Il Fondo Quotidiano – novembre 2010

Il Fondo Quotidiano è una costola del Fondo Magazine. Nasce dall’esigenza di restare nella cronaca giornaliera tra una edizione e l’altra della casa madre settimanale. A differenza della matrice che accoglie abitualmente scritti eterogenei, FQ esprime esclusivamente la linea editoriale.

La redazione

WIKILEAKS
IL MONDO SCONVOLTO DAL RISAPUTO

Mondo, 29 novembre 2010 – Wikileaks entra di diritto nella storia del giornalismo con uno scoop che segna la storia italiana e mondiale. Grazie al sito di spionaggio sappiamo che il nostro presidente della Repubblica faceva i festini un po’ anzi molto wild. Grazie America.

Insomma gli attesi documenti segreti che sono stati resi noti da Wikileaks non rivelano niente che già non si sapeva o perlomeno si pensava (ad esempio che sempre il nostro premier è un «inetto»). Ma se le notizie su Berlusconi non fanno altro che registrare i gossip e le notizie dell’ultimo anno, la mancanza di novità riguarda anche le notizie più serie. Questo vale per l’Iran, per Guantanamo, per la compravendita di armi. Notizie toste, ma nessuna – ripetiamo: almeno finora – notizia strepitosa. Bastava leggere Repubblica, con la sua ossessione per la vita privato-pubblica del Cavaliere per avere gli stessi documenti che oggi fanno tremare la ambasciate americane nel mondo e che stanno dando – secondo autorevoli commentatori – un colpo ferale alla diplomazia del terzo millennio.

Sarà. A noi al momento sembra che il colpo ferale lo stiano dando al giornalismo. Ancora una volta il giornalismo si piega non alla verifica delle fonti, ma al clamore di una presunta notizia. Supponiamo infatti che i documenti siano davvero delle bombe, ciò significa che sono verità incontestabili? No. Non dovrebbe essere così. Dovrebbero essere fonti da verificare, da cui partire per cercare di capire come sono andate davvero le cose.

Invece il giornalismo delle veline, pensa che un documento possiede di per sé lo statuto di verità. Prima erano le procure, adesso sono i siti di spionaggio. Ma così andando e così facendo, dove finiremo? E dove finirà l’informazione? A ben pensarci, per quanto sia facile l’ironia, sarebbe meglio interrogarsi su cosa sia diventato oggi il mestiere del giornalista. Il bilancio potrebbe non essere molto positivo.

Angela Azzaro

MEGLIO I TETTI
CHE 40 ANNI DI RIMPIANTI

Roma, 27 novembre 2010 – Ci saranno pure gli asini sui tetti come ha titolato ieri in prima pagina il Giornale, ma è possibile che il centrodestra trovi così difficile dire quel che lo stesso Vittorio Feltri scrive in apertura del suo pezzo, e cioè che la protesta giovanile dovrebbe suscitare comunque, a chi ha a cuore il cambiamento delle cose, un moto istintivo di simpatia perché sono i giovani l’anello debole della crisi? Nel lungo elenco di asinate commesse dalla destra politica, è centrale l’aver associato i suoi simboli a uno degli episodi più odiosi della storia delle contestazioni studentesche: il famoso intervento di Giulio Caradonna nel marzo 1968 per sgomberare la Sapienza (occupata, fino al giorno prima, da giovani di sinistra e di destra, insieme all’insegna di ciò che si chiamava “unità generazionale”). L’elenco delle autocritiche su quella giornata è così lungo che non basterebbe l’intero nostro giornale a contenerlo. Col senno di poi – il senno degli opposti estremismi, il senno degli anni di piombo, il senno della notte della Repubblica – sappiamo quanto costò cara quella bravata. A sinistra, immaginiamo, sentimenti analoghi si coltivano a proposito di un’altra prova di forza entrata nella storia, quella che portò alla cacciata di Luciano Lama dall’università di Roma nel ’77. Se si ha memoria di tutto questo è facile capire perché, oggi, chi ha dietro di sé tracce politiche e non solo curriculum aziendali, con gli studenti e con i ricercatori preferisce parlarci piuttosto che criminalizzarli. E per quello che riguarda Futuro e libertà, non si può certo indicare come priorità per un nuovo centrodestra “di tipo europeo” la cultura e la ricerca e poi chiudersi nel Palazzo quando chi opera in quei due settori scende in piazza per farsi ascoltare.

Anche nella difesa di un disegno di legge-bandiera come la riforma Gelmini, c’è modo e modo di rapportarsi con la contestazione. Il Pdl sembra oscillare tra la tentazione di farne un mero problema di ordine pubblico (la linea Fede: «Vanno menati, capiscono solo se li meni») e il borbottio che ricorda un vecchio sketch di Alto Gradimento, quello del professor Aristogitone: «Quarant’anni in mezzo a queste quattro mura scolastiche, tra questi studenti delinquenti». È quest’ultima impostazione che ricorre nelle dichiarazioni di chi accusa i dimostranti di essere «solo una minoranza», e per di più una «minoranza di fannulloni» perché «i veri studenti stanno all’università a studiare», il che, detto da un partito che nel ’94 è nato con l’ambizione di rappresentare e mettere insieme gli outsider e i non garantiti nel nome del cambiamento radicale (o addirittura della “rivoluzione italiana”), suona davvero incredibile. Tanto è vero che la Lega, dotata di sguardo lungo anche in questa circostanza, si è sottratta al gioco della guerriglia generazionale dando la sua adesione, anche parlamentare, all’emendamento contro parentopoli che giovedì mattina ha determinato il blocco del dibattito e il suo rinvio alla prossima settimana.

