Bondi e quel disperato bisogno d’amore

miro renzaglia

L’articolo che segue è stato pubblicato il 14 dicembre sul Secolo d’Italia

La redazione

SANDRO BONDI METTE L’ELMETTO
(MA PER AMORE)
miro renzaglia

A me Sandro Bondi sta simpatico. Lo dico veramente, mica faccio ironia. E mi stupisco molto che non lo sia a tutti: avversari politici compresi. Come fa a non starvi simpatica una persona che per fedeltà e adorazione verso altrui, arriva a dichiarare di essere pronto a morire non soltanto per lui ma, addirittura, al posto suo?  Via, non lasciatevi accecare anche voi dall’ideologia dell’odio. Come si può rimanere insensibili alla sua voce poetica: «Vita assaporata / Vita preceduta / Vita inseguita / Vita amata / Vita vitale / Vita ritrovata / Vita splendente / Vita disgelata / Vita nova» a cui non sarebbe neppure necessario aggiungere il titolo per sapere a chi l’ha dedicata: “A Silvio”, naturalmente. Dite che è brutta? E’ vero! Ma volete che non lo sappia l’Autore che è pure, e certo non per caso, Ministro della Cultura? E’ tanto brutta che si può giustificare la sua pubblicazione solo con un disperato bisogno di esprimere un sentimento di amore.

«Ama e fai quello che vuoi», diceva Agostino d’Ippona. E Nietzsche replicava: «Quel che si fa per amore, è al di là del bene e del male». E infatti, martedì sera a Ballarò ne ha dato vincente dimostrazione. Per la prima volta, da quando assistiamo alle sue performance televisive, ha dimesso l’aria mite e conciliante che gli conosciamo per impugnare le armi dell’aggressione verbale. A Italo Bocchino che enunciava le ragioni del suo voto di sfiducia, poc’anzi pronunciato in Parlamento, è seguito uno scambio che vale la pena riportare: «Ma come Sandro, mi dài del lei? Ci siamo sempre dati del tu…» dice Bocchino. «Le do del lei – replica Bondi – dentro e fuori di qua, perché non la stimo affatto!». E per qualche minuto si è visto il Bondi che non ti aspetti: trasportare da un crescente eccesso d’ira, finché Floris non l’ha messo a tacere chiudendogli il microfono. Insomma, ha mostrato l’altra faccia di una personalità che si è pur sempre formata, nonostante abbia da tempo ammesso di vergognarsene, nei piccoli organigrammi del vecchio Pci che, certo, non brillava di mitezza. E perché lo ha fatto? Sempre e solo per amore: mica poteva esimersi dal dimostrare tutto il suo disprezzo a chi aveva appena attentato alla vita politica del suo Capo. E quel che si fa per amore, ecc.. ecc…

Inoltre, bisogna pur ammettere che al buon Bondi, da qualche tempo, non gliene va bene una. E, quindi, magari senza volerlo, uno scatto d’ira, dopo giornate di angoscia per le sorti della fiducia al suo Capo, va concesso e pure giustificato. Fra un Tremonti che taglia i già esigui fondi del suo ministero; le polemiche per la sua mancata partecipazione al Festival del Cinema di Cannes (causa la presenza indigeribile del film Draquila di Sabrina Guzzanti) e alla prima della Scala di Milano (paura degli eventuali scontri: ma Napolitano c’era); gli artisti dello spettacolo che scendono in piazza per il ventilato ritiro della tax-shelter (pare rientrata, ma non è detta l’ultima parola); certe assunzione dirette di para familiari, non propriamente giustificate dal merito e dalla competenza dei beneficiati (di nuovo: cosa non si fa per amore?); dopo tutta questa popò di rogne – si diceva –  capirete: anche a un santo salterebbero i nervi.

E poi c’è la rogna delle rogne: quella mozione di sfiducia individuale già calemdarizzata in Parlamento per i casi, a Pompei, della “Schola Armaturarum” e della “Casa del Moralista” che, inopinatamente, decidono di crollare proprio sotto la sua gestione ministeriale (quando si dice la sfiga). Il caso, va detto, non è di quelli su cui si possa far finta di niente. Non fosse altro che la notizia ha fatto il giro del mondo attirandoci commenti e rilievi che non sono certo stati di elogio per la perizia e la cura con cui sovrintendiamo al nostro patrimonio archeologico. Candore del personaggio vuole che, d’acchito, abbia declinato qualsiasi sua responsabilità: «Se avessi la certezza di avere responsabilità in quanto accaduto mi dimetterei. Ma rivendico invece il grande lavoro fatto».

Ora, lasciamo stare l’amara considerazione sul chissà cosa mai altro sarebbe potuto venir giù se non avesse fatto «il grande lavoro» che ha fatto, ma perché, proprio ieri, se le è andata a prendere con il presidente della Camera Gianfranco Fini? Manco gliela avesse mossa contro lui la mozione di sfiducia. Macché: sono stati quei comunisti del Partito democratico e i giustizialisti per eccellenza dell’Italia dei valori. Ma Bondi non se ne dà ragione e, presa carta e penna, anziché un sonetto ispirato, scrive di brutto a Giorgio Napolitano: «Illustre Presidente, oggi molti quotidiani riferiscono di una riunione avvenuta ieri nello studio dell’onorevole Fini, nel corso della quale si sarebbe discusso del voto di sfiducia di Futuro e libertà nei miei confronti. Se queste notizie fossero confermate, ci troveremmo di fronte al venir meno, per la prima volta in maniera così plateale, del ruolo di garanzia istituzionale del presidente della Camera».

Per quali vie passi il nesso fra un’illazione giornalistica (peraltro immediatamente smentita dal portavoce del presidente della Camera, Fabrizio Alfano) e il «ruolo di garanzia istituzionale» di un’azione parlamentare già in calendario, resta difficile da capire. Oppure, è facilissimo. Risulta assai improbabile, in occasione della prossima discussione in Aula, che il ministro Bondi possa contare sugli stessi numeri che hanno consentito al Governo di cui fa parte di ottenere la fiducia. Molto più probabile che la conta, stavolta, sia sfavorevole. E, quindi, il suo tentativo di delegittimazione sembra tanto una mossa per far saltare il banco e salvare l’incarico. Una mossa disperata. Sì, ma d’amore.

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