Imagine, Blackbird e il “Manifesto per l’Italia”

Mario Grossi

.Qualche tempo fa al Comune di Frascati chi telefonava, veniva messo in attesa e poteva ingannare il tempo ascoltando in sottofondo una canzone di John Lennon molto conosciuta “Imagine”.

Votata da molti come la più bella canzone del secolo in realtà non lo è affatto. Non conosco i motivi di tale scelta ma da quella scelta si possono desumere interessanti indicazioni.

Le segreterie telefoniche, ben lungi da essere meri strumenti informatizzati privi di qualsiasi valenza, hanno una loro personalità.

Così dal tenore dei messaggi preregistrati e dalle musiche incise si possono ricavare spunti di riflessione e si possono, a ragion veduta, azzardare interpretazioni sul modo di pensare di chi li ha scelti.

Si possono riconoscere umori e gusti anche inconsci da una scelta che, anche se inconsapevole, non è mai casuale.

Mi è tornata alla mente quella canzone mentre leggevo il “Manifesto per l’Italia” che costituisce il documento di riferimento del nuovo gruppo nato per volontà di Gianfranco Fini una volta esplulso dal PdL.

“Imagine” e il “Manifesto per l’Italia” hanno molto in comune ed una loro parziale lettura comparata rende bene questa simiglianza.

La canzone di John Lennon vorrebbe essere un inno universale pacifista, una canzona che con i suoi valori possa unire tutti sotto lo stesso sentire.

In “Imagine”: «Imagine there’s no countries / It isn’t hard to do / Nothing to kill or die for / And no religion too / Imagine all the people living life in peace…».

«Immagina che non ci siano patrie / non è difficile / Niente per cui uccidere e morire / e nessuna religione /Immagina che tutti vivano la loro vita in pace».

Chi non è d’accordo con una dichiarazione del genere «Immagina che tutta la gente possa vivere in pace», tanto universale quanto qualunquista?

Chi non sottoscriverebbe un mondo senza guerre “nothing to kill or die for” (niente per cui uccidere e niente per cui morire), senza violenze in cui tutti si vogliono bene e cooperano per la felicità?

Gli autori del “Manifesto per l’Italia” ovviamente sono d’accordo nel desiderare un’Italia priva di tensioni, in cui tutti cooperano, si aiutano, partecipano ad un unico disegno nazionale con un’armonia sottoscrivibile.

Nel “Manifesto per l’Italia”: «Noi amiamo l’Italia, la nostra Patria e la vogliamo orgogliosa e consapevole, unita nelle sue differenze, civile e generosa, tollerante ed accogliente; una Nazione di cittadini liberi, che credono nell’etica della responsabilità…. Un’Italia che rimetta in moto lo sviluppo economico puntando sulle imprese, sui giovani e sulle donne, sull’economia verde, sullo sviluppo della rete, un’Italia che produca più ricchezza e garantisca una maggiore qualità della vita. Un’Italia che investa nella cultura, nella formazione e nella ricerca, nella scuola e nell’università: un’Italia che promuova l’innovazione, le infrastrutture immateriali e dove arte, cinema, musica e teatro siano motore della crescita».

Non arrivano ad immaginare la mancanza delle patrie, ma si spingono a idealizzare una Patria che sembra più il Paese di Bengodi, un’unione mistica delle diversità consapevoli.

Ancora in “Imagine”: «Imagine no possessions / I wonder if you can / No need for greed or hunger / A brotherhood of man / Imagine all the people sharing all the world». (“Immagina un mondo senza possessi / mi chiedo se ci riesci /senza necessità di avidità o rabbia / La fratellanza tra gli uomini / Immagina tutta le gente condividere il mondo intero”).

Che nel “Manifesto per l’Italia” suona così: «Un’Italia solidale, attenta ai più deboli e agli anziani, fondata sulla sussidiarietà, che valorizzi l’associazionismo e il volontariato.
Un’Italia rispettosa della dignità di ogni persona, cosciente della funzione educativa e sociale della famiglia, garante dei diritti civili di ognuno. Un’Italia che rimetta in moto lo sviluppo economico puntando sulle imprese, sui giovani e sulle donne, sull’economia verde, sullo sviluppo della rete, un’Italia che produca più ricchezza e garantisca una maggiore qualità della vita. Un’Italia che investa nella cultura, nella formazione e nella ricerca, nella scuola e nell’università: un’Italia che promuova l’innovazione, le infrastrutture immateriali e dove arte, cinema, musica e teatro siano motore della crescita».

Appunto la fratellanza senza rabbia né avidità della canzone di Lennon.

Infine l’appello elettorale conclusivo.

In “Imagine”: «You may say I’m a dreamer / but I’m not the only one / I hope someday you’ll join us / and the world will be as one” (“Puoi dire che sono un sognatore / ma non sono il solo / Spero che ti unirai anche tu un giorno / e che il mondo diventi uno”).

