Fiat. E adesso parliamo di “partecipazione”

miro renzaglia

L’articolo che segue è stato pubblicato oggi, 6 gennaio, sul Secolo d’Italia.

La redazione

E SE LA SVOLTA IN FIAT
SI CHIAMASSE PARTECIPAZIONE?
miro renzaglia

Bene: il tema del lavoro, come conseguenza del recente accordo (e/o dis-accordo) Fiat-sindacati, è tornato al centro del dibattito politico italiano. Se non altro, questo è un merito di Sergio Marchionne che quell’accordo l’ha progettato e procede per condurlo a regime. Ha cominciato domenica scorsa Eugenio Scalari che dalle pagine di Repubblica, pur spezzando qualche lancia in favore dell’Amministratore delegato italo-canadese, ha puntualizzato un paio di concetti interessanti: «Chi è il padrone di Marchionne? O meglio: chi è il padrone del gruppo Chrysler-Fiat di cui Marchionne è il manager? Il padrone, cioè il proprietario, è il sindacato dei lavoratori Chrysler, che possiede la quota di controllo del capitale attraverso il suo fondo-pensione. Hanno ridotto a metà i loro stipendi, i lavoratori Chrysler, ma l’azienda è loro. Se torneranno al profitto saranno loro a disporne. Il proprietario Fiat, specie dopo lo “spin” del gruppo, è un proprietario simbolico sulla via del disimpegno. In Germania la Volkswagen è una “public company” e le banche che la finanziano sono controllate dai “lander”. In Francia la Renault è dello Stato francese. I lavoratori italiani non hanno fondi-pensione, le loro pensioni sono nelle mani dell´Inps. Volendo, l´Inps potrebbe controllare la Fiat investendo nel capitale una parte del fondo pensione dei lavoratori. Allora la Fiat avrebbe un nuovo padrone».

Ha proseguito, ieri, Walter Veltroni sulle pagine de La Stampa, approfondendo il tema della partecipazione dei lavoratori nell’impresa: «Imprenditore e lavoratore – ha detto –  sono legati da un comune destino. È quindi necessario dare avvio a forme più avanzate di democrazia economica, anche per consentire ai lavoratori di partecipare ai profitti dell’impresa». Tra questi strumenti Veltroni ne individua tre molto specifici: «partecipazione finanziaria con un mercato di capitali “da lavoro dipendente”, con l’azionariato dei dipendenti e un più forte ruolo dei fondi pensione promossi dalla contrattazione collettiva; il modello duale della governance d’impresa, anche prevedendo la presenza dei rappresentanti dei lavoratori nel Consiglio di Sorveglianza; forme negoziate tra le parti di costruzione di un legame diretto tra componenti della retribuzione e utili di impresa».

Rifacciamoci i conti. Elogio dell’autogestione sindacale e, quindi, dei lavoratori dell’azienda come realizzato dall’americana Chrysler; elogio delle “public company” (partecipazione degli azionisti alla gestione dell’impresa) come la Volkswagen; elogio della partecipazione dei lavoratori all’azionariato finanziario; elogio dell’ingresso  dei lavoratori nel Consiglio di Sorveglianza dell’azienda; elogio della partecipazione del lavoratore al godimento degli utili dell’impresa; auspicio della creazione dei fondi-pensione dei lavoratori e loro (parziale) reinvestimento produttivo nell’impresa dell’azienda. Oh, bella! Al tirar delle somme ci troviamo come risultato finale una bozza di disegno applicativo dell’art. 46 della Costituzione italiana. Ma sì, quello che recita: «Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende». Proprio lo stesso articolo per il quale, con rituale puntigliosità, il vecchio Msi proponeva un disegno di legge applicativo come prima azione parlamentare del gruppo, al rinnovo di ogni legislatura. E che, puntualmente, veniva lasciato cadere nel vuoto da tutte le maggioranze che, negli anni, si sono susseguite al governo di questo Paese.

Che siano, oggi, esimi rappresentanti della sinistra intellettuale (Scalfari) e  politica (Veltroni) a riproporre con una certa forza la necessità di una partecipazione diretta e democratica dei lavoratori nella gestione dell’impresa economica, non scalfisce minimamente la nostra convinzione che sia una soluzione utile al riequilibrio dei fattori produttivi: capitale e lavoro. E di una loro alleanza fondata sul comune interesse alla competizione economica nazionale e sulla giustizia sociale. Del resto, non vanno in direzione diversa le parole che Gianfranco Fini pronunciò all’atto del suo insediamento alla presidenza della Camera quando poneva la questione della «effettiva concordia tra capitale e lavoro», affermando: «come aumentare la produzione della ricchezza nazionale, come ridistribuirla in modo equo, secondo le capacità ed i bisogni di ognuno, è ormai interrogativo che riguarda l’intera politica europea chiamata, anche su questo versante, a confrontarsi con il tramonto delle ideologie classiste e vetero-liberiste del Novecento».

Stabilire chi ha visto meglio e prima è mero esercizio accademico. Non è più questione di destra e di sinistra. Ed è superata dai fatti la logica che vuole il capitalista contro il lavoratore e viceversa. La sfida dell’economia globale che ci viene proposta dalla tumultuosa avanzata dei nuovi paesi produttivi – Brasile, Cina e India su tutti – richiede la ricomposizione di tutte le fratture che indeboliscono l’organismo della nazione riducendolo in dispute che, ormai, hanno solo valore di maniera. Se Sergio Marchionne ha posto l’accento  sulla “competizione”, con accordi che hanno un costo pesante per il lavoratore, si rende necessario un ulteriore salto di livello che ha nel concetto di “partecipazione” non il suo contraltare ma il suo compendio. Escludere il lavoratore dalla rappresentanza sindacale va esattamente nel senso opposto. Coinvolgerlo nella gestione dell’impresa, nella condivisione delle responsabilità, nella divisione del rischio e degli utili dell’impresa aziendale non è solo il risarcimento per l’ennesimo sacrificio che gli viene chiesto (al lavoratore), ma la chiave stessa, forse unica, forse decisiva che consentirebbe al motore di ripartire.

Tanto più che – come abbiamo visto – non si tratterebbe nemmeno di un salto nel buio. Altri paesi europei hanno dimostrato che il modello funziona ed è competitivo. Magari sarà necessario un passaggio graduale e un adattamento alla specificità dell’industria italiana. Ma una cosa è assolutamente certa: pensare di competere con le nuove frontiere produttive dell’ex Terzo mondo, copiando il loro esempio, non è solo contrario alla tradizione economica, culturale e sociale italiana e perfino dell’intero nostro Continente: è impossibile. Quello che possiamo fare, è cercare di imboccare la “terza via” fra un ritorno al capitalismo selvaggio e il fallimento.

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