Sbagliato censurare Feltri

Angela Azzaro

In questi mesi di durissima battaglia politica, abbiamo più volte sentito sbandierare la libertà d’espressione. La libertà d’espressione non si tocca, l’articolo 21 della Costituzione è fondamentale, il giornalismo deve essere senza bavaglio. E via in piazza a rivendicare – sia chiaro – il sacrosanto diritto. Poi succede che un giornalista – per quanto antipatico, persino odioso – viene sospeso tre mesi dall’attività giornalistica che in pochi dissentono e in molti applaudono.

Questo giornalista si chiama Vittorio Feltri e la “pena” gli è stata inflitta dall’Ordine dei giornalisti per l’affaire Boffo. L’accusa è quella di avere dato una notizia falsa. Ma leggendo qua e là sui vari giornali non si capisce quale sia la notizia falsa, perché finora nessuno ha smentito che Boffo sia stato condannato per molestie e che abbia patteggiato la pena. Nessuno, a dirla tutta, ha neanche mai smentito la ragione e l’oggetto delle molestie. Ma tant’è. Anche perché il punto non è questo. Il punto è discutere sul fatto se si possa o meno censurare qualcuno sulla base di un giudizio sul suo operato.

Se infatti passasse questa idea, un giorno –  l’Ordine dei giornalisti con nuovi membri – potrebbe toccare non al Giornale o a Libero, ma al Fatto o a Repubblica. Allora forse si griderebbe allo scandalo, alla libertà censurata e imbavagliata. Si scenderebbe di nuovo in piazza.

Oggi non è così. In un bellissimo editoriale video (lo trovate sul sito del Corriere della sera, rubrica “ll Sorpasso”) Pierluigi Battista ha spiegato come certi giornali e certi giornalisti abbiano un’idea della libertà a fasi alterne. Se la censura riguarda loro, si grida allo scandalo. Se riguarda il cosiddetto nemico, è cosa buona e giusta. Battista, in altre occasioni, ha giustamente messo l’accento anche sul ruolo dell’Ordine dei giornalisti, ormai una casta che difende non tutti i giornalisti, ma solo quelli che riescono ad arrivare ad avere il maledetto tesserino (oggi, molti, quasi tutti, sono freelance senza tessera alcuna). Anzi, che difende anche tra i professionisti solo alcuni. Altri addirittura li punisce.

Pierluigi Battista si è beccato le contumelie di Giuseppe D’Avanzo che con un lungo articolo su Repubblica ha attacco lui e addirittura il direttore del Fatto, Antonio Padellaro, rei – ai suoi occhi – di avere osato criticare la decisione dell’Ordine. Secondo D’Avanzo e il padre morale del suo giornale – Eugenio Scalfari – Feltri meriterebbe addirittura di esser espulso. Per sempre. Nel pezzo si contestano a Feltri una serie di campagne effettivamente di cattivo gusto, ma come del resto sono spesso di cattivo gusto e querelabili quelle condotte da Ezio Mauro contro Berlusconi. A nessuno viene in mente di chiudere Repubblica, perché a qualcuno dovrebbe venire in mente di cacciare Feltri?

Leggendo D’Avanzo l’elemento che più infastidisce è il porsi al di sopra di tutti gli altri. Da una parte c’è la macchina di fango, dall’altra ci sono loro: gli onesti, i puri, quelli che dicono e scrivono solo la verità. Ci vuole effettivamente coraggio per dire una cosa del genere. E ci vuole pure la beata ignoranza di chi non capisce quanto sia cambiato il mestiere del giornalista.

Per rendersi conto di come la macchina del fango sia un problema che riguarda tutti è consigliabile leggere il nuovo romanzo di Alessandro Piperno, Persecuzione (ed. Modandori). E’ un libro bellissimo. Agghiacciante. Ti fa toccare con mano l’orrore di una vita rovinata dal mix di giustizialismo e giornali. Di come un avviso di garanzia diventi una condanna sulle prime pagine dei giornali. Di come un testimone diventi un esecutore. Di come la macchina del fango si metta in moto con la complicità di tutti.

Per questo è grave stare zitti sulla condanna perpetrata ai danni di Feltri. Perché si accetta la logica che solo lui ha sbagliato, quando qui nessuno  è in grado la scagliare la prima pietra.

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