Che nel “Manifesto per l’Italia” si traduce in: «Un’Italia in cui la politica non sia solo scontro e propaganda, ma si ispiri a valori e programmi per garantire l’interesse nazionale e il bene comune. Un’Italia che abbia un futuro di libertà. La nostra Italia».

E quel “la nostra Italia” è un invito a che sia pure tua, caro elettore.

Che questa canzone e che il “Manifesto per l’Italia” siano stati costruiti con le migliori intenzioni non è per nulla consolatorio. Perché è noto che la strada per l’Inferno è lastricata di buone intenzioni.

Se si voleva costruire un “Manifesto per l’Italia” meno melenso nella sua patetica e vuota universalità non bisognava ispirarsi, seppur inconsciamente, ad “Imagine”.

Bastava pescare, nel folto repertorio beatlesiano, due altre canzoni e farsi ispirare.

Si poteva riesumare  “Within you, without you” di George Harrison, che risulta veramente universale e assai meno banale di “Imagine”: “We were talking – about the space between us all and the people – who hide themselves behind a wall of illusion never glimpse the truth – then it’s far too late – when they pass away…..When you’ve seen beyond yourself – then you may find peace of mind, is waiting there. And the time will come when you see we’re all one, and life flows on within you and without you” (Stavamo parlando – della distanza che c’è tra noi e la gente – che si nasconde dietro un muro di illusioni e non vede mai la verità – poi muore – ed è troppo tardi… Se guardi al di là di te stesso, allora trovi la pace della mente, ti aspetta lì. E verrà il tempo in cui capirai che noi tutti siamo una cosa sola e che la vita scorre dentro di te e fuori di te), non posso rilevare la distanza abissale che una canzone così intima e bella ha con “Imagine”.

Non si parla di immaginari mondi senza patrie, terre senza cieli, secoli senza guerre. Ci si limita ad andare oltre, a incamminarsi su una strada che prevede la fusione totale per amore con l’altro. Non c’è accenno a null’altro se non all’Umanità tutta, qui sì veramente indistinta e uguale nel suo essere moltitudine di singoli individui che si scoprono intimamente correlati al di là di credere e non credere, patrie e non patrie.

.Oppure l’inno universale per eccellenza rappresentato da “Blackbird”, Perché nella canzone c’è il solo messaggio universale che possa essere condiviso da ognuno di noi. «Blackbird siniging in the dead of night, take these broken wings and learn to fly. All your life, you were only waiting for this moment to arise… Take these sunken eyes and learn to see. All your life, you were only waiting for this moment to be free. Blackbird fly, into the light of the dark black night» (Merlo che canti sul finire della notte, prendi queste ali rotte ed impara a volare. Per tutta la vita  non hai aspettato che questo momento per spiccare il volo….. prendi questi occhi vuoti ed impara a vedere. Per tutta la vita non hai aspettato che questo momento per essere libero. Merlo vola, nella luce dell’oscura nera notte).

Da un lato l’incoraggiamento ad intraprendere un cammino duro (che ha una partenza, un percorso, un punto d’arrivo. E per questo ha un passato, un presente ed un futuro) ma che renderà liberi e dall’altra la consapevolezza che i mezzi a disposizione sono veramente modesti e che tutti siamo umanità dolente che ha dignità proprio per questo.

È un invito a riconoscersi tutti uguali nella sofferenza e nella determinazione che ogni giorno dobbiamo trovare per intraprendere il viaggio. Riconoscersi viandanti dello stesso cammino, alla ricerca della stessa cosa, con gli stessi mezzi fragili di tutti ma ognuno con la sua unica strada da percorrere. Ricerca su una strada perigliosa che si inerpica al di là dei Paradisi, degli Inferni, della Terra, dei Cieli, delle Bandiere e delle Patrie. “Blackbird” ci insegna ad iniziare il cammino, al di là delle illusorie immaginazioni di “Imagine”, che, come tutti i sogni, svaniscono al mattino.

Per questo e per molto altro gli autori del “Manifesto per l’Italia” avrebbero dovuto lasciar perdere “Imagine” e le sue illusorie fratellanze, per scrivere qualcosa di meno aleatorio, meno onnicomprensivo e nel contempo meno vuoto.

Quando si vuole interpretare l’universo onnicomprensivo bisogna stare ben attenti a non varcare mai il sottile confine che passa tra un generico elenco di “beatitudini” e la solida consapevolezza di trascenderle, tra una patetica elencazione di intenzioni virtuose e la solida volontà di attingere a valori comuni, tra un’ammucchiata e un’unione, tra la cialtroneria e la visione. Ma avrebbero dovuto lasciarsi ispirare, se proprio un manifesto universale dovevano scrivere, da “Blackbird”.

Inno alla ricerca eterna (e quindi anche politica)  nel tentativo di spiccare il volo.

Mario “vox clamans in deserto” Grossi

Frascati, 13 novembre 2010

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks