Ilaria Cucchi. Vorrei dirti che non eri solo

Simone Migliorato

Tempo fa avevo scritto un articolo sul caso  di Gabriele Sandri su Il Fondo [leggi QUI]. Riflettevo sulla banalità di quella morte, come della morte di Federico Aldovrandi o anche quella di Carlo Giuliani. Il mio ragionamento verteva sul fatto che ogni giovane si può trovare in situazioni “limite”, tipiche della gioventù come momento di ricerca. Ci si può trovare in una rissa con tifosi avversari, ci si può trovare per strada dopo un rave o anche in degli scontri di piazza. Solo vedendo la realtà con gli occhi della morale si può escludere tutto questo.

Forse anche Ilaria Cucchi vedeva il mondo con una certa morale. Sì, avere un fratello tossicodipendente in casa di certo non era facile. Tanto da decidere di sposarsi a 20 anni, perché per colpa della droga l’armonia della tua famiglia era distrutta. Ma la morale e anche la frustrazione nel vedere la sofferenza dei tuoi genitori, probabilmente viene vinta dall’affetto che provi. E’ sempre tuo fratello. E Ilaria Cucchi a suo fratello voleva molto bene.

In sua memoria avrebbe potuto scrivere un libro pieno di rabbia. In fin dei conti, senza ripercorrere tutta la vicenda, suo fratello è entrato in carcere con le sue gambe ed è morto nel reparto carcerario dell’ospedale Pertini con 10 chili in meno e con evidenti segni di percosse. Costole rotte, una mandibola sfondata e anche la schiena tanto da non poter camminare. Avrebbe potuto scrivere un libro-inchiesta. Difatti lo ha realizzato con Giovanni Bianconi, penna del Corriere della Sera, che in passato ha scritto libri sulla Banda della Magliana e sulle Brigate Rosse. Avrebbe potuto, e probabilmente ce n’era bisogno visto che la vicenda della morte di Stefano Cucchi è stata subito in profumo di “insabbiamento”. E’ solo una morte naturale, era solo un tossico che aveva buttato la sua vita, non ha voluto vedere nessuno, nessuno ha commesso errori. Bisognava farlo perché questo dichiarazioni, queste omissioni, oltre a venire dalle istituzioni carcerarie, da quelle sanitarie, venivano dal ministro Alfano e dal sottosegretario con delega alla famiglia e le tossicodipendenze Giovanardi. Oppure Ilaria Cucchi avrebbe potuto scrivere un libro sentimentale, pieno di dolore e di ricordi, di lacrime. Infatti il libro è anche questo. E’ un grido di rabbia per la morte atroce e ingiustificata di Stefano. Una rabbia che la porta a schierarsi per affermare la verità, a parlare in conferenze stampe, ad esporsi in pubblico, a pubblicare anche le foto del fratello morto per far smuovere la verità. Nonostante non volesse, come se il dolore non bastasse. E’ anche un libro che parla di sentimenti, perché Ilaria Cucchi non ha potuto neanche elaborare il dolore poiché si è dovuta gettare fin dal giorno dopo nella lotta per salvare almeno la dignità di Stefano.

Parlavamo della banalità. Quando scrissi l’articolo su Sandri ancora non era avvenuta la tragedia di Stefano Cucchi. Accadde qualche mese dopo. Anche quella fu una morte banale. Perché non basta essere un tossico per morire di carcere. Ma anche questo risulta essere un ragionamento banale a questo punto. Parlavamo del libro e di quello di cui parla Ilaria Cucchi. Parla di rabbia è vero, di dolore e di giustizia. Ma dice anche che Vorrei dirti che non eri solo. Questo è il titolo del libro e racchiude il senso di questa storia. Perché il vero dolore per la famiglia Cucchi è quello di non aver  potuto vedere loro figlio dopo l’arresto. Eppure ogni giorno erano fuori dal carcere o fuori dall’ospedale. Ma la burocrazia gli ha impedito di entrare in contatto con il figlio. Anche di dargli un cambio di intimo, che per un madre diviene la cosa più importante. Un figlio si deve cambiare, non importa dove sia. Nonostante fosse un tossicodipendente, nonostante le sofferenze e nonostante ora fosse anche uno spacciatore. Ma questo a loro non importava più di tanto. Vorrei dirti che non eri solo perché Stefano Cucchi deve essersi sentito solo, dal momento che non vedeva i suoi familiari. Deve averli pensati arrabbiati, delusi per l’ennesima volta. Ma a loro non importava. Per loro, anche se è banale, era sempre Stefano. Ma per lo stato era solo un tossico, per questo non gli è stato permesso di parlare con l’avvocato di cui chiedeva in continuazione. Era un tossico per questo è stato picchiato, e le sue ossa rotte passate per una caduta dalla scale. Era un tossico e per questo nessuno ha controllato il suo battito cardiaco, dal momento che sarebbe bastata anche un po’ di acqua e zucchero per salvarlo.

Ma anche qui si rientra nel circuito delle banalità. Stefano Cucchi non è morto di carcere o di percosse. E’ morto soprattutto di solitudine e di indifferenza. Da parte di una burocrazia e di uno stato malato che considera scarto chi non si trova a ritmo. Chi crea problemi. Chi supera un certo limite. Ma Stefano non era solo, c’era la sua famiglia fuori che non voleva lasciarlo solo. Sarà anche banale, ma bastava solo un cambio di vestiti per salvarlo da questa assurda morte. Bastava dirgli che non era solo.

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