Die Brücke. Il ponte dell’Hitlerjugend

Arba

.Sette sedicenni tedeschi ed un ponte contro l’esercito americano. Die Brücke, (Il ponte), é un racconto di Gregor Dorfmeister, che si firma Manfred Gregor, pubblicato nel 1959 e sul quale il regista austriaco nel 1959 si basò per girare il film con lo stesso titolo. Quindi, scritto e poi filmato quando le ferite della guerra erano ancora aperte.

Il racconto resta attuale e vale la pena di rivedere il film perché non solo sii spira a fatti reali, avvenuti nella vita dell’autore del libro ma in special modo perché l’indottrinamento ed il potere di distruggere, che accompagna l’umanità da sempre, regna tuttora. Condividiamo lo stesso destino: quello di farci del male a più riprese. Ma considerando la guerra… non condanniamo subito l’uomo come – unicamente e sempre preso dall’interesse di sopraffare gli altri. Spesso è difesa. E bene e male/giusto e sbagliato esistono anche oggi. E’ un mezzo radicale e crudele, ma a quanto pare indispensabile, per far capire e risolvere dispute. E’ un parlarsi in altro modo: il famoso concetto del ”prolungamento della politica”. E l’eticità dell’uomo si esprime nel fatto che si sono codificate regole che ne disciplinano la condotta e canoni da rispettare per lenirne le conseguenze. Sulla carta …

La sua ambiguità come soluzione  si materializza drammaticamente nella storia ” Die Brücke”. La vicenda si svolge nel 1945, fine aprile, in un paesino bavarese quasi svuotato da mariti e fratelli, quando dopo un insignificante addestramento militare anche i più giovani diventano soldati, gli americani avanzano inesorabilmente e la sconfitta tedesca é ormai un fatto. Dall’innocenza del liceo del paese, i sette ragazzi protagonisti vengono catapultati in guerra. In questo caso, grazie all’intervento di un ufficiale, vengono stazionati alla difesa di un ponte, all’entrata della piccola cittadina e non spediti al ”fronte”. Truppe tedesche demoralizzate e feriti di ritorno dal fronte lo attraversano sotto gli occhi di Albert, Hans, Walter, Klaus, Karl, Jürgen, Sigi. Il sottoufficiale che li comanda viene ad un certo punto scambiato per disertore da una pattuglia militare ed ucciso, lasciando i giovanissimi nell’incertezza su come procedere ma sempre con l’ordine di difendere. “Ogni metro quadro rappresenta la Germania!”. Quando gli americani si avvicinano il primo a morire é il più giovane, Sigi, colpito dalla mitraglia di un aereo. La morte li scuote e segna ma il rumore dei carri armati alleati li costringe a reagire. Altri quattro soccombono nei combattimenti che seguono.

Il film mostra impressionanti scene girate in bianco e nero fra urla, fumo e primi piani di visi, smorfie, lacrime; dolore ed urina. (Gli attori, molto giovani, che impersonarono i liceali lo fecero in maniera magistrale: le emozioni sembrano coinvolgerli autenticamente e ci si perde nella loro disperazione). Un soldato americano che grida loro di arrendersi perché “ai bambini non si spara” viene ucciso a bruciapelo per via dell’unica parola che riescono a capire e che considerano un insulto: ”Kindergarten”. Gli americani decidono che non vale la pena di passare da quel determinato punto e si ritirano. Gli ultimi due sedicenni rimasti vivi si rallegrano: i nemici se ne sono andati. Hanno salvato il ponte, che  rappresenta la Patria, e stanchi si dirigono verso casa. Appena qualche passo e vengono confrontati con un gruppo di genieri del loro esercito. I soldati hanno l’ordine di far saltare il ponte per ragioni strategiche, vale a dire risparmiare il paese. Piano già previsto ancor prima dello stazionamento dei sedicenni in quella postazione ma la notizia non li aveva mai raggiunti per una serie di fatti imprevisti. L’incredulità più profonda si impadronisce dei due. Un ragazzo, pieno di odio profondo verso l’ufficiale che gli intima di andarsene, non regge al pensiero che il sacrificio dei suoi compagni possa essere stato inutile e minaccia di sparargli. Quando l’ufficiale impugna a sua volta un’arma e gli ordina di sparire, l’altro superstite, il più religioso dei ragazzi, uccide il suo connazionale per salvare l’amico, che viene ucciso a sua volta da un soldato della pattuglia che si dà alla fuga. Il ponte è stato salvato da nemici e amici. Un solo ragazzo è vivo. E si trascina piangendo, vivo ma distrutto. Fine del film con la scritta: «Questo evento ha avuto luogo il 27 aprile 1945. Aveva così poca importanza che non é stato menzionato in nessun comunicato di guerra».

