Berlusconi. Fiducia o non fiducia

miro renzaglia

Fan sfegatati di Silvio Berlusconi non lo siamo mai stati. Né abbiamo mai creduto alle virtù taumaturgiche che altri gli riconoscono. Il fatto è che, nonostante tutto, pensavamo fosse l’unico in grado di governare quel poco che c’è da governare in una nazione, la nostra, espropriata della sovranità in politica estera (a vantaggio degli Usa), economica (a favore della Banca centrale europea) ed etica (demandata al Vaticano). Fino a poco tempo fa, non pensavamo nemmeno che fosse la peste in persona, al limite poteva essere un raffreddore, un mal di testa, un leggero stato influenzale. Insomma, un male minore, rispetto alle soluzioni alternative che la sinistra e il centrosinistra proponevano. Fino a poco tempo fa, appunto, credevamo questo.

Non che non notassimo le storture del suo fare: dal conflitto d’interessi alle leggi ad personam, da una maniera a dir poco allegra di arruolare ministri(e) e deputati(e), ad una modo di gestire la politica estera in chiave assai personale. Non che non ci rendessimo conto, insomma, che la sua azione di governo distinguesse poco fra interesse privato (suo personale) e bene pubblico: diciamo che a uno sguardo non eccessivamente focalizzato sul capello da spaccare, potevamo mandare giù qualche rospo che puntualmente ci apparecchiava, sapendo che la medicina di altri era veleno. In fondo, lo reputavamo dotato di un qual buon senso.

Inutile, a questo punto, fare i conti di tutti i passaggi che lo hanno portato, fra oggi e domani, a mettere fine alla sua leadership politica. Basta soffermarsi su quello chiave che lo ha condotto a questo punto: l’espulsione dal Pdl del cofondatore, Gianfranco Fini. Neanche un democristiano di terza fila della prima Repubblica avrebbe fatto un errore del genere sottovalutando, in maniera a dir poco grave, le conseguenze dell’operazione.

Che Fini, dalla sua elezione a presidente della Camera fino all’espulsione, abbia svolto con crescente dedizione il ruolo di “collaboratore critico” (eufemismo) dell’azione di governo è vero. Poteva essere fastidioso svegliarsi tutte le mattine e leggere sui giornali appunti e appuntini dell’alleato. Ma fino a quel 17 luglio, in cui con solenne comunicazione alla nazione lo dichiarava incompatibile con il partito e con la sua carica istituzionale, la pattuglia dei finiani, ora a registro di Futuro e libertà, avevano sostenuto lealmente, anche se talvolta a malincuore, ogni iniziativa di governo.

E, forse, il primo errore di valutazione è stato proprio quello di ritenere compatta intorno a lui (Berlusconi) una maggioranza che, invece, lo era più per spirito di dovere che per convinzione. Il secondo errore è stato di calcolare per difetto il numero di deputati e senatori che avrebbe seguito Fini. «Quattro gatti», andava ripetendo. E se fossero stati veramente 4, oggi non sarebbe al punto di dover procedere a una frenetica e vergognosa “campagna acquisti” che puntelli con una manciata di voti una maggioranza che lui, e solo lui, per dabenaggine ha sperperata. Il terzo errore di Berlusconi è stato quello di non aver dato ascolto a chi probabilmente deve tutto o gran parte del buon senso di cui lo accreditavamo: il sottosegretario alla presidenza del Governo Gianni Letta che, sotterraneamente, pazientemente, ai limiti dell’usura del suo sistema nervoso ha cercato fino a poche ore fa di ricucire lo strappo.  Gianni Letta era arrivato al punto di convincere Fini ad un governo Berlusconi-bis: niente cambio di leadership, quindi, ma solo dimissioni temporanee e ricomposizione della originaria compagine governativa con Fli e allargata all’Udc di Pierferdinando Casini.

Si sarebbe trattato di una onorevole e forse finanche vantaggiosa via d’uscita dal rischio di una crisi al buio. E non ci sarebbe stato neanche il pericolo che l’inedito a volte comporta: trattandosi di una formula quadripartito già sperimentata in passato. Cosa abbia convinto Berlusconi, invece, a rifiutare l’ipotesi ha dell’incredibile. O del fin troppo credibile se è come noi sospettiamo sia: una perdita di misura politica che si dimostrerà catastrofica per lui e per il Paese.

A questo punto, infatti, si andrà sicuramente alla conta degli addendi centesimali per stabilire se questo esecutivo ha o non ha i numeri sufficienti per governare. Ma anche nella ipotesi più favorevole a Berlusconi, la maggioranza sarà così risicata da rendere praticamente impossibile l’azione di governo. Unica soluzione, allora, sarà il ritorno alle urne. Rimane incerto solo se ci si andrà subito o previo passaggio attraverso un governo tecnico o con un governo dimissionario che avranno solo il mandato di cambiare la legge elettorale e di votare la finanziaria. In entrambi i casi, il tramonto del berlusconismo è già in fase crepuscolare. E per sua esclusivvisima responsabilità.

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