Romanzo criminale. La mia ossessione

Enrico Masci

L’articolo che segue è stato pubblicato sul settimanale Gli Altri, venerdì scorso 12 novembre. E’ postato qui per gentile concessione dell’Autore e della Direzione.

La redazione

IO, DI SINISTRA, OSSESSIONATO DALLA SERIE TV
Enrico Masci

.Non mi sono mai appassionato alle fiction, sarà per quella vaga sensazione di finto (appunto), quella recitazione incolore con dialoghi pressoché scontati, quelle storie prive di ogni sorpresa narrativa o stilistica spesso melense oppure raccontate dalla parte giusta dei giusti, quella fotografia sempre un po’ smarmellata (Boris docet).

E’ stato un mio caro amico, Fabrizio, amante come me del Cinema, e appassionato da anni alla storia del Banda della Magliana, a trascinarmi nel gorgo della serie Romanzo Criminale. Ebbene, non ne sono più uscito. Tralascio l’aspetto tecnico-artistico della produzione che è evidentemente buono (soggetto, sceneggiatura, costumi, attori, regia, montaggio, post produzione ecc.)

Quello che continuo a chiedermi è: come si fa a stare svegli fino alle 4 di notte, 3 giorni di seguito, per vedere un telefilm? A rivedere in continuazione quelle maledette 12 puntate fino all’ossessione? Ad organizzare cineforum sull’argomento? A trovarsi in ufficio e ripetere paranoicamente le battute più incisive? Molte di queste domande sono materia da trattare con un bravo psicanalista, tuttavia vorrei provare a dare una risposta.

Ho vissuto la mia adolescenza proprio in quegli anni nel quartiere romano di Pietralata, e quei cattivi ragazzi li ho incontrati a scuola, per le strade con i loro motorini rubati, nelle piazze a smerciare eroina e nelle discoteche a sputtanarsi gli scudi (5milalire). Ovviamente li odiavo, per la loro volgarità, arroganza, violenza e incompatibilità a qualunque ordine sociale che non fosse la legge del più forte. Io ero il prodotto del proletariato che aspira ai valori e al ruolo della borghesia, loro i fratelli minori dei “Ragazzi di vita” che, in piena profezia pasoliniana, stavano per essere vomitati dalla società dei consumi.

I ragazzi della Banda sono la variabile impazzita di questo processo. Non ci stanno al ruolo comprimario di manodopera nella società dello sviluppo, vogliono tutta quella splendida merce che passa in televisione e se la vanno a prendere: «Pijamose Roma!». Sotto questo aspetto quei ragazzi, da veri animali di strada, annusano che i tempi stanno per cambiare e anticipano l’orgia degli anni 80, ma forse fanno di più. Contribuiscono a creare quella sinergia valoriale che lega criminalità, le mafie (tutte), economia, finanza, potere politico e apparati statali, al saccheggio dell’anima del Paese e i cui risultati sono oggi sotto gli occhi di tutti. Oltre al fascino romantico che da sempre suscitano le storie criminali con le loro passioni e sconfitte, oltre l’accattivante megaclip sugli anni 70 fatti di jeans scampanati, musica freak, pop e disco, oltre la lotta politica armata di cazzate, mitra e bombe, oltre la ribellione criminale dei diseredati, c’è molto di più in questa fiction.

Ci sono gli inizi di quel processo di imbarbarimento della borghesia che, emancipandosi dal pensiero liberale-illuminista, la proietterà nelle sfide del nuovo millennio, attraverso un uso sempre più disinvolto e massivo di tecniche criminose, spesso legali. Siamo di fronte allo specchio dell’Italia egoista, povera, finta ricca, decapitata, obesa da overdose di pragmatismo astratto, dove rimane solo il dominio attraverso uccisioni morali e non solo (esempi oggi non ne mancano). Alla fine i “Ragazzi di morte” saranno sconfitti, ma l’eredità lasciata da quel modello sarà indelebile. Ecco, vedere la serie Romanzo Criminale è come fare un viaggio nell’oblio del presente. Quando mi trovo ad una riunione di manager, a colloquio con il responsabile delle risorse umane, quando entro in banca a chiedere un mutuo, o quando sento le dichiarazioni di Marchionne, ho la netta sensazione di trovarmi davanti al Libanese che mi sussurra ghignante: «Voi sape’ qual è l’alternativa?».

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