La protesta dei ricercatori non sta mettendo in campo solo interrogativi tecnici sul disegno di legge Gelmini, e salendo su quei tetti si scopre che le domande al centro dell’attenzione sono più ampie: si crede ancora all’università pubblica? Quale posto occupa la cultura nella scala di priorità del governo? È a questo che si dovrebbe rispondere, soprattutto dopo aver smentito per un mese che il centrodestra fosse appiattito sulla sfortunata battuta («di cultura non si vive, vado alla buvette a farmi un panino alla cultura, e comincio dalla Divina Commedia») con cui il ministro Tremonti ha risposto a chi chiedeva conto dei tagli al settore.

Dunque, salire sui tetti non è cavalcare demagogicamente lo strillonaggio antigovernativo ma mettere in pratica una capacità di ascolto che la politica deve sempre avere e che deve sempre mettere in pratica, senza trincerarsi nel luogo comune secondo cui in piazza ci vanno solo i centri sociali. Comunicare sempre, aprioristicamente, l’idea che gli studenti in piazza siano tutti e comunque di sinistra significa collocare il governo sempre e aprioristicamente contro i giovani. E qual è la scelta più irresponsabile, allora, salire sui tetti e parlare con chi protesta o mettersi contro la categoria che più sconta, al di là delle etichette, la crisi economica con le sue incertezza e la crisi di credibilità dell’università italiana?

Sicuramente, da questo punto di vista, la scelta di Mariastella Gelmini di rivolgersi direttamente agli studenti attraverso YouTube è un importante cambio di passo, che significa disponibilità al dialogo e non più criminalizzazione della protesta. L’appello ai giovani a non farsi strumentalizzare è senz’altro condivisibile ma è altrettanto vero che dire ai giovani che il loro compito dev’essere solo quello di passivi spettatori di provvedimenti che li riguardano è una strada miope, una prospettiva di corto respiro. E dunque dieci, cento, mille studenti in piazza: non vanno visti come nemici del governo ma come energie vive che si mettono in gioco, che intendono partecipare, che maturano consapevolezza. Un fattore che fa bene alla politica tutta, anche al centrodestra.

Flavia Perina

FINMECCANICA SOTTO BOTTA
SILVIO LA DIFENDE: FA AFFARI CON LA RUSSIA

Roma, 26 novembre 2010 – La sede romana della Finmeccanica, primo gruppo industriale italiano nel settore dell’alta tecnologia e tra i primi dieci player mondiali nell’Aerospazio, Difesa e Sicurezza, è stata perquisita oggi dalla Guardia di Finanza. Una decina di suoi dirigenti risultano iscritti nel registro degli indagati.

L’autorità giudiziaria che dirige le operazioni ritiene che su alcuni appalti affidati dall’Enav, società che fornisce il servizio del Controllo del Traffico Aereo, siano state messi in atto «sovrafatturazioni», creando fondi neri.

La Finmeccanica ha tra le sue principali attività, come si legge dal suo sito, la «produzione di velivoli completi da trasporto tattico e combattimento e di velivoli non pilotati per usi civili e militari».

E a chi li vende? Pare alla Russia. Ma sì, il grande paese il cui Presidente, l’oligarca capitalista Vladimir Putin, già Capo del vecchio Kgb, fratello di sangue del nostro Presidente del consiglio con il quale, varrà la pena ricordarlo, è in atto quel caposaldo della nostra indipendenza energetica che è il South Stream.

Non parrà  strana, quindi, l’accorata la difesa che, dell’azienda, fa Silvio Berlusconi:   «Sono preoccupato –  dice – perché Finmeccanica è un asset straordinario, in questi giorni ha firmato un contratto per un miliardo e mezzo per forniture alla Russia, mi auguro che queste indagini portino a nulla, come sono convinto sia, e comunque considero suicida che il Paese proceda contro chi costituisce con la propria capacità operativa la forza del Paese».

Fino a prova contraria, da garantisti quali siamo, la Finmeccanica è un’azienda onesta. Se e quando arriveranno le prove e susseguente condanna per la costituzione di fondi neri, cercheremo di capire meglio a vantaggio di chi e per cosa sono stati creati.

m.r.

L’ITALIA STUDENTESCA
PROTESTA CONTRO LA RIFORMA GELMINI

Italia, 24 novembre 2010 – Agli studenti sarà sembrata una provocazione che con un governo agli sgoccioli come è quello Berlusconi la Camera discutesse il ddl di riforma dell’Università voluto dalla ministra Gelmini. Così oggi la mobilitazione, presente da mesi in varie forme, è scoppiata violentemente in tutta Italia e soprattutto a Roma, dove una parte del corteo ha anche cercato di entrare a palazzo Madama, nella sede del Senato, forzando le guardie alla sorveglianza (una di loro si è fatta male ed è all’ospedale). Erano ovunque oggi, gli studenti. Sui tetti di architettura, a piazza Venezia dove il traffico è impazzito, in cortei improvvisati in varie zone anche dai licei. Era l’immagine di una città giovane e disperata per il proprio futuro, che si oppone come può allo svuotamento della scuola pubblica da ogni ambizione, progetto, costruzione di un sapere collegato ai cambiamenti che intanto nelle società avvengono a ritmo serrato e che li lasciano inesorabilmente indietro, ai margini.

Le ragioni degli studenti sono comprensibilissime e certamente condivisibili, non altrettanto lo sono gli atti di furia cieca, in questo caso contro contro le istituzioni: l’assalto al Senato – dicono alcuni testimoni – poteva essere un massacro. Dei feriti comunque ci sono, sia tra gli agenti di polizia che tra i giovani. A che serve? A scorrere la cronaca della giornata si ha la sensazione di una incomunicabilità totale. L’interlocutrice, la Gelmini, tanta disperazione sembra volerla ostinatamente ignorare. Dopo mesi di occupazioni, scioperi, lezioni in piazza, ancora non risponde alle richieste degli studenti, accontentandosi di definire “vecchi” i loro slogan e accusandoli di essere dei conservatori.

In aula alla Camera intanto si scontravano Gelmini e Fli, con i deputati finiani che accusavano la ministra di voler procedere nonostante non ci fosse la copertura finanziaria. Che è importante certo, ma non è certo questo il problema degli studenti, che di questa riforma non ne vogliono sapere e hanno invece una loro proposta complessa e articolata che può essere consultata sui siti delle Rete della conoscenza. Questo movimento degli studenti in effetti è tanto più forte quanto più concrete sono le loro richieste: voler discutere del “debito d’onore” al posto degli assegni di studio che la riforma prevede, non è una sciocchezza da liquidare come “slogan vecchio”, per dirne una. Qui la Gelmini si rifà ad una pratica anglosassone, fondamentalmente americana. Il governo ti presta i soldi ad interessi bassissimi per studiare e con vantaggiosissime condizioni di restituzione. Ma lì, perfino in tempi di crisi, un laureato un  lavoro lo trova, senza contare che questi prestiti servono agli studenti per potersi permettere le rette vertiginose delle università private. In Italia la scuola è (ancora) pubblica. Che senso ha esportare modelli a caso?

Anche la mobilitazione dei licei risponde alla stessa legge: sono più forti se insieme alle rivendicazioni generali pongono problemi che li riguardano da vicino: l’edilizia scolastica è una grossa questione nazionale ma i ragazzi del Tacito a Roma, che pure a quel livello il problema lo pongono, però si sono ridipinti le aule durante l’occupazione perché la loro scuola gli faceva esteticamente schifo. E hanno protestato anche perché tra i professori c’era chi “minacciava” il votaccio se invece di fare il compito in classe avessero partecipato alla manifestazione, allo sciopero e così via.

Nanni Riccobono

SCUSATE IL RITARDO

Il Fondo, 23 novembre 2010 – Questa edizione de Il Fondo Magazine, esce con un giorno di ritardo. Ce ne scusiamo con i lettori. Il problema è tecnico, se vogliamo. Se non volessimo, invece, lo potremmo attribuire ad attacchi virus che prima hanno aggeredito il nostro sito e, poi, non sappiamo spiegare come, hanno infettato il nostro sistema operativo. Non abbiamo risolto del tutto l’inconveniente, per cui non escludiamo che da qui a poco potrete non trovare ancora una volta il sito online. Però, ci stiamo attrezzando per difenderci meglio. Boia chi molla!!!

Il Fondo

BASTA SILVIO

Italia, 19 novembre 2010 – Instancabile. Una ne pensa e cento ne fa. Sempre nel superiore interesse della nazione, sia chiaro. Il debito pubblico in costante aumento? I crolli di Pompei? Le rivolte di Terzigno? Il governo che perde i pezzi (dopo le dimissioni di ministri e sottosegretari di Fli, adesso pare se ne voglia andare anche la Ministra delle pari opportunità Mara Carfagna)? C’è una soluzione a tutto. E il ghe pensi mi della Brianza,  il piccolo cesare de noantri ne sa sempre una più del diavolo: rottamiamo il vecchio Pdl e facciamo un nuovo partito. Nome nuovo, simbolo nuovo. Tutto nuovo, insomma. E con questa trovata degna solo del suo genio, oplà, vedrete: tutte le crisi verranno scacciate via.

La notizia viene da fonti attendibili: Il Giornale di Feltri, mica che. «Boatos di palazzo – scrive il quotidiano – confermano che il Cavaliere avrebbe già incaricato una società di marketing di disegnare un nuovo logo e un nuovo nome per il sempre più probabile ex Pdl». Per Il Giornale «resta il mistero sul nome», ma «quel che è certo è che al premier Popolo della libertà non piace più. Lo trova poco diretto, poco efficace, poco immediato».

E adesso chi dorme la notte al pensiero del nome nuovo che sortirà fuori da quella mente costantemente alle prese con i bisogni reali della nazione? “Silvio Santo” non suona bene per via dell’acronimo. “Silvio Re”, no perché glielo ha bruciato qualche settimana fa Marcello Veneziani e non può indurre al sospetto che le idee non siano le sue. “Silvio Futuro” no, perché già c’è Futuro e Libertà e Italia Futura. “Silvio Libero”, non sarebbe una cattiva idea ma presuppone un precedente stato di non-libertà che è di malaugurio. “Silvio e Popolo”, ecco sì: potrebbe andare, sintesi perfetta fra forma e contenuto, fra idea e azione. Non c’è manco bisogno di scrivere un programma, è già tutto nel nome: lui, il popolo e basta. A pensarci bene, non sarebbe neanche necessario il popolo. Ma “Silvio” solo suona male. Ah! ecco la soluzione giusta: “Silvio Basta”.  Persino l’acronimo, SB, è quello giusto delle sue iniziali. Sì, non può che essere questo: “Silvio Basta”. Basta con le stronzate, Silvio, dài…

m.r.

LA VERITÀ DI SAVIANO
E IL DIRITTO DI REPLICA (NEGATO) A MARONI

Italia, 17 novembre 2010 – Ha ragione Pierluigi Battista quando sostiene, nel suo commento alla querelle Saviano-Maroni pubblicata  dal Corsera, che i due si dovrebbero parlare davanti alle telecamere. Le stesse, sia chiaro, che hanno inquadrato lunedì scorso l’autore di Gomorra mentre pronunciava davanti a nove milioni di persone le seguenti parole: «La ‘ndrangheta, al Nord come al Sud del Paese, cerca il potere della politica; e al Nord interloquisce con la Lega». Parole pesanti che forse richiederebbero il diritto di replica nello stesso luogo in cui sono state pronunciate.

Sarebbe, dice ancora Battista, un bell’esempio che due persone impegnate entrambe sul fronte dell’antimafia si parlassero e spiegassero le loro ragioni davanti agli italiani. Invece, dal programma e dallo stesso Saviano, è arrivato un bel no: no al diritto di replica richiesto dal ministro dell’Interno Maroni. E’ evidente che al di là del singolo caso esiste un problema serio nel rapporto tra informazione, verità, garantismo. Un problema non di oggi ma che sta diventando sempre più pesante e rischioso.

Torniamo allora alle parole di Saviano. Lo scrittore ha detto due cose importanti: la prima – assolutamente condivisibile – è che la mafia è presente al Nord come al Sud. E’ l’aspetto anche più interessante del suo libro Gomorra e che purtroppo è sparita quasi completamente dal film di Garrone. E’ qualcosa che si sa, ma che – guarda caso – si dimentica molto facilmente. Perché fa comodo a tutti pensare i sistemi mafiosi in base alle descrizioni, spesso folcloriche, che ci vengono dalle fiction e da realtà vere forse solo agli inizi del secolo scorso.

Il secondo punto toccato da Saviano è più complesso proprio perché ha a che fare con quel meccanismo di cui parlavamo prima, cioè il rapporto tra informazione-verità-garantismo. Accusare un intero partito di collusione con la mafia davanti a 9 milioni di persone e senza diritto di replica non so quanto abbia a che fare con la libertà d’informazione, o quanto invece con il potere di alcuni giornalisti di condannare chicchessia senza processo e senza prove. Nel caso specifico pare che Saviano faccia riferimento al caso del consigliere regionale della Lombardia Angelo Ciocca, che è stato fotografato con Pino Neri, accusato di essere il capo della ‘ndrangheta lombarda.  Angelo Ciocca al momento non è indagato, anche se il suo caso ha fatto tremare la Lega.

Non si  capisce però il passaggio da questo caso, che avrebbe richiesto comunque un po’ di condizionali, all’attacco nei confronti di tutto un partito. Almeno che Saviano non sia a conoscenza di altri elementi che incastrano la forza politica capeggiata da Bossi e allora li avrebbe dovuti comunicare, ancora prima che a noi spettatori, alla magistratura.

Speriamo quindi fino alla fine che Saviano possa fare un passo indietro e accettare la richiesta di Maroni di un confronto diretto. Sarebbe una bella occasione ancora prima che per lui e per le sue giuste battaglie, per tutti i cittadini e forse anche un po’ per la democrazia.

Angela Azzaro

A MILANO VINCE IL MODELLO VENDOLA
BANDIERA ROSSA LA TRIONFERÀ?

.Milano, 16 novembre 2010 – Giuliano Pisapia, noto penalista milanese, deputato per due legislature di Rifondazione comunista,  appoggiato da Sinistra Ecologia e Libertà, pezzi di società civile e frange dello stesso Pd in disaccordo con le indicazioni di segreteria,  vince le primarie per la candidatura del centrosinistra a sindaco di Milano, contro il candidato di riferimento ufficiale del Partito democratico, Stefano Boeri. Non vince per una incollatura ma con uno scarto importante di preferenze: 45,36 per cento a 40,16. Sarà lui a competere con il sindaco uscente Letizia Moratti, o chi per lei, alle prossime elezioni amministrative del Capoluogo lombardo. Dopo le primarie pugliesi, quando vinse Nichi Vendola contro il candidato della segreteria Pd, la (poco) premiata ditta che guida il principale partito del centrosinistra, Bersani-D’Alema, prende un altro schiaffo. A dimostrazione di una evidente scollatura fra i vertici e la base elettorale della propria area. Forse perfino una incapacità di interpretarne desideri ed istanze. Ne parliamo con Franco Giordano di Sel, fra i principali collaboratori di Vendola, che mi risponde al telefono con meraviglia: «Aspetti che devo riprendermi un attimo: è la prima volta che vengo intervistato dal Secolo». Al che, replico celiando: «Non è una intervista di cortesia, vogliamo cercare di capire. Sa com’è: noi vogliamo sfondare a sinistra…». «Sì, lo so  – mi dice reggendo il gioco –  e ci state pure riuscendo. E’ questo che mi preoccupa…».

Sinistra ecologia e libertà vince anche a Milano. Va avanti il progetto di rompere il Pd per creare una nuova sinistra?

Un momento, calma: questa è una drammatizzazione eccessiva e non è nelle nostre intenzioni. Noi non interpretiamo le primarie come momento di rottura né con il Pd né con le altre formazione di area di centrosinistra che hanno espresso loro candidati. Le primarie sono una prova di democrazia partecipativa e di rapporto diretto con il popolo: non uno scontro fra partiti. E’ uno dei passaggi fondamentali per arrivare ad una sintesi che non esclude chi perde ma chiarisce quale sia l’identità, politica e culturale, che si intende rappresentare al momento dello scontro vero e proprio con il candidato, chiunque sarà, del centrodestra.

Eppure, come conseguenza del risultato in favore di Pisapia, si è registrato un terremoto in casa Pd, con il segretario metropolitano, Roberto Comelli, che ha rimesso il suo mandato all’assemblea provinciale.

Non entro nel merito delle scelte di Comelli e del Pd. Le ripeto che dal nostro punto di vista non c’è stata alcuna sconfitta di nessuno  e, quindi, non sembrerebbe necessaria alcuna resa dei conti.  Ma sono situazioni di un altro partito sulle quali noi, francamente, possiamo ben poco. Le valutazioni spettano ad altri. Noi, comunque, non viviamo la cosa come una vittoria sulle opzioni politiche e di rappresentanza di Bersani e D’Alema. La viviamo – come dicevo prima – come realizzazione sintetica di un processo democratico.

Qual è stata la carta vincente di Pisapia?

Più di una: investire su un nuovo corso della politica, coinvolgere movimenti e associazioni di base, puntare sul progetto, politico e culturale, di una grande sinistra unita. Soprattutto in quest’ultimo aspetto si tratta di risolvere un’anomalia tutta italiana. In Europa – penso a Gran Bretagna, Spagna, Germania, per esempio –  la sinistra che vince, quando vince ma anche quando non vince, ha tratti caratteristici unitari. In Italia, nell’ultimo decennio e soprattutto con l’opzione ad escludere operata da Veltroni nei confronti di Rifondazione comunista e Sinistra ecologia e Libertà alle ultime elezioni, si è operato in maniera diametralmente opposta. Forse è arrivato il momento di invertire la tendenza e tornare alla normalità. A meno che non si voglia continuare a perdere.

E’ possibile immaginare che fra le opzioni vincenti di Pisapia ci sia il suo garantismo giudiziario, opposto alle tendenze forcaiole in cui più volte è caduto il centrosinistra in tempi anche recenti?

Sì, è  possibile. Anche perché Giuliano Pisapia è sorretto da una cultura autenticamente garantista. Però, anche lei deve ammettere che quando le vicende giudiziarie di un leader politico diventano priorità dell’attività governativa, una certa deriva giustizialista si innesca quasi come meccanismo automatico. Non voglio dire che sia giustificabile, ma comprensibile sì. Garantismo non vuol dire impunità e nemmeno “abuso di potere”. Questo dovrebbe essere chiaro.

Sinistra ecologia e libertà da una parte, Futuro e libertà dall’altra: cosa li accomuna e cosa li differenzia?

Il desiderio di fuoriuscire dall’anomalia italiana di una politica vissuta come annientamento del nemico. E quello di dare finalmente a questo Paese un confronto civile fra progetti politici anche alternativi, anche opposti – se vogliamo – ma dove comunque non venga mai meno il fondamentale riconoscimento reciproco di legittimità democratica dell’avversario. Questo – credo di poter dire – li accomuna. A differenziarli, sono le storie di provenienza. Difficilmente riducibili.

Sinistra Ecologia e Libertà è favorevole o contraria ad un’ipotesi di governo tecnico, in caso di crisi?

Sel è favorevole ad un governo di transizione limitato, nelle sue funzioni, alla sola riforma della legge elettorale. Il passaggio è obbligato: non si può tornare a votare con una sistema elettorale che per dichiarata ammissione di chi l’ha concepito è passato alla cronaca come “una porcata”. Poi, tutti alle urne…

m.r.

EPPURE IL VENTO (DEL SUD) SOFFIA ANCORA
BOIA CHI MOLLA!!!

Lamezia Terme, 13 novembre 2010 – Oggi avrà luogo il convegno “C’era il vento del Nord, ci sarà il vento del Sud. Il riscatto della Calabria” al quale parteciperanno, tra gli altri, il Direttore del quotidiano Calabria ora, Piero Sansonetti, che lo ha promosso e fortemente voluto, il Governatore della regione calabrese, Giuseppe Scopelliti, Mons. Salvatore Nunnari, Arcivescovo Diocesi di Cosenza e Bisignano, Nicola La Torre Vicepresidente Gruppo Senatori PD, il Governatore della Basilicata, Vito De Filippo.  L’iniziativa è stata già oggetto, nei giorni scorsi di furiosi attacchi bipartisan da parte del Manifesto e de Il Fatto, con due articoli che sembrano redatti in fotocopia. Nella sostanza, entrambi i fogli rimproverano a Sansonetti di essere fascista e colluso con la n’drangheta.  La prima delle due accuse nasce dall’aver fatto precedere l’iniziativa da un serrato dibattito, al quale hanno partecipato tra gli altri: Pietrangelo Buttafuoco, Andrea Colombo, Flavia Perina, Miro Renzaglia, Luigi Lombardi Sartriani, Marcello Veneziani – che ruotava intorno al 40° anniversario della rivolta dei “Boia chi molla”, di Reggio Calabria.

Di memoria corta, i compagni del Manifesto hanno dimenticato che, proprio sulle loro pagine, nel numero 10-11 del 1970, Valentino Parlato entrò in aspra polemica con i vertici del Pci, e più segnatamente con Alfredo Reichlin, che tentarono di liquidare e poi addirittura di sedare la rivolta reggina con il segno di una reazione non solo antistituzionale ma, addirittura, antipopolare. Scriveva allora Parlato: «Salvo qualche singola eccezione (i moti anarchici forse) dal brigantaggio ai fasci siciliani, l’Italia civilizzata e evoluta è sempre riuscita a reprimere i sussulti di ribellione del mezzogiorno facendoli apparire a volta a volta borbonici, al soldo dei francesi, e ora fascisti». Domani [oggi ndr], sulle pagine del Riformista, Piero Sansonetti risponderà all’accusa con un articolo che, riprendendo quella lontana polemica, nelle sue intenzioni dovrebbe avere titolo: “Quando i compagni del Manifesto erano fascisti come me”.

Sulla seconda accusa, quella di essere un colluso con la ‘ndrangheta,  gioca con ogni evidenza l’atteggiamento garantista del Direttore di Calabria Ora. E se non desta particolare meraviglia l’acredine forcaiola de Il fatto, un oh! di stupore lo solleva, invece, il vespro giustizialista del Manifesto che, sentenzia: «I maligni sostengono che Calabria Ora con questa iniziativa abbia piuttosto voluto fare da controcanto alla manifestazione antindrangheta organizzata dal Quotidiano della Calabria il 26 settembre scorso». Con altrettanta acrimonia, qualcuno potrebbe obiettare al Manifesto che il loro disappunto nasce  dalla vitalità e dal dinamismo del quotidiano calabrese e del suo direttore. Non ci sembra un granché bello spunto argomentativo.

Il convegno, invece, ha tutt’altri scopi. Saranno tre i temi sui quali si concentrerà la discussione: politica, informazione ed economia. Sul primo punto si cercherà di aprire ad un confronto trasversale: ritenere che una destra e una sinistra contrapposte possano giocare un ruolo positivo nell’attuale contingenza, confermerebbe quella impasse dalla quale, invece, si vuole cercare di uscire. E si cercherà di farlo sollevando la questione di un’egemonia politica che, dall’unità ad oggi, il Nord ha sempre puntualmente riproposto per sé: dal Risorgimento, concepito e realizzato  dal Regno sabaudo, alla Resistenza nell’ultima Guerra mondiale, al berlusconismo che in alleanza con la Lega sta per realizzare un federalismo calato, ancora una volta, sul Sud senza mediazioni e senza prevedere nemmeno una camera di compensazione istituzionale degli interessi partecipati delle regioni meridionali. La seconda discussione verterà sul tema dell’informazione, dove non si mancherà di far notare l’evidente squilibrio fra gli strumenti di comunicazione di massa del Nord e quelli del Sud, con tutto quello che il difetto vuol dire nello sviluppo politico e culturale di quelle regioni. A proposito di economia si rifletterà sulle modifiche che la riforma federale eventualmente produrrà nella società meridionale. Su questo punto, Sansonetti è netto e senza mezze misure: «La parte fondamentale della borghesia del Nord ha in mente l’idea di dividere l’Italia in due: la parte ricca e la parte povera. E’ convinta che il nuovo modello del quale il capitalismo ha bisogno si può realizzare solo se riesce a costruirsi la sua  “Romania” fatta in casa. Che vuol dire “Romania”? Vuol dire una zona del paese depressa, molto impoverita, priva di potere politico e che può trasformarsi in un serbatoio di lavoro – scusate la forzatura – schiavistico. Cioè a prezzi bassissimi e a diritti zero.  L’idea della borghesia del nord è quella di usare il federalismo fiscale non solo per arricchire il Nord, ma soprattutto per impoverire il Sud, perché un Sud poverissimo serve all’Italia».

Cosa, in tutto questo, ci sia di così scandaloso da sollevare le aspre polemiche che l’annuncio del convegno ha destato fra i suoi compagni (o ex) è cosa francamente difficile da comprendere. Certo, Sansonetti ha usato il tamburo battente per attirare l’attenzione quando, il 21 settembre scorso, ha lanciato la campagna: «Noi di Calabria Ora stiamo […] chiamando tutti a confrontarsi e tutti ad uscire dai vecchi schemi e a prendere in considerazione la possibilità che sia il Sud a marciare alla conquista dell’Italia». Ma aveva qualche possibilità di ascolto se avesse usato, chessò, il flauto dolce?

m.r.

UN NUOVO CICLO
SENZA TIRANNI DA ABBATTERE

Italia, 12 novembre 2010 – Quando tira aria di “fine regime” l’Italia non resiste al vizio antico di attraversare la fase dal vecchio al nuovo addossando ogni colpa al “tiranno” da abbattere, trasformato nell’icona impresentabile di tutti i mali da espellere.

È accaduto con Mussolini, appeso a piazzale Loreto, e liquidato con un rito tribale la cui ferocia era direttamente proporzionale alla voglia di lavarsi la coscienza, di cancellare ogni traccia del mussolinismo che aveva avuto seguaci entusiasti e complici interessati.

È accaduto con Bettino Craxi: dopo la sua caduta nessuno era disposto a ricordare di essersi compromesso con la stagione d’oro del craxismo e nessuno voleva ricordare la provenienza dalla vituperata prima repubblica.

La stessa cosa rischia di accadere con Silvio Berlusconi ed è una tentazione, va detto subito, esecrabile e inaccettabile, un malcostume – non solo politico – che alla lunga legittima solo chi è più capace di alzare il dito per sentire da che parte tira il vento. In pratica, parliamo di un altro dei tanti travestimenti del servilismo che andrebbe finalmente tenuto ai margini da una stagione veramente rinnovata.

In giorni come questi, in cui tanto si dibatte sull’antiberlusconismo di destra e in cui vanno per la maggiore arditi paragoni tra la fine del regime fascista e quella del ciclo berlusconiano, occorre con forza respingere la tentazione di un incanaglimento dello stile e del linguaggio, ricordando che il berlusconismo è stato ed è un fenomeno culturale che è andato ben oltre e ben al di là del Pdl coinvolgendo l’intero paese.

Sul tema si vanno esercitando, ovviamente, soprattutto i giornali vicini al premier. Ieri si leggeva sul Tempo un commento di Francesco Damato sull’incarognimento al quale sarebbe arrivata la lotta politica. Il riferimento era allo “sciacallaggio” contro Sandro Bondi per giungere però a dire che è in atto una specie di rincorsa a scoprire imperdonabili nefandezze nell’operato di Berlusconi. E si leggeva sul Giornale anche un monito di Marcello Veneziani contro il clima “di odio a priori” che sta serpeggiando nel paese. Come se si fiutasse da lontano la preda da cacciare e sulla quale riversare risentimenti fino a ieri contenuti a fatica.

Vogliamo chiamarla la tentazione di piazzale Loreto? Chiamiamola così. E certamente non è nulla di edificante, nulla che possa piacere all’area finiana che chiede al presidente della Camera di rimettere la politica alta al centro dell’agenda pubblica. Tuttavia la riflessione dovrebbe investire non solo gli ultimi giorni, quelli seguiti al discorso di Fini a Bastia Umbra, ma dovrebbe estendersi agli ultimi mesi, rintracciando in modo obiettivo le responsabilità di toni, titoli, campagne, articoli, battute che hanno impregnato il clima generale del paese logorando il civile sentire comune, impedendo che ciò che veniva chiesto pacatamente e senza macchine del fango, cioè che si aprisse un dibattito profondo sulle prospettive del centrodestra, avesse il suo corso naturale e legittimo.

