Poi all’improvviso – una notte – mi si è risolto tutto.

Dormivo. E nel sogno studiavo Essere e Tempo. Studiavo e non capivo. Poi dalla pagina ho alzato lo sguardo alla parete e ho visto un poster dei Bruegel, la Torre di Babele. E la Torre – ossia non solo la torre, ma tutto il quadro, il poster – s’è staccata dalla parete e m’è venuta sotto e è diventata lei il libro. Era la Torre di Babele dei Bruegel adesso che stavo studiando, e non più la torre in sé, ma proprio l’”infinitamente piccolo e minuto[1], tutti gli omini piccoli piccoli uno per uno, ma grossi grossi oramai per me. E allora ho capito.

“Ho capito!” ho proprio urlato in sogno, “Eureka!”, e mia moglie si deve essere pure svegliata, mentre anche Essere e Tempo – ossia la copertina del libro – rideva insieme a me. L’Essere “è” il Tempo, e l’Eternità – il tempo infinito – non è che la Simultaneità. Il Tutto che È, Si Dà e Diviene nello stesso microscopicissimo Istante.

L’ho capito là – di notte – in sogno, perché se in un quadro di Hopper “…l’eterno vive nell’istante / e fa per sempre l’essere compiuto” come nei versi di Scotti[2], tutto l’Essere e Tempo di Martin Heidegger non è che una Torre di Babele dei Bruegel o, meglio, è il tentativo di razionalizzazione per via di logica di quella precisa ed assoluta intuizione estetica.

Dice: “Ma questa è metafisica”.

Ah, non lo so che cosa è. Ma anche secondo Einstein l’universo è curvo, e se l’universo è curvo dice lui – ossia torna su di sé – è curvo pure il tempo, ed ogni distinzione fra passato, presente e futuro fa ridere. Sta solo dentro la testa nostra.

Il mio povero fratello Gianni invece – che ora non c’è più e che aveva amato molto l’India e l’induismo – diceva che tutti noi, ossia il reale, non siamo che un sogno di Dio. Lui – Dio – starebbe dormendo, poiché durante un’eternità è anche giusto che ogni tanto si stanchi e si appisoli, si addormenti. Non è a nostra immagine e somiglianza? Ma nel sonno – e soprattutto nel sogno – lui, come noi, non riesce più a governare attraverso l’Io tutto il suo Es. E così l’Es – ossia ogni parte di Lui, ogni più piccolo recesso sia del bene che del male – se ne va in giro libera e gioconda. Dio sogna. E sognando si disperde, s’allarga, si spande e si espande. Noi – il nostro cosmo – non saremmo che questo: un suo sogno, o meglio un incubo, in cui ogni parte di Dio, priva di unitario controllo, sognando sé stessa che gioca alla materia si fa reale. Ma un incubo appunto, poiché questo cosmo reale – in cui la vita, per vivere, è costretta a cibarsi d’altra vita – è dominato dal segno della violenza e del male. Povero Dio. Deus sive natura, dice Spinoza. Bisognerebbe svegliarlo.

Dice: “Ecco, appunto. Ma quand’è che si sveglierà?”. Ah, questo non lo so. Questo, mio fratello Gianni non l’ha detto.

Forse – però – si sveglierà proprio quando la torre sarà finita. Marta dice pure difatti che i Bruegel stanno dentro il barocco. C’è già Borromini in quella torre, poiché essa non è – come nel racconto biblico – un segno d’inanità o di sventura, la collera di Dio. Essa, anzi, ne è l’esatto contrario. E’ ancora incompiuta ma è a spirale (o meglio è a elica, perché si chiama spirale quando si disegna in piano, ossia sulle due dimensioni di lunghezza e larghezza; ma quando poi si libra in altezza nello spazio a tre dimensioni, allora si chiama elica) e l’elica e la spirale rappresentano fin dai primordi – fin dall’arte orientale – il progresso verso la conoscenza. E la conoscenza assoluta – quella piena e finale – è appunto ciò che chiamiamo Dio. Lui, forse, si sveglierà felice e contento – “salvato” – quando la torre della conoscenza umana sarà terminata. Possiamo svegliarlo – e salvarlo – solo noi.

Dice: “Con i pupazzetti di Echaurren?”.

Certo, pure con quelli.

Perché i Bruegel li facevano? Non avevano proprio nient’altro da fare? Decorazioni fini solo a sé stesse? No. Pure Echaurren – che come me e Paolo Forte voleva trent’anni fa rifondare il mondo (ma menomale che non ci siamo riusciti) – dice che adesso lo vuole solo decorare il mondo. Ma non è vero. Che ne capisce lui? Dice: “Ma lui è l’artista”. Embe’? La sua arte all’artista gliela deve spiegare il critico. Sennò che ci sta a fare? Non mi chiamavi e restavamo in pace. Lui poi dice pure però che da piccolo – quand’era ragazzino – voleva fare il paleontologo o l’entomologo. Gli insetti. I dinosauri. Il classificatore. E i Bruegel – coi pupazzetti loro – non catalogavano l’eternità? L’eternità in un solo istante, la simultaneità di tutte le manifestazioni dell’Essere. La sua fenomenologia.

Ed è per questo che le Torri di Babele dei figli, dei nipoti e dei pronipoti di Pieter Bruegel il Vecchio non sono copie delle Torri del nonno, ma prosecuzioni del lavoro suo. Potevano mai bastare due o tre tele per finire di catalogare l’infinito? Hai voglia tu, a disegnare ancora. Generazioni e generazioni, se tutto va bene. E Pablo Echaurren s’è messo a continuare quel lavoro.

Dice: “Ma non c’è la torre”.

E che vuol dire? Ci sono i pupazzetti però, e qualche passo avanti l’avrà fatto anche l’arte nel frattempo, no? Mica si fanno più i quadri di una volta. Pure Bruno Barborini – un pittore di Latina, un colono friulano del 1924, emigrato qua negli anni Trenta per la bonifica ma conosciuto adesso anche in Messico e a New York – prima della seconda guerra mondiale faceva i disegni come Giotto e Raffaello. Ma dopo s’è messo a dipingere l’uomo frammentato, l’uomo che non si ritrova più, esploso od imploso all’interno esattamente come l’identità d’ogni uomo bonae volumptatis dopo il brusco risveglio del secondo Novecento. Hai voglia tu, a rifondare mondi. Ma non serve la torre – come non serve più il ritratto preciso di quell’uomo – basta l’idea. E basta solo un segno – basterebbe anche un numero, come per le barzellette dei pazzi; e non escludo che prima o poi si metta a pitturare numeri – per dare l’idea di una sola ed individua faccia delle infinite facce dell’Essere. E’ questo che fa Pablo con tutti i suoi teschi, bestiari e pupazzetti: cataloga enumerandole tutte le facce di ciò che chiamiamo Dio o – meglio – del suo Es in piena espansione onirica.

Dice: “E quando finisce?”. Mai, calcolato col tempo umano. Ma che vuoi che sia? L’eternità non è un solo istante? E poi noi mica abbiamo fretta. Generazione dopo generazione, esattamente come Yu Kung rimosse le montagne – una carriola al giorno, giorno dopo giorno – noi raggiunta ed esplorata l’ultima galassia ed esperita l’infinitesima manifestazione ontica ed ontologica (ma pure disgenativa) di tutto il Dasein del Tempo, noi metteremo l’ultimo mattone sulla cima della torre della conoscenza umana. E il Dio Sconosciuto – il Tutto – sarà ricomposto e finalmente si sveglierà. Salvato.

E’ la Torre di Babele dei Bruegel – con dentro tutti i pupazzetti loro e quelli di Echaurren – la città di Dio, la civitatem Dei.

Altro che dissacrante. L’arte di Echaurren è arte sacra. E’ pure quella, come i Bruegel, i Bosch e gli Jacovitti – magari un po’ più facile, diciamo, estetica – l’Essere e Tempo di Heidegger.

(Dice: “Ma disgenativo che significa?”. Ah, non lo so proprio. Forse ha a che vedere con Genus, con genesi, più il prefisso separativo dis-, ossia una cosa del tipo mutazione genetica: veniva da un ramo e doveva andare in quella direzione, ma poi invece all’improvviso ne ha presa un’altra e arrivederci e grazie, chissà dove va adesso. Io non lo so, ripeto, tu fai un po’ tu. Dice: “E allora perché ce l’hai messo? Ma uno adesso può scrivere delle parole senza neanche sapere che cosa significhino?”. E che ti posso fare? Io avevo chiesto a Marta di prepararmi una scheda. Lei me l’ha fatta e ho lavorato su quella. A un certo punto ho trovato scritto “stile disgenativo fumettistico” e anche io ho detto: “Ma che vuol dire sto disgenativo?”, e sono andato a cercare sopra i dizionari. Non c’era. Ho cercato pure su internet. Niente da fare. E nemmeno in Heidegger. Allora ho pensato: “Sarà un termine tecnico della critica d’arte, gergo specialistico”, e l’ho copiato pari pari. L’ho copiato anche tutto contento, perchè la parola in sé mi piaceva proprio: “Ammazza che bello sto disgenativo. Chissà che vuole di’?”. Poi la mattina dopo, però, ho chiesto a Marta: “Ma che significa, bella di papà, disgenativo?”. “Ma quale disgenativo e disgenativo” m’ha fatto lei: “Quello è disegnativo, stile disegnativo papà, mi sono solo sbagliata a battere a macchina”. Mo’ che dovevo fare io secondo te? La ammazzavo? Ha due figlie piccole. E a me oramai m’era piaciuto, è una bella parola – suona bene – disgenativo. Lo dovevo levare? Ce l’ho lasciato. Poi un significato – come si suole dire – si fa sempre in tempo a trovarlo. Intanto la parola, e poi arriva il significato. Lui non disse “Fiat lux”, e solo dopo la luce fu?)

8 novembre 2010

.


[1] C. STRINATI, “Manierismo in Europa”, in. V. SGARBI (a cura), Storia Universale dell’Arte, Mondadori, Milano 19902, pag. 269.

[2] M. SCOTTI, “Già declina l’estate. Nella rada”, in. Id., Poesie, Avagliano, Roma 2010, pag. 53.

.

.

.

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks