La Fiat e lo schiavismo di ritorno

miro renzaglia

L’articolo che segue è stato pubblicato venerdì scorso, 7 gennaio, sul settimanale Gli Altri. Per completezza di argomentazione, si legga anche, dello stesso autore, “Fiat. E adesso parliamo di partecipazione“, pubblicato la settimana scorsa sul Secolo d’Italia.

La redazione

LO SCHIAVO SERVE
MARCHIONNE E I SUOI FRATELLI
miro  renzaglia

Il recente accordo Fiat-sindacati (Cisl, Uil) e il disaccordo (Cgil-Fiom) a proposito dei nuovi contratti per i lavoratori metalmeccanici dell’azienda torinese ha fatto ri-sorgere sulle labbra di molti osservatori critici la parola “schiavitù”. Quasi come se uno spettro che si pensava essere stato esorcizzato dalla civiltà fosse tornato d’improvviso, e per mano di Sergio Marchionne, a turbare i sonni dei giusti. Ma davvero qualcuno pensava che il triste fenomeno fosse stato cancellato almeno dalle pagine della storia più recente?  Ci vuole molta buona (malvagia) volontà o una miopia spinta ai limiti della cecità per crederlo. La verità nuda e cruda è che lo sfruttamento economico dell’uomo sull’uomo e la negazione dei diritti del sottoposto ha solo cambiato nome nei secoli, lasciando però immutata la sostanza della cosa. Cos’altro sono lo sfruttamento del lavoro minorile, quello degli immigrati più o meno clandestini, quello della prostituzione che si esercitano non solo in lontananza ma fin dentro i cuori delle nostre civilissime (?) società occidentali? Fenomeni punibili dalla legge, certo! Ma, allora, dovrebbe esserlo anche un accordo, ai limiti della incostituzionalità, che di fatto ricatta migliaia di lavoratori costringendoli al consenso, pena il capestro del licenziamento e la chiusura delle fabbriche.

Se proprio vogliamo essere linguisticamente puntigliosi, la parola “schiavo” ha un etimo abbastanza recente, risalendo alla sottomissione degli “slavoni” o “sclavoni” ridotti allo stato di servitori della nobiltà tedesca dopo la vittoria di Ottone I contro quelle popolazioni, nel 955 d.c.. Ma la storia della schiavitù, quale noi oggi la intendiamo,  comincia con la storia stessa dell’uomo, stando a quel che la Bibbia racconta a proposito degli ebrei nell’antico Egitto. Ma, almeno, gli antichi parlavano chiaro:  «Un essere che per natura non appartiene a se stesso ma a un altro, pur essendo uomo, questo è per natura schiavo: e appartiene a un altro chi, pur essendo uomo, è oggetto di proprietà: e oggetto di proprietà è uno strumento ordinato all’azione e separato», diceva Aristotele che arrivava a comparare il lavoro degli schiavi a quello degli animali domestici e, quel che appare se possibile ancora più grave, a ritenere la predestinazione naturale di alcuni uomini ad essere schiavi. E perfino Paolo di Tarso, nella lettera agli Efesini (6.5), esortava così:  «Schiavi, obbedite ai vostri padroni secondo la carne con timore e tremore, con semplicità di spirito, come a Cristo…». L’essere tutti figli di Dio e uguali davanti a lui, quindi, non provocava sussulti di coscienza tali da suscitare dubbi sulla legittimità di uno status quo che, addirittura, si pretendeva a immagine della devozione che si deve a quel suo figlio prediletto mandato a espiare i peccati dal mondo. Nel cattolicesimo, bisognerà aspettare il 1462 per avere da  Papa Pio II la dichiarazione che la schiavitù era  “magnum scelus”: un grande crimine. Né le cose furono migliori con l’avvento dell’Islam che, anzi, non solo la contempla esplicitamente nel Corano come prassi di vita immodificabile ma ne stabilisce rigorosamente le regole di attuazione, sia pure limitandone l’esercizio agli “infedeli”. Soprattutto africani. Proprio quegli africani che nella misura di circa 10 milioni furono tratti, messi in catene, trasportati al di là dell’Atlantico, commercializzati come bestiame da lavoro, privati per secoli dei più elementari diritti di libertà individuale, in nome e per conto delle fiorenti fortune che avrebbero fatto degli Stati Uniti d’America la potenza mondiale che ancora è.