È la storia di un tentativo di demonizzazione del principale avversario del premier, cioè Gianfranco Fini, operata in dispregio al comune buon senso. Fini è stato additato come comunista, venduto ai magistrati, congiurato di D’Alema, complice di Di Pietro, come invidioso, nullafacente, psicodisturbato, manovrato dalla famiglia Tulliani, come traditore della sua stessa comunità politica, fascista di ritorno, servo del Quirinale, ribaltonista, obnubilato dal ménage con una compagna più giovane, bugiardo.

Si è teorizzato e organizzato contro di lui il “metodo Boffo”, distillando giorno dopo giorno quello che Giuseppe D’Avanzo ha definito character assassination. Si è minimizzato, ridicolizzato e deriso ogni rilievo politico che giungesse da lui o da uno degli esponenti del suo mondo. E soltanto quando tutto questo insieme di ingranaggi di incanaglimento hanno fatto cilecca si è preso atto di una realtà che era stata esorcizzata con forza disumana e disperata: la fine di un ciclo, il tramonto di un leader, l’esaurimento di una stagione. Ora che il dato è ovvio, evidente e innegabile, proprio quelli che si sono più spesi per alterare e turbare la normale dialettica politica dovrebbero prima di tutto interrogarsi sull’utilità del ruolo svolto, e casomai fare autocritica, prima ancora di gridare allo scandalo perché si riaffaccia all’orizzonte la “tentazione di piazzale Loreto”.

Un fantasma che non ci piace e che non può piacere, un’immagine di un’Italia degradata e bestiale, che chiama in causa il malcostume italico dell’autoassoluzione dinanzi a crolli che sono sempre causati da responsabilità collettive. E non si fa fatica a immaginare che, quando e se sarà chiusa la stagione belrusconiana, saranno proprio quelli che più convintamente lo hanno applaudito e osannato a prendere le distanze, a dire che loro l’avevano detto, che loro l’avevano previsto, che loro erano in realta degli oppositori silenti.

Dall’altra parte, la parte che si appresta a festeggiare un’uscita di scena sempre sognata e sempre rinviata per mancanza di un’opposizione credibile, sarebbe bene che ci si attenesse al consiglio suggerito da Aldo Cazzullo sul Corriere di ieri: «Dal berlusconismo si esce con un surplus di autocontrollo, moderazione, stile; non con il ghigno beffardo della rivincita».

E anche a ciò va aggiunta una postilla: dal berlusconismo non si esce con l’uscita di scena di Silvio Berlusconi. Questo è solo il risvolto politico e immediato dell’intera faccenda. Dal berlusconismo come fenomeno profondo, radicato, intrecciato con la voglia di populismo presente in Italia come in altri paesi d’Europa, si esce – come ha detto Alberto Asor Rosa nel corso della trasmissione L’Infedele di Gad Lerner – con un paziente lavoro di ricostruzione del tessuto sociale, con la risocperta della dimensione della politica come atto che coinvolge tutti, con l’attenzione riportata sull’etica della responsabilità, con la valorizzazione del senso civico, con l’emarginazione di tutte quelle pulsioni egoistiche e localistiche che non vanno assecondate come pesca delle occasioni per aumentare le percentuali di consenso, con la rinuncia ai sondaggi e ai consulenti per l’immagine, con una tv in cui un monologo di Roberto Saviano sia apprezzato più di un concorrente del Grande Fratello.

Tutto ciò richiede tempo e amore per il proprio paese. Ecco, non l’amore berlusconiano contro l’odio della sinistra, ma semplicemete l’amore degli italiani per l’Italia.

Annalisa Terranova

VIENI VIA CON ME?
MEGLIO DI NO

Italia, 10 novembre 2010 – Insieme ad altri 8 milioni e passa di telespettatori abbiamo visto il programma di Rai3 Vieni via con me. Siamo contente del successo avuto da Roberto Saviano e Fabio Fazio. Ma non possiamo non esprimere il nostro disappunto per un programma che era tutto esclusivamente maschile. Le uniche due donne presenti: una suora che ha parlato due minuti; e l’attrice Angela Finocchiaro che leggeva parole di altri. I grandi protagonisti sono stati tutti uomini, il tono era quello predicatorio da preti, il monologo di Roberto Benigni tutto c’entrato sulle fighe e le puttane. Le immagini finali dei grandi padri della patria, come dice la parola stessa, tutte di uomini. Se uno straniero o un extraterreste o un replicante o fate voi chi, avesse voluto farsi un’idea dell’Italia quasi (speriamo) postberlusconiana, vedendo Vieni via con me che cosa penserebbe oggi? Che le donne non esistono o se esistono sono esclusivamente oggetto di critica e di satira. Viene in mente un racconto della grande scrittrice Anna Banti, Le donne muoiono. Il programma di Fazio Fabio era così: come se un’epidemia ci avesse già sterminato e cacciato per sempre dalla faccia della terra.

