Il Fondo Quotidiano – gennaio 2011

Il Fondo Quotidiano è una costola del Fondo Magazine. Nasce dall’esigenza di restare nella cronaca giornaliera tra una edizione e l’altra della casa madre settimanale. A differenza della matrice che accoglie abitualmente scritti eterogenei, FQ esprime esclusivamente la linea editoriale.

La redazione

I FASCISTI CANTANO E SUONANO
DOVE E QUANDO GLI PARE

.Sassuolo, 31 gennaio 2011 – La vicenda del concerto della Compagnia dell’Anello a Sassuolo [vedi articolo sotto] si è conclusa bene. Come avevamo previsto, can che abbaia non morde. Riceviamo e pubblichiamo volentieri il resoconto di Mario Bortoluzzi, leader del gruppo musicale.

«Caro Miro, di ritorno da Sassuolo, ti mando al volo qualche flash. Il clima di odio “stile anni ’70”  fomentato da Pd, Idv, Sel, Prc, Anpi etc. ha sortito l’effetto contrario: al concerto c’erano circa 300 persone e tutto si è svolto senza incidenti, atti vandalici della notte prima esclusi. Ci è dispiaciuto molto leggere la lettera della famiglia Bertoli [leggi QUI], cosa che riteniamo frutto della disinformazione montata nei giorni precedenti da persone decisamente bisognose di un buon analista ma …così va il mondo e bisogna farsene una ragione. Il concerto è stato comunque dedicato a Pierangelo Bertoli…alla faccia di tutti coloro che non rispettano “l’altro da sè”. Perchè è stato un grande poeta e un uomo coraggioso e le sue canzoni anche noi le portiamo nel cuore. I ragazzi di “ZANG TUMB TUMB”, organizzatori della serata, hanno fatto un lavoro fantastico e, per la prima volta dal dopoguerra, un gruppo di musica non conforme ha suonato e cantato a Sassuolo, a dimostrare che il nostro mondo, quando lavora unito riesce a vincere anche le sfide più difficili».

Crediamo che non occorrano ulteriori commenti.

Il Fondo

I FASCISTI NON DEVONO… CANTARE

Sassuolo, 28 gennaio 2011 – Un concerto annunciato, anzi: due. Il primo è quello della Compagnia dell’Anello, gruppo storico d’area che si esibirà (dovrebbe esibirsi…) domani nella città emiliana. Il secondo è quello della compagnia cantante in servizio antifascista permanente effettivo.

La decisione del comune emiliano di patrocinare il concerto della Compagnia dell’Anello ha scatenato e sta scatenando gli arnesi residuali dell’antifascismo militante nell’esercizio che, da sempre, gli riesce meglio: la repressione e la censura.

Un primo risultato l’hanno già ottenuto: il concerto originariamente previsto al teatro “Pierangelo Bertoli” è stato dirottato in una discoteca. Non paghi, continuano a lanciare anatemi e a minacciare sfracelli qualora l’evento avesse comunque luogo.

Deliranti le motivazioni della levata di scudi. Spicca, in tal senso e sopra tutti, la dichiarazione della locale federazione del partito della rifondazione comunista che trascriviamo:

«Condanniamo con sdegno la scelta del Comune di Sassuolo di concedere per sabato 29 gennaio il patrocinio dell’Amministrazione comunale e l’utilizzo dell’Auditorium “Pierangelo Bertoli” per il concerto della Compagnia dell’anello, un gruppo musicale di ispirazione fascista. Mentre in tutta Italia si celebra la giornata della memoria delle vittime della Shoa, il Comune di Sassuolo oltraggia questa ricorrenza dando spazio a musica fascista. Ci uniamo alla disapprovazione e allo sdegno espresso dall’Anpi per la scelta del Comune di Sassuolo, e chiediamo al Sindaco Caselli di annullare l’esibizione musicale del gruppo di estrema destra. Solo in questo modo potrebbe, almeno in parte, rimediare all’oltraggiosa iniziativa sostenuta dal suo Comune».

Cosa abbia a che vedere  La Compagnia dell’Anello con la Shoa e/o con il suo eventuale oltraggio, resta difficile da capire. Basterebbe leggere i testi delle loro canzoni per sfidare chiunque a rinvenire un solo verso ispirato all’odio razziale o all’intolleranza religiosa.

Quello che agisce, evidentemente, è il solare pregiudizio per cui chi viene da una certa storia non ha diritto di parlare e, tanto meno, cantare. Già respirare è una gentile concessione.

Se non è razzismo antropologico questo, allora qualcuno dovrebbe spiegarmi cos’è il razzismo.

