Giorgio Ballario. Il volo della cicala

Mario Grossi

CON INTERVISTA A GIORGIO BALLARIO

Un’introduzione. Si fa presto a dire anice, ordinando a fine pasto una Sambuca. Di liquori all’anice ne esistono molti. Oltre alla Sambuca, anche il Mistrà, il Pernod, il più noto tra i vari Pastis del sud della Francia (anche se gli esegeti non lo considerano tale), l’Anisette, che in Italia diventa Anisetta. Il Raki turco, distillato di vinaccia aromatizzato all’anice, l’Arak, l’Ouzo, liquore simbolo della Grecia. Il carattere e il gusto di ognuno di questi liquori è diverso, andando dal dolce quasi stomachevole della Sambuca, al secco del Mistrà, per finire al secchissimo, al limite dell’abrasione, del Raki, il più forte e pestilenziale di tutti, attraverso un caleidoscopio di sapori che dal morbido ed untuoso virano all’acre e cristallino. Diverso è il modo di servirli: gelati, con ghiaccio (in cubetti o tritato), oppure caldi come la flaming Sambuca. Lo stesso liquore può essere bevuto puro o diluito con acqua (sarebbe meglio dire con dosi crescenti d’acqua, per assecondare le nostre aspettative). Con molta acqua si trasformano in bevande dissetanti, con ghiaccio e poca acqua fanno da aperitivi, lisci sono usati come digestivi, possono anche addolcire e aromatizzare il caffè. È a causa di questo carattere instabile e stratificato che anche il loro aspetto assume forme e viste diversissime, dal puro cristallino dell’acqua di fonte o dalla trasparenza untuosa dell’olio essenziale, con l’aggiunta d’acqua, si passa a una lattescenza che scivola in un’opalescenza iridata, quando la diluizione si fa consistente. A questo pensavo, riponendo nello scaffale, l’ultimo noir di Giorgio Ballario, Il volo della cicala, edito dalle Edizioni Angolo Manzoni nel novembre scorso. Proprio come l’anice! Si fa presto a dire il nuovo libro di Giorgio Ballario. Troppo facile. Dici anice e scopri, se te ne piace il gusto, che l’anice nasconde un abisso. È una semplificazione che maschera un mondo variegato e pulsante che copre una miriade, quasi infinita, di sfumature che si addensano per forza centripeta, come una nebulosa, intorno ad un centro di gravità che ne costituisce il carattere comune ma che ne divergono, spinte da una oscura forza centrifuga che ne caratterizza la specificità. Allo stesso modo dire: “Il nuovo noir di Ballario” è una semplificazione che può aiutarci ma che ci nasconde un intero mondo soggiacente e che costituisce la vera unicità dello scrittore. E quando dico Ballario, dico il percorso letterario che ha compiuto, le storie che racconta, le trame che intesse, lo stile che lo contraddistingue non solo nella tecnica di scrittura. Di tutto questo, per punti, voglio rendere conto in queste mie impressioni di lettura.

La storia. Il volo della cicala è il terzo libro di Giorgio Ballario, che ci aveva abituato alle imprese del Maggiore Morosini, al Corno d’Africa, agli anni Trenta, alle colonie. Ora la scena è completamente diversa per collocazione spaziale e temporale. La storia è ambientata tra Torino e Creta (l’anice mi è venuto in mente proprio per via dell’Ouzo, liquore simbolo della grecità) ed è ambientata al giorno d’oggi. Il nuovo protagonista è un ex-poliziotto argentino, di lontane origini italiane, Hector Perazzo, che vive a Torino e che fa l’investigatore privato. Un investigatore un po’ sfigato, senza grandi mezzi, né casi rutilanti sotto mano. Un cinquantenne di un metro e novanta, disincantato e un poco cinico, almeno in apparenza, che si rivelerà invece di buon cuore, addirittura facile alla commozione, anche se sempre dissimulata. Perazzo viene incaricato da un famoso scrittore di recuperare il manoscritto del suo ultimo romanzo, trafugato dal suo collaboratore, che in realtà lo ha scritto. È così che Perazzo, mettendosi sulle tracce di Marzio, approda a Creta, dove l’improvvisato rapitore di manoscritti ha trovato rifugio. Qui conosce Nikos, un poliziotto in pensione che lo aiuterà nell’impresa, ma scopre anche che il giovane Marzio si è infilato in una storia più grande di lui, rubando una partita di droga ad un locale cartello di trafficanti che gli danno la caccia per recuperarla e per punirlo per lo sgarbo ricevuto. Sulle tracce di Marzio infine ci si mettono pure la fidanzata italiana e l’amante greca. Di traccia in traccia, da un abboccamento all’altro, il romanzo si snoda per l’isola fino alla conclusione che si annuncia già dall’inizio, perché si sa che le storie di un certo tipo non possono che finire in una sola maniera.

La trama. Non ci tocca di romperci la testa con astruse e complicatissime trame tipiche, dei nuovi gialli in circolazione, dove serial killer ultracerebrali mettono a dura prova la nostra capacità di seguire la vicenda, come se si trattasse di una partita a scacchi. Io, che sono lettore e giocatore dilettante, ho una modesta capacità di prevedere scenari che vanno oltre le quattro, cinque mosse. Mica sono come il sublime Bobby Fisher o come mio nonno campione d’Abruzzo, capace di giocare, per scommessa, bendato contro il suo rivale che lo insolentiva. La trama è invece lineare e per nulla contorta, si dipana dall’inizio alla fine come se seguisse una linea retta, nascondendo invece un percorso a zig zag per nulla diritto e scontato. Ecco la prima affinità con l’anice. Una linearità che cela molti anfratti. Uno chiede un liquore d’anice. Facile, semplice. Il cameriere porta un bicchiere con un liquido trasparente (ma che potrebbe diventare opaco). Ma che cosa quella trasparenza nasconda non è dato sapere, fino a quando non ne entriamo in contatto. Dolce o secco? Untuoso o no? Trasparente o meno?

Il ritmo. Anche il ritmo di questo noir sembra scorrere in modo uniforme, poi ti metti a leggere e noti che procede a strattoni. Prima non succede nulla, poi all’improvviso un’accelerazione e la velocità dello scorrere del tempo ha un picco e sei scosso dal torpore di un secondo prima. È come una sauna che ti tramortisce le coronarie, nell’alternanza di caldo e freddo, ma che ti fa frizzare il sangue nel cervello. In fondo è il ritmo stesso della vita che viene rappresentato. A periodi di calma se ne alternano altri densi di azione. Non è come in molti romanzi di oggi, che hanno fatto proprio il ritmo cinematografico ipercinetico, incalzante solo per il timore che un calo di tensione, una pressione minore, provochi noia nel lettore. Ballario racconta con i ritmi nostri propri, donando naturalità alle scene che si susseguono, alcune anche lente e sonnacchiose, ma mai ridicole e artefatte come nei kolossal hollywoodiani. È come nel sesso. Il suo ritmo è una sana erezione cui segue una floscia vuotezza, laddove l’esagerazione del ritmo del film d’azione è priapismo.