Se fate un giretto su internet alla ricerca della storia della schiavitù, vi imbatterete in questo sito www.maat.it che elenca, con attendibile cronologia, le tappe della sua molto presunta “abolizione”. Mi limiterò ad alcuni passaggi salienti: «Tra il XV e il XVI secolo la schiavitù scomparve dall’Europa occidentale. Entro il XVII secolo la schiavitù scomparve anche dall’Europa orientale. Nel 1569 non esistevano più schiavi in Gran Bretagna. Nel 1623 in Russia gli schiavi furono convertiti in servi. Nel 1794 la Francia abolì la schiavitù. Nel 1802 Napoleone la reintrodusse. Nel 1833 venne definitivamente abolita. Nel 1807 la Gran Bretagna abolì il commercio degli schiavi. Nel 1831 la Gran Bretagna affrancò gli schiavi e nel 1833 li emancipò. Nel 1863 gli Stati Uniti abolirono la schiavitù. Nel 1885 il Congresso di Berlino condannò la schiavitù come contraria ai diritti dell’uomo. Nel 1894 la Corea abolì la schiavitù che però rimase in uso fino al 1930. Nel 1906 la Cina abolì la schiavitù con effetto dal 1910. Alla fine degli anni 30 la schiavitù fu abolita in Etiopia».

Fateci caso: la linea di percorso di quella che ho definito “molto presunta” abolizione della schiavitù è tutt’altro che retta e progressiva. Nazioni che la dichiarano illegale, la reintroducono dopo pochi lustri; altre la trasformano in «servitù» (ahi! di nuovo: la questione delle parole); altre, ancora, fra la dichiarazione dell’intento e l’applicazione abrogativa fanno trascorrere anni, addirittura decenni. E, ancora: l’estensore della cronistoria sopra riportata enuncia, sì, chiaramente quale fu il primo paese africano ad abolire la schiavitù (l’Etiopia) ma omette, chissà se per fretta o reticenza, di dire che l’atto non fu motu proprio del governo etiope ma delle truppe colonizzatrici italiane, all’indomani, e come primo esito legislativo, del loro ingresso vittorioso ad Addis Abeba, nel 1936. Eh! che volete? La storia riserva sempre delle contraddizioni imprevedibili. Proprio come quella dell’operaio – così ama definirsi – Sergio Marchionne  che torna a proibire la pausa pranzo e, quel che è più grave, il diritto di rappresentanza sindacale a quei lavoratori che non sono d’accordo con lui. Sono avvisaglie di un mesto ritorno alle origini della rivoluzione industriale, quando intere masse rurali, soprattutto pastori, privati della libertà di pascolo sulle terre  del Regno Unito, vennero costrette a inurbarsi miseramente nei sobborghi ghetto di Manchester, Liverpool, Londra. Senz’altra libertà che quella di rendere schiavo il proprio lavoro del profitto altrui.

Poco giova che, grazie a qualche divinità terrestre, dopo quella industriale sopravvenne la Rivoluzione francese a stabilire che il principio di libertà delle persone diventava inviolabile. Anche se innegabili progressi furono compiuti sulla via di una emancipazione dall’arbitrio assoluto di qualche tirannello fatto persona, ciclicamente è sempre il potere, tanto più se impersonale, a dare l’interpretazione concreta di quel principio nobile e bellissimo (la libertà). Una libertà che diventa però astratta se lo stato non siamo più noi, come pretendevano i padri della rivoluzione, perché un potere più forte di quello della nostra rappresentanza politica, il potere concreto di chi batte moneta, ce ne ha espropriati. Un potere che millanta credito e ce ne fa pagare il debito. Ad un tasso di interesse da usurai. E non parliamo solo di economia.

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