Non sappiamo come andranno le cose domani. Di solito, can che abbaia non morde e, molto probabilmente, il tutto si svolgerà in un clima di sufficiente serenità. Però, riferiremo…

m.r.

BONDI RI-FIDUCIATO
COSÌ NON NE USCIREMO MAI

Roma, 26 gennaio 2011 – Un’altra bella battaglia di retroguardia persa dalle opposizioni di ogni risma. Se non riescono a mandare a casa Bondi, dopo mesi di martellamento sull’immancabile vittoria di tappa, figuriamoci se ci riescono con Berlusconi.

La mozione di sfiducia avversa al ministro della Cultura è stata respinta. E’ triste ammettere di avere ragione. Soprattutto quando la propria ragione confligge con l’interesse del paese. Berlusconi e i suoi ministri, il suo governo, non si mandano a casa con le mozioni di sfiducia, le campagne scandalistiche, le azioni giudiziarie che, se tutto andrà bene, avranno riscontro fra dieci anni.

O si affronta il problema alla radice, ovvero: o si riesce a tirare su una politica di vera alternativa politica economica e culturale al regno di “silvioc’è”, o ce lo terremo finché lui non si stufa.

Facciamo un esempio. In prossimità del referendum per l’accordo Fiat-Sindacati, Berlusconi aveva detto: «Se la proposta di Marchionne perde, la Fiat fa bene a lasciare l’Italia».

Avete sentito dall’opposizione di centrosinistra o da quelle de neonato cosiddetto Terzo Polo una voce appena appena dissonante dalla cantilena liberista del premier?

E, allora, se nemmeno su questo si riesce a costruire un’ipotesi di alternativa, va tutto bene così, signora marchesa…

m.r.

CASA DI MONTECARLO
QUELLO CHE DEVE FARE FINI

Roma, 25 gennaio 2010 – Pare, dico pare, perché con i paradisi fiscali il se è d’obbligo, che dalla Repubblica di Santa Lucia siano in arrivo documenti atti ad accertare che la famosa casa di Montecarlo di proprietà dell’ex An sia stata effettivamente acquistata dal cognato di Gianfranco Fini, attraverso la copertura di due società off-shore.

In parole povere, la casa, oggetto di mesi di indagini e di campagne giornalistiche, dovrebbe essere effettivamente di proprietà di suo cognato, Giancarlo Tulliani.

Se così fosse, Gianfranco Fini ha l’obbligo di tener fede a quanto da lui dichiarato  nel famoso video: dimettersi da presidente della Camera. Un atto dovuto per dimostrare che le parole di una istituzione dello stato non sono spot pubblicitari.

Ma non basta. A parere mio, Gianfranco Fini dovrebbe procedere personalmente al riacquisto dell’appartamento e rimetterlo nella disponibilità patrimoniale dell’ex An. Un modo oneroso ma anche onorevole per uscire fuori da una situazione che forse non ha rilevanza giudiziaria ma ne ha sul piano della credibilità politica.

m.r.

MAGISTRATURA E/O BERLUSCONI LA DOPPIA VERITÀ

Roma, 24 gennaio 2010 – Atteniamoci ai fatti. Quelli che noi conosciamo. La maggior parte dei dati sono al vaglio della magistratura e noi non li conosciamo.

  1. Esiste il messaggio registrato dal premier. È arrivato per ultimo ma di quelle dichiarazioni  bisogna prendere atto.
  2. Esistono le intercettazioni che riguardano Ruby.
  3. L’ultima intervista della ragazza  capovolge completamente i contenuti delle intercettazioni.
  4. L’intervista alla Macrì suggerisce alcune verità sulle quali i magistrati sono molto cauti.
  5. Le dichiarazioni della madre e dell’ex marito le falsificherebbero completamente
  6. Esiste “l’Olgetta” con tanto di registrazioni, documentatissima.
  7. Segue, repentino, lo sfratto delle ragazze. Anche questo è un fatto.
  8. Esiste documentazione filmata sulla vita pubblica di Ruby, da minorenne.
  9. Nella sua intervista, da maggiorenne, la ragazza ci fa sapere che è fidanzatissima, prossima al matrimonio.
  10. Esiste un interrogatorio di Ruby (documentato dai messaggi inviati dal promesso sposo alla sua ragazza di allora) dal quale risulterebbero rapporti sessuali con un “lui” non meglio identificato. Non è chiara la sede in cui è avvenuto.
  11. Nel suo messaggio il presidente afferma di essere fidanzato.
  12. Esiste Nicole Minetti con le sua recente carriera e le sue interviste.
  13. Ci sono Emilio Fede e Lele Mora.
  14. C’è l’intervista a Hellen Scopel, con argomento  Emilio Fede.
  15. Ci sono le intercettazioni che riguardano Alessandra Sorcinelli, la sua presenza ad Arcore, e la documentazione dei versamenti effettuati a suo favore. (I punti 14 e 15 vanno letti incrociandoli. Hellen Scopel e Alessandra Sorcinelli sarebbero dovute essere la coppia di “meteorine” poi scoppiata per la indisponibilità della Scopel ai week end con Fede. La Sorcinelli ha fatto carriera.)
  16. C’è la ripresa televisiva di Lele Mora che accompagna due signorine in abito da lavoro a casa Berlusconi. Circostanza significativa: l’auto dell’accompagnatore non viene fermata all’ingresso, dai carabinieri di guardia.
  17. Esistono, documentate,  le “generose elargizioni” del premier o del suo segretario alle ospiti di Arcore.

Il lungo elenco, anche se parziale, evidenzia due verità, entrambe sconvolgenti. E qui due son le cose.  O si tratta di uno dei tanti teoremi ai quali la magistratura italiana ci ha abituati da tempo, chi ha attraversato il periodo della strategia della tensione ne ha da raccontare, a iosa, con innocenti tenuti in galera per anni ed anni e pluriomicidi a piede libero,  oppure siamo in presenza, come anticipato dalla ex moglie,  di un uomo realmente malato, non tanto per gli eccessi a lui attribuiti quanto piuttosto per la difesa irriducibile di una “sua” verità, unica possibile. Il fatto di tentare l’assoluzione per via elettorale, poi,  aggrava la situazione. Magistratura o Premier, fate voi. Tertium non datur. E comunque vada siamo messi male.

Giuseppe Di Gaetano

DONNE E POTERE Miro Renzaglia intervista Ritanna Armeni

Roma, 21 genaio 2010 – Le donne sembrano più vicine al potere. L’elezione di Dilma Rousseff alla presidenza del Brasile fa pensare che qualcosa di profondo stia cambiando, che il mondo cominci a capire che delle donne non si può fare a meno, che gli uomini sono disponibili a farsi  un po’ da parte. Ritanna Armeni, giornalista e scrittrice, (suo il libro Prime donne nel quale esamina il rapporto fra donne e potere) ne è convinta anche se avverte che la strada e ancora lunga.

La nuova presidente del Brasile è una donna. Sarà  capo non tanto di un Paese, ma di un subcontinente, in forte espansione economica e sociale. E’ un segnale che qualcosa sta cambiando?

Sì, qualcosa sta sicuramente cambiando. L’elezione di Dilma Rousseff è sicuramente un segnale importante. Ma non dimentichiamo che le donne capo di stato sono ancora molto poche, poco più di una decina in tutto il mondo. Insomma si va avanti, ma ancora lentamente, a fatica. Un segnale importante insomma, ma niente di più.

Un segnale che le donne sono cambiate e che riescono ad imporre la loro presenza ai vertici del potere o che gli uomini sono disponibili a cederne una parte?

Direi che è più vera la prima affermazione. Le donne hanno capito che anche la conquista del potere è importante. Gli uomini ancora resistono. Anche se molti di loro cominciano a rendersi conto di non farcela a dirigere il mondo da soli. Siamo insomma in una fase di passaggio in cui, tuttavia, le donne sono la forza propulsiva.

Lei dice che negli uomini c’è ancora qualche resistenza. La constata anche nella situazione italiana?

Certo, anche nella situazione italiana le difficoltà sono molte. E queste non riguardono solo la conquista di posti di potere. Le donne continuano ad avere difficoltà e problemi anche quando il potere lo hanno raggiunto. Anzi, in questi casi, la misoginia si manifesta addirittura con maggiore forza.

Sta pensando a come sono state trattate dai loro colleghi, ma anche dai mass media, le ministre Stefania Prestigiacomo e Mara Carfagna?

Sto pensando proprio a loro. Hanno sollevato problemi seri e politici. Ma a loro non sono state date risposte politiche all’altezza delle questioni poste. Sono state trattate come isteriche, emotive, incapaci di quel controllo della situazione che gli uomini vantano…

Certo gli uomini non piangono, tengono maggiormente sotto controllo l’emotività e questo in politica si ritiene importante…

E lei come giudica gli urli da stadio, gli improperi, gli insulti, talvolta le botte dei deputati durante le sedute parlamentari? Uno spettacolo edificante di controllo? Una affermazione seria della politica? Io lo giudico un comportamento di irrazionalità e machismo della peggior specie. Certo le lacrime sono espressione di una emozione. E – a mio parere – non c’è niente di male a introdurre l’emozione nell’agire politico. Soprattutto se essa non è aggressiva e arrogante. Quando invece lo è, come nel caso del comportamento da stadio degli uomini, allora sì che è bene tenerla sotto controllo.