Lo stile. Rispetto ai primi due libri c’è un vistoso cambio di rotta. Sono sparite le linee morbide e curve, le descrizioni cariche di sottofondo, fatte di penombre notturne, luci abbacinanti diurne, e tremolii afosi dell’aria interrotti da blande bave di brezza. I profumi retrò, i suoni ammalianti, le nenie soporifere e incantevoli non trovano spazio. Il cambio di scena, i tempi diversi imponevano una scrittura diversa, gli anni trenta e le colonie sono lontane. È comunque sorprendente scoprire un nuovo stile a rasoiate, scattante e moderno, pieno di luci non più giallognole ma colorate di bianco albore artificiale. È il neon della modernità che irrompe sulla scena. Il sole rimane, Creta si adatta anche a indugi arrotondati (a tal proposito la contrapposizione tra la Creta turistica e devastata nella sua autoctona autenticità e la Creta dei paesi ancora in parte ripiegati sulle tradizioni del passato è uno splendido esempio di questo pulsare cromatico della luce) ma la malia calda e ottundente che avvolgeva il Maggiore Morosini ha ceduto il passo a un più oscuro senso. Questo cambio di registro è per me rappresentato in maniera sublime dalla descrizione del mercato all’aperto che Hector Perazzo attraversa. Basta una secca elencazione di pesci, di ortaggi e di olive, minimalista e ripetitiva per evocare colori, profumi, sapori, fragranze. «Costeggiai le bancarelle del pesce, dando un’occhiata distratta alle centinaia di orate, branzini, saraghi, alici, sardine, triglie e pesci spada che ammiccavano su un letto di ghiaccio. Più in là mi imbattei pure in distese di scampi, cozze, calamari, seppie e gamberi.. Un paio di aragoste, che normalmente mi avrebbero fatto venire l’acquolina in bocca, mi lasciarono del tutto indifferente. Poi mi addentrai nel settore ortofrutticolo. La testa continuava a elaborare strani pensieri, ma gli occhi erano rapiti dai colori sgargianti dei pomodori, del basilico e delle melanzane. E si lasciavano affascinare dalle diverse varietà di olive, ordinate con cura in decine di vaschette di plastica: verdi e nere, piccole e giganti, piccanti e aromatizzate alle erbe, essiccate e affumicate, al forno e farcite. Una specie di paradiso dei ghiottoni, reso ancor più sapido dalle montagnole di spezie colorate, impilate come nei bazar orientali». Un’avvolgente vertigine della lista direi, parafrasando Umberto Eco. Quello che mi ha sorpreso, è come Ballario utilizzi la scrittura, non per cercare un suo stile, ma per fabbricare uno strumento utile al lettore e alla lettura. È un soldato del genio pontieri, pronto a fornire la via più utile per leggere, capire, godersela. Non fa come molti scrittori, autoreferenziali, narcisisti, solipsisti al limite dell’autismo, che cercano, con disperata e triste ossessione, uno stile che li distingua. Ballario, come il migliore degli artigiani, mette la sua scrittura al servizio del lettore. Non insiste, come quegli attori gigioni ch replicano se stessi interpretando sempre e solo una parte, con uno stile che lo contraddistingua, cerca forme diverse per meglio rappresentare la sua opera. E, ironia della sorte, invece che condensare uno stile, codifica la sua cifra che informa nella maniera più propria la sua scrittura, qualunque cosa descriva. Ne sgorga un equilibrio e un modo schivo e cortese di presentare le cose che stride non poco con gli stili strillati e sopra le righe dei nostri contemporanei. Ne è testimonianza il sottovoce gentile che fa da sfondo alla narrazione, anche quando si fa cruda. Non ci sono scene di sesso o cruente, la sola sparatoria presente è descritta in modo teso ma sobrio, senza alcun compiacimento, né voyeurismo. Il lettore non si lorda mai le mani sfogliando il libro, né l’autore intinge la sua penna nel sangue per cercare facili effetti. È un sollievo che dimostra come si possa esprimere tensione senza imprecazioni, urla, esagerazioni sonore. Mi è venuto in mente a tal proposito un film che fece un breve passaggio sugli schermi alcuni anni fa. In mezzo ai Terminator, ai film fatti di azione esasperata, di sesso, di sangue, di scoppi, di cambi repentini di scena, di rombi, di suoni lancinanti, spuntò A spasso con Daisy, una deliziosa commedia con Morgan Freeman in cui la protagonista era un’anziana nonnetta col suo vecchio tuttofare. Testimonianza sussurrata che ci dice come si possano esprimere cose anche durissime, tese e profonde senza ricorrere agli espedienti ed alle volgarità cui ci siamo, purtroppo, abituati. Così come si può essere comici senza rutti e flatulenze, come l’immortale Chaplin insegna ancora oggi. Questa è la cifra di Ballario: aria pulita, fresca, genuina che può farsi tagliente e mozzare il fiato ma con una naturalità che ci affranca dai miasmi dei noir dei giorni nostri.

I finali. Il finale, uno dei due finali che per me ci sono, è sorprendente e bellissimo. Ovviamente non sono così infame da svelarlo. È un gioco di specchi che si riflettono uno nell’altro e che riproducono un’immagine all’infinito, generando un’eco persistente, anche quando si chiude il libro, che fa da controcanto a questo sfolgorante gioco di rimandi. In fondo ogni storia è un anello nella catena delle storie e non può mai dirsi conclusa  compiutamente. Ogni storia è aperta, come una porta, su nuove stanze in cui, in mezzo a tutto il resto, persiste sempre una scia di quello che è tramontato. Un eterno ritorno dell’eguale, superbamente condensato in poche pagine conclusive che costituiscono una nuova splendida sterzata verso l’altro. “Le discese ardite e le risalite”. Ma il finale vero, nel suo senso più profondo, è contenuto nella prima pagina. Come un esperto officiante, l’autore in poche righe, lascia le sue tracce subito, in bella vista, sotto gli occhi di tutti e nelle prime righe. «Non voglio fare il modesto, ma so bene che in giro ci sono agenzie più quotate e professionali della mia Baires Investigazioni. Gente dotata di strumentazioni all’avanguardia, diavolerie per le intercettazioni telefoniche e ambientali, webcam, macchine fotografiche agli infrarossi». Quello che veramente conta non sono le diavolerie della tecnica. Quello che conta, alla fine, è l’uomo, con le sue delusioni, le sue ferite e cicatrici, la sua esperienza e la sua umanità. Un’umanità che, al di là dei cinismi d’apparenza, del disincanto, degli anni che passano, resta motore unico per vivere. La tecnica è pura mistificazione, bagaglio, orpello inutile se non viene mossa dall’eroe. Un eroe antico nella sua dolente pietas. Un eroe che si circonda di compagni d’avventura, come Nikos, carico d’acciacchi e d’affanni ma che mantiene un calore, una personalità, un’autoironia che lo fanno degno compare di Hector Perazzo, insieme alla nipote e agli altri comprimari. Ballario fa rivivere tutto questo descrivendo le gesta di questa bizzarra, divertente, commovente, talvolta strampalata e bellissima Compagnia dell’Anello. A testimoniare infine che è la debolezza umana, se supportata dalla passione e dall’affetto amoroso per gli altri, a vincere, anche quando si perde. Perché così facendo, pur battuti, non si è sconfitti mai. Ma siamo proprio sicuri, e qui mi rivolgo ai tipi delle Edizioni Angolo Manzoni che hanno inserito questo libro nella collana dei noir, che questo sia soltanto un giallo? A me è sembrato molto di più!

Post scriptum culinario. «I hate Greek salad» dice più volte Perazzo, rifiutando uno dei piatti più famosi della cucina greca: la Koriatichi. L’unica cosa che mi dispiace del personaggio è questa. La Koriatichi è molto più di una semplice insalata. È il piatto comune che si piazza al centro della tavola e da cui tutti i commensali comunitariamente attingono. È il piatto simbolico che rinsalda e da cui, secondo il proprio gusto e appetito, si può prendere liberamente un pezzo di pomodoro, una strisciolina di peperone, una fetta di cetriolo, un boccone di feta o un’oliva (rigorosamente di Kalamata però). Che Hector, italo-argentino, non la sappia apprezzare mi stupisce. Anche perché nella sua terra d’accoglienza avrà pur conosciuto il calore di un altro dei piatti simbolo della comunità: l’asado al campo, lo spiedo che si arrostisce al centro dell’accampamento, da cui ogni gaucho col suo coltello taglia una fetta. Testimonianza che, finchè il cerchio del campo non sarà spezzato e il fuoco disperso, la comunità può vivere ancora. Forse ci proverà ed io, se le nuove avventure lo porteranno sui monti dell’Epiro o nella Macedonia greca, lo aiuterò, offrendogli a cuore in mano una Koriatichi e facendogli assaggiare un Kokoretsi fumante.

M.G.

INTERVISTA ALL’AUTORE
a cura di Mario Grossi

So, da genitore, che la domanda: “a chi dei tuoi due figli vuoi più bene”, è sciocca. Si possono però amare in modi diversi ma con la stessa intensità due figli. Cosa ti fa amare il Maggiore Morosini e cosa Hector Perazzo?

La domanda non è sciocca, ma complessa. Di Morosini amo il rigore morale che non scivola mai in moralismo, il senso del dovere non ottuso, la percezione di far parte di un’entità (lo Stato, la patria, le istituzioni) che va al di là dell’individuo. In un certo senso del maggiore mi piace l’adesione, convinta ma non assoluta, a un sistema di valori che ormai appartiene al passato. E che oggi, se dovesse rinascere, di sicuro non troverebbe più. E poi mi piace la sua vena malinconica di fondo, che è in definitiva una specie di visione del mondo; oltre alla cornice coloniale che gli invidio molto, perché avrei voluto vivere pure io quell’Africa, che era veramente un altro mondo. Con Hector Perazzo tutto si ribalta: è un antieroe contemporaneo, molto più anarchico e solitario, che in un mondo di rovine cerca di trovare un equilibrio facendo ricorso alla sua coscienza e a poco altro. E poi l’italo-argentino è più spontaneo, più umorale, magari anche più plebeo e ignorante di Morosini ma al tempo stesso più ironico e disincantato. Non sono personaggi speculari, per certe cose potrebbero persino assomigliarsi un po’, ma in entrambi prevalgono caratteri molto diversi.

Come lettore, sono sempre curioso di conoscere l’animale scrittore. Quando scrivi? All’alba, al tramonto, di notte? Quando scrivi fumi? Bevi? Ascolti musica? Cosa t’ispira e cosa t’infastidisce?

Ho una soglia di concentrazione piuttosto bassa, per cui quando scrivo cerco di eliminare qualsiasi possibile fonte di distrazione: musica, radio, televisione…persino Facebook e la posta elettronica, in caso contrario avrei sempre la tentazione di andare a dare un’occhiata agli aggiornamenti. Di solito scrivo al mattino, visto che comincio a lavorare al pomeriggio e poi vado avanti fino a sera. Di notte, francamente, preferisco dormire o al massimo leggere. Non ho particolari rituali, al massimo una sigaretta o due e una tazza di tè o succo d’arancia mentre scrivo.

Qualcuno sostiene che i lettori non saranno mai scrittori e viceversa. Sei uno scrittore poco avvezzo alla lettura o leggi molto? E che cosa?

Mah, questa non l’ho mai sentita… Io leggo eccome, anche se meno di quanto vorrei. Però leggo in prevalenza romanzi di genere noir e poliziesco, i concorrenti insomma… Naturalmente ho letto anche altri generi, mi sono sempre piaciuti i romanzieri sudamericani, certi europei tra le due guerre (Hamsun, Céline, …), alcuni americani (Hemingway, John Fante, Steinbeck) e russi (Bulgakov, Gogol), amo molto Tolkien e Buzzati e in linea di massima non mi attrae il romanzo ottocentesco. Da ragazzo, durante gli studi liceali, mi piaceva un sacco leggere i classici latini e greci, in particolare quelli più scanzonati come Apuleio, Luciano di Samosata, Plauto, Terenzio…

Sostengo che la tua scrittura in questo noir è come l’anice. In apparenza cristallina, trasparente, lineare. Poi a ben guardare nasconde sfumature opalescenti che la rendono diversa da come sembra e stratificata nel suo gusto. Tu come la vedi?

Grazie, mi sembra un bel complimento. Mi piacciono le scritture lineari, persino un po’ secche. Certo non devono essere superficiali, però.

Che ne pensi di chi, come me, è convinto di un tuo netto e visibile cambio di stile rispetto ai due Morosini? È un abbaglio o no?

Nessun abbaglio, è un cambiamento di stile cercato e voluto. Morosini deve parlare (e pensare, muoversi, amare) come un militare degli anni Trenta, Hector invece è un personaggio contemporaneo con modi e linguaggi propri di questo tempo. Per cui anche le descrizioni d’ambiente sono diverse. Insomma, fra i romanzi coloniali e Il volo della cicala ci sono settant’anni di distanza e un mondo che è profondamente cambiato,  volevo che fosse chiaro anche nello stile della narrazione.

Questo cambio di stile deve essere interpretato come una pulsazione reversibile, o meglio come una fluttuazione, oppure come una tappa evolutiva del tuo stile da cui non si torna indietro?

Non saprei, è un’altra domanda difficile. Per certi versi lo stile di scrittura si evolve in modo irreversibile, per cui se oggi dovessi rifare il primo romanzo, Morire è un attimo, forse lo scriverei in maniera un po’ differente da come ho fatto allora (sono passati un bel po’ di anni…).  Però è chiaro che esistono due stili diversi, per il momento, ben distinti e in continua evoluzione.

Rispetto agli scrittori autoreferenziali che sacrificano tutto in nome di uno stile, ti ho paragonato al “miglior artigiano”, a un soldato del genio pontieri pronto a soccorrere il lettore con lo strumento più adatto. Trovi riduttiva o magari offensiva questa mia definizione?

Al contrario, sto pensando di ingaggiarti come mio promoter! La definizione di artigiano mi piace moltissimo e anche quella di soldato del Genio. Francamente non sopporto gli scrittori autoreferenziali, per cui considero il tuo giudizio un grande complimento.

A me è piaciuto molto il ritmo della tua scrittura che a volte rallenta fino quasi alla sonnolenza. Non temi che i lettori di noir d’oggi, abituati a essere bombardati da scene sempre più incalzanti e in rapida successione, possano annoiarsi e non consigliare il tuo libro?

Può darsi, ma non i lettori dei gialli e noir che leggo abitualmente e che preferisco. Forse può succedere per chi predilige certa narrativa da best-seller americani, che – un po’ come certi film – fa dell’azione l’unico scopo del libro. Ma chi legge e ama scrittori come Mankell, Simenon, Vazquez Montalban, Scerbanenco, Izzo, Connelly, Ampuero, Héléna, Indridason penso che non si troverà male con i miei romanzi.

Per me il tuo è molto di più di un semplice giallo. Hai mai pensato di scrivere un romanzo che non sia un noir?

A suo modo Il volo della cicala non è proprio un giallo, non c’è la classica trama del delitto da risolvere, non c’è l’assassino che salta fuori solo nelle ultime pagine. E’ appunto un “noir”, dove i colpi di scena sono di altro genere e non c’è un finale consolatorio. Per tornare alla tua domanda, non ci ho ancora pensato. Caso mai mi piacerebbe scrivere gialli e noir sempre più completi, dove a fianco della trama poliziesca si innestino altri temi importanti: esistenziali, sociali, politici. In fin dei conti, a mio avviso, il giallo-noir contemporaneo è proprio questo: un romanzo scritto con stile e ritmo da thriller in cui è possibile affrontare i temi scomodi della società. Dirò di più, il giallo può essere il romanzo sociale del XXI secolo.

Presenterai Il volo della cicala a Roma? E se sì, quando?

Spero di sì, dipende anche dagli amici romani che di solito mi danno una mano a organizzare una “calata” su Roma. Per ora però non c’è nulla di definito.

Prossima puntata? Terzo episodio di Morosini, secondo di Perazzo o prima nuova esperienza?

Sto scrivendo la terza indagine di Morosini, sono già a buon punto ma non so ancora quando riuscirò a finirla. Un secondo Perazzo dipenderà anche dall’esito di questo primo romanzo, che è uscito da poco più di un mese. Se dovesse incontrare un’accoglienza positiva come quelli di Morosini penso che anche per lui si potrà aprire un ciclo. Ma la prima scadenza sarà nel marzo 2011, quando uscirà per l’editore milanese Bietti un’antologia di racconti sul Risorgimento – visto da un’ottica un po’ particolare, però – alla quale ho partecipato anch’io con un testo su Garibaldi. Una bella sfida, sono andato a stuzzicare niente meno che uno dei padri della Patria…

Mario “vox clamans in deserto” Grossi

Frascati, 21 dicembre 2010

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