I libri de “Il Fondo”. 4° volume

Simone Migliorato

INTERVISTA ROBERTO ALFATTI APPETITI

E’ edito per  “I libri de Il Fondo” All’armi siam fumetti, di Roberto Alfatti Appetiti, con introduzione critica di Roberto Recchioni e prefazione di Errico Passaro. La grafica di copertina è di Sebastiano Messina da un’immagine di Massimo Carnevale. Il volume è acquistabile online su ilmiolibro.it e su Feltrinelli.it, ordinabile anche presso le sedi fisiche della stessa catena libraria.

La redazione

ALL’ARMI SIAM FUMETTI
Simone Migliorato intervista Roberto Alfatti Appetiti

Prima di tutto complimenti per il tuo nuovo lavoro, ma soprattutto per gli articoli scritti in questi anni, di cui questo libro è il frutto. Partiamo proprio da questo: che cosa è All’armi siam fumetti (oppure che cosa non è)?

Come hai detto è il frutto di un lavoro – la raccolta di articoli e interviste ai protagonisti del fumetto italiano, autori, disegnatori ed editori – ma anche un divertissement che nasce da una passione, quella per il mondo delle nuvole parlanti, che ha inciso e continua a incidere nell’immaginario collettivo di più generazioni. Non è un libro che dà risposte di alcun genere, divaga, semmai alimenta dubbi e semina suggestioni.

Ci viene “raccontato” che la passione per gli hobbit e per un mondo “fantastico” nasce nella destra italiana per un desiderio di “evasione” dalla realtà politica degli anni ’70. Una realtà sicuramente diversa da quella di oggi. Ciò che si nota nei tuoi scritti, però, è anche una certa attualità e non solo un “ricordo” del vostro immaginario giovanile: cosa ti spinge hic et nunc a scrivere di fumetti?

Non bisogna confondere l’evasione del prigioniero con la fuga del disertore. Sono parole di Tolkien, non mie. Lo scrittore inglese respingeva il tono tra lo sprezzante e il compassionevole che accompagnava ieri, e a volte accompagna ancora oggi, il termine evasione. “Perché un uomo dovrebbe essere disprezzato – si domandava – se, trovandosi in carcere, cerca di evadere per tornare a casa? Oppure, se non lo può fare, se pensa e parla di argomenti diversi che non siano carcerieri e mura di prigione?”. In fondo – come diceva anche quel raffinato paraculo di Flaiano – “parlare d’altro” è semplicemente un modo diverso per parlare di politica senza abbrutirsi in quella che è diventata una rissa da cortile in cui tutti insultano tutti senza più neanche sapere perché. Nel libro ci sono tante “testimonianze” su un“come eravamo” che passa anche attraverso l’identificazione con i vari eroi di carta – Mario Bortoluzzi, voce storica della Compagnia dell’Anello, mi ha raccontato, e l’ho scritto, come “le prime esibizioni del gruppo iniziarono nell’autunno ’74 nei polverosi locali del Fronte della Gioventù di Padova che tanto ricordavano la sede del mitico gruppo TNT  per il sinistro scricchiolio dei solai di legno” – ma vorrei sottolineare come più in generale i mutamenti di costume della nostra società siano stati “registrati” dai giornalini molto prima ed efficacemente rispetto alla cosiddetta cultura ufficiale. L’immaginario, del resto, ha finito con il prevalere sulle ideologie novecentesche proprio sul piano dell’interpretazione della realtà e in questo nuovo scenario i fumetti, più di altri medium, conservano ancora oggi una stupefacente capacità di intercettare stati d’animo  e aspettative delle giovani generazioni. I nostri politici, per quanto possano tessere le loro ragnatele – ride, ndr – non avranno mai l’appeal dell’uomo ragno. E gli eroi di carta, va detto, non si tirano indietro quando si tratta di dire la loro, non parlano politichese. Un esempio su tutti: nel recente dibattito sull’eutanasia, Dylan Dog, l’indagatore dell’incubo made in Bonelli, ha dimostrato più coraggio di tanti politici. Io l’ho scritto e il sottosegretario alla salute Eugenia Roccella s’è imbestialita, prendendosela con il Secolo.

Indubbiamente sei uno dei mattatori della novità Secolo. Un giornale che da anni non conosceva l’interesse che ora suscita, che personalmente credo meritato. Potresti parlarmi un po’ della tua storia con il Secolo e di questa sua nuova veste che ha cominciato a farlo ri-scoprire?

La mia “storia” al Secolo è iniziata nel febbraio del 2006  quando Luciano Lanna, con il quale avevo già collaborato a Ideazione, mi ha proposto di affiancare Federico Zamboni prima nella rubrica settimanale “Sei un mito” e poi di “Appropriazioni (in)debite”. Se il Secolo ha anticipato spesso e volentieri temi del dibattito culturale nazionale, gran parte del merito è proprio della direzione illuminata di Luciano Lanna e Flavia Perina, che hanno portato il quotidiano a navigare in alto mare, ben oltre le colonne d’Ercole in cui era costretto nella sua precedente veste di bollettino di partito.

Per lungo tempo si è pensato che Evola fosse un “mito incapacitante” per la destra. Altri, criticando il fenomeno Campo Hobbit, per quanto importante e rivoluzionario, ha rappresentato un palliativo per dei giovani che comunque venivano “fregati” dalle decisioni del partito. Non c’è il rischio che ancora oggi ci si chiuda nel mondo del fantastico, mentre la politica istituzionale continua a non decollare?

Non credo, gli eroi di carta, anche quando non sono schierati politicamente, continuano a trasmettere ai giovani esempi positivi e valori che dovrebbero essere condivi da tutti, come il senso dell’onore e la sete di giustizia sociale. I giovani hanno il dovere di fare politica e non solo nelle sedi istituzionali, ma in strada. La fantascienza, semmai, è quella offerta dal palinsesto televisivo con programmi che offrono una versione imbellettata quanto virtuale del nostro paese. Penso ai contenitori di Barbara D’Urso, Alessia Marcuzzi e Silvia Toffanin: come sul Titanic, continuano a suonare sul ponte della nave, mentre la stessa affonda. Si passa con disinvoltura dal gossip alle celebrazioni, quando ci sarebbe solo da rimboccarsi le maniche.

Un’altra cosa interessante di cui sei stato coideatore e animatore sul Secolo è la pagina sportiva? Possiamo definire anch’essa una splendida evasione?

Lo sport è reale, altro che evasione. Non si potrebbe raccontare lo sport se altri non lo vivessero in prima persona. C’è chi suda, si sporca, si mette letteralmente in gioco, fa sacrifici, cambia irrimediabilmente la propria vita. C’è chi – come canta De Gregori – non ha vinto mai e ha appeso le scarpe al chiodo ma lo sport è anche questo: ti insegna a gestire vittorie e sconfitte e una sconfitta con onore vale più di una vittoria. Le raccomandazioni non valgono, i bluff prima o poi vengono scoperti. Non c’è mediazione che tenga.  Cosa c’è di più letterario e intriso di vita dello sport?

Mi sembra che stavi scrivendo anche un libro fascio-beat. Mi sbaglio?

Non sbagli, sarebbe credo la prima lettura “da destra” del fenomeno “on the road”. Anche i giovani di destra, come i loro coetanei di sinistra, hanno avuto il loro cammino on the road, con l’unica differenza – ride, ndr – che quelli di destra per strada ci sono rimasti mentre quelli di sinistra sono passati all’incasso e poi si sono accomodati sul divano buono della società letteraria. In realtà Kerouac, Bukowski e tanti altri che caratterizzarono quella stagione, di certo non erano di sinistra e tutto avrebbero voluto meno che farsi ribelli di professione o avere emulatori ed eredi come quelli che hanno avuto.  C’è il titolo, “Kerouac e i fasciobeat” e persino la copertina, sempre di Sebastiano Messina. Ce l’ho in testa da più di un anno e dovrò decidermi a scriverlo senza abusare ulteriormente della pazienza di Miro. Spero di poterne riparlare in primavera, è il termine che mi sono dato. Ti lascio con una citazione del “nostro” Céline: «Che si fa di solito per strada? Si sogna. Si sogna di cose più o meno precise, ci si lascia trascinare dalle ambizioni, dai rancori, dal passato. È uno dei luoghi più meditativi della nostra epoca, è il nostro santuario moderno, la Strada».

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