Molto spesso le donne devono il loro potere ad un uomo. E’ difficile che facciano strada da sole. Questo non è un problema?

Nella storia finora è spesso avvenuto così. Anche grandi leader, pensi ad Indira Gandhi, sono arrivate al potere perchè figlie di, mogli di o amanti di. Nel passato contavano molto gli uomini della famiglia, oggi contano i capi del partito. Ma è un meccanismo che progressivamente lascia posto ad una nuova forza delle donne. Sempre più spesso ce la fanno da sole e qualche volta con l’aiuto di altre donne.

Non mi starà mica dicendo che le donne oggi sono solidali con le donne? Guardi che questa è un favola alla quale non crede nessuno.

Neanche io credo a questa favola. Ma sono anche stufa che dalle donne si pretenda una solidarietà che assomiglia molto all’idiozia. Chissa perché per dimostrare la loro solidarietà dovrebbero manifestare le stesse idee, non discutere, non litigare, non contrapporsi, appiattirsi così in una condizione di stupidità femminile. Guardi che le donne sono diverse, hanno idee differenti, e hanno anche valori diseguali. Non riconoscerlo è un altro segno di misoginia che purtroppo qualche volta viene anche dallle donne.

Siamo partiti dal Brasile, dove una donna del partito dei lavoratori è diventata presidente. E’ una donna di sinistra. Lei crede che per le donne di sinistra sia più facile raggiungere posti di potere?

E’ egualmente difficile. E’ innegabile che la sinistra sia stata più attenta ai temi dell’emancipazione e della libertà femminile. Si devono alla sinistra le leggi che oggi consentono alle donne di essere protagoniste. Pensi alla legge sul divorzio o sull’aborto. Ma il potere è un’altra cosa. Si può essere per l’emancipazione delle donne e temere – come molti a sinistra temono – che le donne, anche una singola donna, acquisti una posizione di potere. Il maschilismo spesso non è consapevole.

Infatti se guardiamo alle vicende della sinistra  vediamo solo uomini che concorrono per il potere. Bersani, Veltroni, Chiamparini, Vendola, Di Pietro. Perché le donne di sinistra tacciono?

Anch’io me lo chiedo. E ne sono stupita. Nell’attuale dibattito politico non c’è una voce femminile, una donna che lasci intendere un modo diverso di concepire il potere. E’ uno dei motivi per cui la sinistra sta perdendo quote di consenso.

m.r.

LO SAI PERCHÉ TUTTA LA MIA VITA È GIALLOROSSA? C’È UNA RAGIONE…

SINITE PARVOLUS VENIRE AD ME

Vogue, 19 gennaio 2011 – Va bene, scandalizziamoci. La rivista Vogue regala (“Cadeaux”, infatti, è titolata la sequenza fotografica) alla sua affezionata clientela (ma non è la prima volta) immagini di bambine truccate e messe in posa da seducenti vamp in miniatura. Scandalizziamoci pure, si diceva. Ma con chi ce la  vogliamo prendere per questa operazione ai limiti e forse oltre i limiti della pedofilia? Prendiamocela con la rivista, con i truccatori, con i fotografi. E prendiamocela pure con i genitori delle bambine ritratte. Va bene. Ma da dove proviene questa congiura contro l’innocenza dell’infanzia? Qual è la cultura che la sottende? Quale migliore metafora esiste, per esprimere il “peccato originale”, fonte di tutte le nostre disgrazie terrene, di questa infanzia mostrata nella sua “peccaminosità”  manifesta? Abbassate pure lo sguardo di fronte a queste immagini e maleditene il disegno. Il peccato (originale) resta. E resta pure la pretesa che per cancellarlo basti condannare l’uso della sua immagine simbolo: quella dei bambini… «Anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti» (Frabrizio De André, La canzone del maggio).

m.r.

BERLUSCONI SI LIQUIDA CON LA POLITICA NON PER VIA GIUDIZIARIA

Roma, 18 gennaio 2010 – Berlusconi, alla luce del nuovo che è emerso, deve dimettersi? No, io dico: no… Anche fosse riconosciuto responsabile, come si ventila, di concorso o di favoreggiamento della prostituzione, deve rimanere al suo posto. Non è, come sarà facile intuire per chi ha avuto la bontà di leggere sempre o spesso il Fondo, una nostra indulgenza verso il personaggio a farci rigettare l’istanza di dimissione che viene sollevata. E’ ben altro. Un Berlusconi dimissionario per una questione di donne, utilizzazioni finali, devoluzioni ai commissari addetti all’approvvigionamento festivaliero, ne farebbero un martire del sistema moralistico-giudiziario. Una vittima del e anche della buoncostume. Ciò potrebbe pure allietare il palato grasso dei suoi nemici. Il fatto è che, questi suoi nemici dal palato facile,  non sono consapevoli che deporlo per inappetenza di baldoria (o quant’altro) ne consentirebbe la rinascita il giorno dopo. Berlusconi, che lo si voglia o no, è un problema politico prima che di morale o di giustizia. Se non lo si liquida politicamente e culturalmente, ce lo ritroveremo puntualmente tra i piedi: lui o qualche succedaneo…

m.r.

NÉ DESTRA NÉ SINISTRA C’È BISOGNO DI ERESIA

Roma, 12 gennaio 2010 – Dopo tante, e inutili, scorribande dialettiche sul Fini “compagno”, sul Fini spostato a sinistra, sul Fini immemore della destra, sul Fini che dovrebbe dire qualcosa di destra, sul Fini che fa rotta al centro eccetera eccetera, la domanda gliel’ha posta Claudio Tito nell’intervista di ieri su Repubblica: «Lei si sente un uomo di destra o di centro?». Risposta di Fini: «I valori restano quelli di destra. Servirebbe però un libro per spiegare cosa si intende nel 2011 per destra, centro o sinistra. Sono categorie del secolo scorso. Se poi per destra si intendesse il prevalere della finanza sull’economia reale, allora non sarei di destra… altri ci si riconoscerebbero più facilmente».

Insomma una presa di distanza da chi identifica l’essere di destra con la supremazia dell’economia sulla politica. Una rottura netta con la linea di pensiero che traccia un dicrimine tra i proprietari da una parte e i poveracci dall’altra, che intravede nella ricchezza uno status symbol, e che dipinge la controparte come una massa di nullatenenti invidiosi della dichiarazione dei redditi di chi si trova in cima alla scala sociale.

In questa visione, in cui per fortuna Fini non si riconosce, il comunismo non va bene perché è attentato alla proprietà privata e la libertà si accosta spericolatamente allo spirito d’impresa che va salvaguardato da lacci e lacciuoli e che in sostanza va “assolutizzato” anche a spese del superiore bene comune. Bene questa destra, quella che ci si ostina a chimare “destra” e che ha sempre avuto un’infima dignità culturale, appartiene addirittura all’Ottocento più che al Novecento, è un tentativo di nobilitare con un’infarinatura pseudoideologica le ambizioni del capitalismo. Se si recide ogni legame con essa la cosa non può certo ascriversi nell’elenco dei tradimenti ideologici, anzi. Si tratta di un guizzo salutare verso orizzonti più liberi e più degni, che traggono alimento dalle ramificazioni spirituali che vanno oltre un piatto e inconsapevole individualismo.

C’è poi il discorso sul superamento delle etichette. Non è una novità (nel Msi se ne discuteva fin dalla fine degli anni Settanta) e occorrerebbe semmai chiedersi se l’uso di logore appartanenze non sia diventato ormai un fattore strumentale, la cifra reale della distanza tra la politica e società sempre più complesse, tra un linguaggio datato e incapace di proprietà connotative e il linguaggio che scaturisce dal basso, dai veri bisogni, dalla vita normale.

E andrebbe anche chiarito, una volta per tutte, che Fini non da oggi mostra un certo disagio nell’uso di categorie del secolo scorso. Già negli anni Novanta, per esempio, proponeva un altro tipo di dualismo per superare la coppia oppositiva destra-sinistra, quello tra innovazione e conservazione, laddove con la scelta di collocare la sua nuova formazione nel pantheon ideale del futurismo ha optato per un’ulteriore dicotomia, che si gioca sul contrasto tra chi è ancorato al passato e chi vuole anticipare il domani, condizionandolo.In questa rinnovata dialettica chi si oppone al “futurismo” si pone, anche a livello semantico, nel terreno della nostalgia, del passatismo, della convenzione, dell’immobilismo. Un terreno, è appena il caso di sottolinearlo, in cui le vecchie etichette saltano e non sono più in grado di identificare nulla e nessuno. Un terreno sgombro da pregiudizi dove possono ritrovarsi storie politiche differenti e distanti ma unite dall’attenzione al futuro da costruire insieme.

Fuori da questa dimensione, dove la dialettica si sperimenta sulle cose da fare e non sugli “elenchi” fideistici, la politica non rimanda a identità reali ma a un vuoto fatto di slogan e di propaganda dove prosperano le pulsioni di un confuso populismo, che non riconosce articolazioni con cui confrontarsi ma solo “popoli” fittizi cui regalare l’illusione del benessere. Ciò che Fini mette a nudo con la sua risposta è la pigrizia della politica a imboccare la via d’uscita da categorie rassicuranti anche se il rischio è di fare di quelle stesse categorie un uso improprio, anacronistico e strumentale.