Albert Mutz, il ragazzo sopravvissuto, venne impersonato dall’allora diciassettenne Fritz Wepper che poi diventerà ulteriormente famoso con l’interpretazione di Harry Klein, l’aiutante dell’ispettore Derrick, nell’omonima serie televisiva. Figlio di padre disperso in Russia.

Die Brücke è una tragica avventura, rappresentativa e valida per comunicare le sensazioni della mostruosità della II Guerra Mondiale ma vista da una prospettiva tedesca e questo la rende estremamente interessante, essendo priva della retorica alla quale i libri o i film del dopoguerra ci hanno abituati. Anzi, trascinati dall’orrore della storia ma anche dall’ universalità di alcuni sentimenti giovanili esposti, ci si ritrova a tratti in una sconcertante terra di nessuno. ”Prendere le parti di …” perde di significato. Mi spiego: ci rendiamo conto di essere portatori delle stesse emozioni perché ce lo sottolinea l’autore. Ma non ne siamo coscienti anche noi, quando la sera scende ed il silenzio ci attornia? Quando i pensieri più consapevoli ci penetrano e veniamo deprogrammati per meravigliosi istanti: lontani dai branchi dei quali facciamo parte e dalla parte più insana della faziosità? Siamo o non siamo compagni di sentimenti che fanno parte della nostra identità di essere umano, dei quali ci dimentichiamo con un ”delete” quasi totale all’alba?

Lo scrittore ci confronta con l’orgoglio di nazione, patria, appartenenza che è innato a tutti. Che può contribuire a costruire e difendere, ovvero essere onorevole e sacrosanto ma, portato all’eccesso, solo barbaro e cieco. Ci porta a riflettere sulla sfiducia verso gli indegni che ci opprimono. Siamo fratelli nel terrore e l’angoscia ma nello stesso tempo figli della stessa prodezza. Una comunanza che la storia passata mi porterebbe a disconoscere per via della divisa e lingua dei protagonisti.

Die Brücke narra del buon senso. Quello che combatte costantemente contro la futilità di scelte dettate dalla negazione dello stesso. Del sacrificio necessario e della voglia di fuggirne. Delle inutili offerte. E di come la vita salvata dell’uno possa essere usata  per spiegare l’ingiustizia bastarda della morte all’altro.

In special modo il film si presenta come un tentativo ben riuscito di esporre il meccanismo che spinge ideali giusti a trasformarsi in tragedia senza senso e venne inteso alla sua uscita come una storia tedesca anti-guerra, mettendo in evidenza la buonafede ma anche il fanatismo. Ebbe rinomanza internazionale. Ben meritata d’altronde: si tratta di un film onesto, come anche il libro e l’autore Rudolf Gregor che nelle sue descrizioni, senza concedere sconti, ci coinvolge prima in scene di vita comuni a tutti: famiglia, scuola, amori e di seguito in una violenza estremamente realistica. Uno scrittore che si offre con coraggio al giudizio del mondo. I ragazzi protagonisti vengono descritti nella loro ingenuità allo sbaraglio e poi contro chi contrasta il loro Führore: prigionieri di quanto inculcato loro in precedenza e partecipi dell’assurdo agire. Pone volti umani a quelle che potrebbero essere unicamente ”divise tedesche” e successivamente non ha remore a presentarceli anche quando tale umanità scompare. Incredibilmente valido documento che propone una meditazione sull’assurdo e come la pazzia di pochi possa coinvolgere tutti. Una testimonianza che non conosce confini.

Il film venne anche frainteso e considerato da alcuni una propaganda alla violenza o un’esaltazione all’ideologia nazista della Hitlerjugend. Non mi sembra corrisponda alle intenzioni dell’autore. Più un’elegia a giovani con
entusiasmi ed ideali, illusi per la famosa ”giusta causa” quando la causa non esisteva più. Morti per un nulla. Il libro inizia e finisce anni dopo i fatti descritti, con un uomo adulto su un ponte, l’unico sopravissuto che, davanti alle lamentele di un anziano che disapprova il comportamento dei giovani e la loro dissennata incoscienza, afferma con una serena constatazione: «I giovani non sono buoni o cattivi, sono come il tempo in cui vivono».

Il libro venne dedicato alle madri.

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