L’idea di un superamento di destra e sinistra ha sempre fatto parte, del resto, dell’anima più avanguardista dello stesso Novecento: come non ricordare che Pierre Drieu La Rochelle, per esempio, rimpiangeva l’aristorazia dell’Ancièn régime ma al tempo stesso era attirato dalla sinistra perché solo lì riconosceva il «disordine» causato da «un capitalismo che non aveva più alcuna virtù»?

Fuori dalle metafore e dalle citazioni, tuttavia, è il caso di azzerare una volta per tutte la nostalgia delle facile etichette ma non senza denunciare che l’agglomerato di interessi e di sottoculture che oggi si richiamano alla destra non rimandano a un insieme di valori ma a un sistema di potere. E i sistemi di potere si giustificano se sono utili. Quando sopravvivono a se stessi andrebbero almeno liberati dal velo aureolato dell’ortodossia. In questi frangenti, gli eretici sono indispensabili, da qualunque famiglia politica provengano. E una destra che si rispetti, di questi tempi, non può che essere eretica.

Annalisa Terranova

E’ DIMOSTRATO TROPPO FACEBOOK  FA MALE

Mondo Internet, 10 gennaio 2010 – In piena era post-moderna sono molte le malattie di nuovo conio: tra le ultime arrivate segnaliamo il “Facebook addiction disorder”, cioè la dipendenza che colpisce chi non riesce più ad allontanarsi dai social network. Al policlinico Gemelli è stato addirittura aperto un ambulatorio per aiutare questi nuovi malati, poiché secondo le statistiche più recenti su dieci “navigatori” due sono ormai dipendenti. Anche in Veneto i medici hanno cominciato a contrastare tale dipendenza. A Villa Parco dei Tigli, nel padovano, è stata aperta una specifica sezione per dipendenze, da alcol, droga, gioco e ora anche Internet. «Il dipendente è una persona legata a qualcosa che condiziona la sua sopravvivenza, e la possibilità di venire meno a questo legame crea angoscia e paura, – sottolinea il professor Giuseppe Borgherini – Si può dipendere dalle persone, dalle sostanze che ingannano il cervello dando una sensazione di forte ricompensa, vedi cocaina, o dai social network che ci regalano la frenesia di avere tanti contatti e sentire una sorta di onnipotenza nel poter accedere velocemente a così tante relazioni». Praticamente la vita reale è sostituita  da relazioni virtuali che tengono legati al video ore e ore, anche 10-11 consecutive. «Più passa il tempo, più nelle persone più fragili vengono trascurate le relazioni personali e i parametri di vita normale, come lavoro o il sonno e questo mette in tilt il sistema nervoso – continua lo psichiatra -. Diventa patologia quando, pur avendo numerosi contatti, non si riesce ad operare delle restrizioni, s’instaura un corto circuito e ci si ritrova in situazione che possono provocare danni anche pesanti». Il paziente medio ha un’età inferiore ai 40 anni, con discreto livello culturale e dimestichezza col mezzo informatico di cui fanno un punto di orgoglio. Di solito è un loro parente a rendersi conto della nuova dipendenza. «Dalla trascuratezza della prole e degli affetti – aggiunge Borgherini – . O perché fanno un uso smodato di antidolorifici, per il mal di testa, o di psicofarmaci. Abbiamo un centro che si occupa di dipendenza e gioco d’azzardo patologico, e vediamo le vittime di ogni dipendenza, dalla droga all’alcol, da Internet ai videogiochi. E proprio in questo ultimo ambito abbiamo lanciato un allarme perché a breve entreranno in commercio macchine molto pericolose, accattivanti e con montepremi elevati avranno una diffusione capillare e questo significa che le persone più fragili potranno diventarne facili preda». «Una volta entrati nella spirale non è facile uscirne: si passa attraverso un controllo farmacologico per ritmo sonno-sveglia – ricorda Borgherini – Sedute di psico-educazione dove si spiegano i problemi legati ad un abuso di Internet. Poi un gruppo dove si cerca di attenuare la spinta a questo genere di piacere, non ultimo l’aiuto delle famiglie». Ma soprattutto, ci permettiamo di aggiungere, ritornando alla cosa più importante per ogni essere umano: la vita reale.

Alessandro Cavallini

HAI UCCISO TUA MADRE NON TE LO DIMENTICARE

Ohio, 7 gennaio 2010 – Un bambino di dieci anni uccide la madre con una fucilata. I due vivevano in un garage riadattato ad alloggio abitativo, insieme agli altri due figli della donna. E’ una di quelle tante storie di ordinaria follia che avvengono in famiglia e che miete migliaia di vittime in tutto il mondo, ogni anno. Però, ci sono dei fatti antecedenti e successivi all’omicidio che danno ulteriore motivo di riflessione. Il fucile con il quale il bambino ha sparato gli era stato regalato dal nonno. In casa del bambino, oltre all’arma del delitto, sono state rinvenute altre due o tre carabine e molti proiettili. Che mondo è quello che invece di un’arma giocattolo si regala ai bambini un fucile vero? Che mondo è quello che si lascia alla mercè di un bambino di dieci anni una completa rastrelliera di fucili? Dai resoconti di cronaca, sembra che in quel garage riadattato ad appartamento, si vivesse forse poco oltre i limiti della povertà. Tanto è vero che all’origine dell’omicidio pare ci sia stato un litigio perché il bambino non aveva voglia di andare a raccogliere legna per il riscaldamento dell’alloggio. E’ intuibile, quindi, che mancasse il necessario, ma non il superfluo: le armi. Fin qui l’antecedente. Il successivo all’omicidio, se vogliamo, è ancora più inquietante. Il bambino è stato arrestato e il giorno della prima udienza è stato condotto nell’aula di tribunale con le catene ai piedi come un pericoloso delinquente [vedi foto in alto]. E’ mai possibile che a nessuno sia venuto nemmeno il dubbio che quel bambino è una vittima al pari della madre morta per mano sua? Dov’è la necessità di infliggere al piccolo decenne uno stato di detenzione degno di un criminale incallito? Che legge è quella che non sa adattare le sue regole alla specificità dei casi ma le applica con ottusa rigidità in tutti i casi che rientrano nella tipologia dell’omicidio, quando non si è ancora nemmeno certi che il piccolo abbia sparato per uccidere davvero? Quel bambino sconterà in ogni caso e per tutta la vita il rimorso per il suo gesto, volontario o involontario che sia stato. C’è un romanzo di Shane Stevens, Io ti troverò, che racconta una storia analoga: quella del protagonista che, proprio all’età di dieci anni, uccide la madre scaraventandola dentro una stufa. Diventerà un serial killer. Dove possano condurre i rimorsi il bambino della storia vera, solo gli dèi possono saperlo.   Certo che se lo stato anziché proteggerlo lo schiaccia sulla sua colpa nel modo che sta perseguendo, le possibilità di recuperarlo ad una vita decente si riducono veramente a niente. E non c’è nemmeno bisogno di scomodare Freud o  Jung.

m.r.

E AI MESTATORI DOBBIAMO DIRE STIAMO  OLTRE

Roma, 4 Gennaio 2010 – «Ma in quanti siamo ad avere dubbi sul terzo polo, a non voler regalare il lavoro di mesi e anni a Pierfurby, a volerci riappropriare del sogno di una destra laica e liberale, a chiedere al presidente Fini di non infrangere il nostro sogno?» Gli antifiniani in servizio permanente effettivo di Libero hanno pescato questo e altri analoghi interrogativi dai siti dell’area di Fli per la solita operazione di piccolo cabotaggio: dimostrare che Fini sarebbe «contestato dai finiani» e che Italo Bocchino è «attaccato dalla base».

Abituiamoci perché da qui al congresso di Milano del 12 febbraio la solfa sarà quasi sempre questa. In un mondo disabituato al dibattito e unito solo dagli slogan del leader, tutto ciò che è confronto diventa conflitto, accusa, faida, ed è naturale che lo schema semplificatorio già usato in passato (falchi-colombe, laici-cattolici, moderati-estremisti) per catalogare le dinamiche di Futuro e libertà sarà riproposto fino alla nausea.

Detto questo, non ci sono dubbi sul fatto che i fili del progetto politico-culturale definito prima del voto del 14 vadano ripresi e riannodati, per cancellare l’idea che il terzo polo costituisca una soluzione tattica di ripiego, un maldestro “piano b” per galleggiare in attesa di tempi migliori. E magari varrà la pena di andarsi a riprendere il discorso di Bastia Umbra, dove c’era molto di più dell’ultimatum a Silvio Berlusconi sul quale si è concentrata come è ovvio l’attenzione mediatica.

C’era, ad esempio, uno dei dati fondanti dell’esperienza di Fli: il superamento delle incomprensioni e delle categorie del Novecento, che in Italia si sono trascinate oltre ogni ragionevole scadenza temporale a causa dell’incapacità dell’attuale bipolarismo di compiere il salto di qualità che tutta Europa ha fatto. Il riemergere di dati “ideologici” in ogni partita politica – dalla bioetica al “caso Battisti”, dal contratto Fiat allo smaltimento dei rifiuti – è il male oscuro di questo Paese. E con esso l’idea che i partiti siano chiese che offrono una visione del mondo anziché strumenti che danno rappresentanza a blocchi sociali precisi, e in base a questo stabiliscono le loro priorità.

Futuro e libertà deve scegliere (o meglio, confermare le sue scelte) cancellando la pretesa tipica del “vecchio mondo” di tenere tutto insieme, riformismo e istanze reazionarie, ceti medi riflessivi e rumorose nicchie qualunquistiche. Il suo pubblico di elezione, come tanti sondaggi hanno confermato, è nelle vastissime aree che si sentono non garantite, o non più garantite, dall’operato del governo, a cominciare dai giovani. E l’analisi da approfondire per intercettare il consenso di questa parte di società riguarda il contro-riflusso in atto nella società italiana, che dopo un trentennio di disimpegno cominciato negli ’80 sta dando segnali robusti di una nuova voglia di partecipazione e di impegno civile.

Ci parlano di questo non solo le mobilitazioni studentesche ma anche fenomeni disparati che segnalano una modifica dell’immaginario del Paese: dal tramonto della formula dei cinepanettoni e dei reality, incarnazione dello spirito da “Drive In” che per lustri ha dominato i gusti italiani, alla partecipazione intellettuale suscitata da iniziative come il Manifesto di ottobre, con centinaia di firme sotto l’appello per una nuova politica. Lo stucchevole dibattito sulle formule (contro Berlusconi o oltre Berlusconi: e dov’è la differenza?), sulle prospettive tattiche (opposizione vietcong o responsabile?), sulle etichette (destra-centro-sinistra) appartiene al politichese e non tocca la realtà dei fatti: è ovvio che lo strappo con il Pdl è irreversibile ed è scontato che l’esperienza di Fli avrà un destino nella misura in cui saprà definire, nei comportamenti e nel confronto delle idee, una alternativa di qualità alla “politica dei blocchi” in cui l’Italia è nuovamente precipitata. Fli non sarà mai «sinonimo di pensiero unico, di insipidi e deboli minestroni», aveva detto fra l’altro Fini a Bastia Umbra, invitando a cogliere i tratti civili della nostra vocazione per metterli al servizio del progetto. È questo, per tornare alla citazione iniziale, il sogno che non si deve infrangere e che implica, il superamento dell’antico vizio di “sommare” le idee anzichè cercare sintesi alte. Abbiamo già vissuto in un partito che risolveva il dibattito triplicando gli organigrammi, poi in uno che lo cancellava con le espulsioni.

Adesso, è ora di andare altrove.

Flavia Perina

SI RIPARTE

Roma, 3 gennaio 2010 – Dov’eravamo rimasti? Ah! sì: l’hackeraggio degli “Hacked Xugurx”, il 16 dicembre scorso. Beh, hacker o non hacker, rieccoci qui. Puntuali al primo lunedì del nuovo anno con il numero 130 del nostro magazine. Nel frattempo, sono successe tante cose di cui ci sarebbe piaciuto parlare: l’accordo (e il disaccordo) Fiat-sindacati, sopra tutti gli altri. Ovviamente e come potete immaginare, ne avremmo parlato come della peste bubbonica. Una peste che ritorna dritta dritta dalle origini del capitalismo selvaggio: quello che imponeva le sue regole a privilegio del profitto sopra ogni più elementare considerazione della dignità dell’uomo e del lavoro.  Non intendiamo liquidare la faccenda con queste poche battute: ci torneremo presto, non appena l’attualità ce ne darà modo. E sappiamo che ce lo darà presto. Abbiamo saltato un paio di numeri – ve ne sarete accorti – ma non siamo rimasti con le mani in mano. Anzi, abbiamo una grande novità. Sarà fra pochi giorni in distribuzione e vendita, anche presso le librerie della Feltrinelli, il quarto volume de “I libri de il Fondo”: All’armi siam fumetti – gli ultimi eroi d’inchiostro [foto di copertina in alto], del nostro amico e collaboratore Roberto Alfatti Appetiti, con introduzione critica di Roberto Recchioni e prefazione di Errico Passaro. Ve ne raccomandiamo caldamente la lettura: non deluderà gli appassionati delle “nuvole di parole” ma solleticherà anche chi ha bisogno di guadagnare nuovi orizzonti sulla postmodernità. Inoltre, stiamo lavorando a un restyling della nostra grafica e della funzionalità del sito e per il recupero del materiale danneggiato dagli hacker. Non ci vorrà molto: abbiate fiducia. Con l’occasione, buon anno nuovo a tutti…

Il Fondo

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I numeri arretrati di sono qui

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