Ma per fortuna non è così.  Non solo siamo vive e siamo tante, ma contiamo. Solo qualche settimana fa abbiamo fatto da queste pagine gli auguri alla nuova segretaria della Cgil, Susanna Camusso. In quella stessa occasione abbiamo anche notato che l’Italia, una volta tanto, è il primo Paese in Europa ad avare due donne alla guida degli industriali e dei lavoratori. Un’occasione, ma anche lo specchio di quanto sia cambiata nel profondo la nostra società. Una parte dei media e la politica sembrano però non rendersene conto. Continuano imperterriti a dare una rappresentazione monosessuata del mondo. E questo vale per la destra, ma ancor di più per il centrosinistra, che in questo delicato passaggio sembra ancora una volta dimenticare che esistiamo. Prevalgono i leader, giovani e meno giovani, bravi e meno bravi, ma sempre uomini, così come sono i patti tra uomini che stanno condizionando questo passaggio e le future alleanze.

Ecco, state forse pensando, l’ennesima lamentatio contro gli uomini. Niente di tutto ciò. Anche perché, scusate l’indifferenza, ma non è ai maschi che ci stiamo rivolgendo, ma alle nostre amiche: a chi fa politica, a chi lavora, a chi spera che l’Italia cambi. Non possiamo più stare a guardare e delegare ai politici il futuro del Paese. Dobbiamo uscire allo scoperto, chiedere di contare, dettare le nostre condizioni. Prima che sia troppo tardi. Abbiamo avuto la fortuna di leggere in anteprima la lettera aperta alle femministe firmata da Ritanna Armeni, che verrà pubblicata venerdì da Gli Altri. Siamo d’accordissimo con lei: basta parlare delle donne di Berlusconi. Lo abbiamo detto: è squallido, è sbagliato, si deve dimettere. Ma per fare solo questo discorso, facendoci trascinare dalle priorità degli uomini, abbiamo perso troppo tempo dimenticandoci di pensare e proporre la nostra agenda. Su coraggio, non perdiamo altro tempo. Diciamo chi siamo e cosa vogliamo senza più delegare nessuno.

Angela Azzaro & Anna Paola Concia

COME SI RAGIONA IN TEMPI DI CRISI
AIUTI SOLO ALLE FAMIGLIE CHE PROCREANO

Milano, 8 novembre 2010 – Ormai non è più nemmeno in dubbio se e quando (entro marzo, si pensa) cadrà questo Governo. La partita non si gioca nemmeno più sul programma in attesa di attuzione, sul “Lodo Alfano” o sulla questione della legalità. Tutta la scommessa è su chi farà cadere l’esecutivo, dopo l’ultimatum dato da Fini, ieri, a Perugia: dentro l’Udc o noi usciamo dalla maggioranza.

Il presidente del Consiglio dice: la sfiducia mi venga dal parlamento. Il carroccio che fino a ieri strepitava per correre alle urne, adesso frena: il Governo va avanti. E Berlusconi lo rassicura: decreti attuativi della riforma federale entro Natale.

Il gioco del cerino, va avanti. Indietro, invece, resta il Paese, con le sue emergenze irrisolte e con il rischio di un collasso sul debito pubblico alla prossima asta dei titoli di stato. Andasse deserta, finiamo come la Grecia.

L’unico accenno all’economia, viene dal Ministro Maurizio Sacconi che alla Conferenza italiana sulla famiglia, in corso a Milano,  se ne esce con la splendida trovata di correre in aiuto solo alle famiglie che procreano: «Senza nulla togliere al rispetto che meritano tutte le relazioni affettive che però riguardano una dimensione privatistica – dichiara il ministro del Welfare – le politiche pubbliche che si realizzano con benefici fiscali sono tarate sulla famiglia naturale fondata sul matrimonio e orientata alla procreazione». Ci manca solo la tassa sul celibato e siamo a cavallo.

m.r.

SARAH SCAZZI
CHI L’HA AMMAZZATA? MICHELE O SABRINA?
NESSUNO DEI DUE: È STATA LA FAMIGLIA

Avetrano, 5 novembre 2010 – Prima: chissà che fine ha fatto Sarah. Poco dopo: sento di dover essere io a condurvi da lei. Nel mezzo: sono stato io ad ammazzarla e ho pure abusato sessualmente del suo cadavere. Nell’immediato successivo: mia figlia Sabrina era con me, quando l’ho uccisa. Poco oltre: non ho abusato del suo cadavere. Infine: non l’ho uccisa io , è stata mia figlia Sabrina.

Se questo è un padre o uno zio, non lo so. So che è il perfetto prodotto e producente al contempo di quel meccanismo infernale che è la famiglia.  Padre, zio, figlia, nipote. Forse anche madre e qualche altro congiunto laterale che probabilmente sapeva ma che, in nome dell’omertà di questa agenzia criminale, ha taciuto. Se non anche nascosto.

Lo zio che si autoccusa dell’omicidio della nipote per salvare la figlia. O il padre che accusa la figlia di aver ucciso la cugina? La figlia che accetta la copertura del padre, o l’accusa di averla incastrata per salvare se stesso? Sono le gioie della famiglia…

Un caso isolato? E Cogne? E Novi Ligure? E Parma? E ovunque si eserciti un delitto prossimale cosa sono? Tutti casi isolati? Macché, siamo seri: questa è solo la classica punta dell’iceberg che emerge. Il grosso del guaio è sotto il pelo della superficie dei noti fatti di cronaca.

Tra l’8 e il 10 novembre, andrà a protocollo la “Conferenza nazionale della famiglia”. Un po’ come se la Mafia, la Camorra e la ‘Ndrangheta uscissero allo scoperto e pretendessero di celebrarsi in una convention pubblica.

Con una differenza: Mafia, Camorra e ‘Ndrangheta producono ogni anno infinatamente meno morti, senza contare feriti e afflitti vari, che produce quest’associazione a delinquere legalizzata che si chiama famiglia.

m.r.

GIÙ LE MANI DAL SECOLO D’ITALIA
BOIA CHI MOLLA

Il quotidiano Secolo d’Italia rischia di scomparire per il conflitto interno agli ex An. Della disputa fra ex An, post Pdl, neo Futuro e Libertà, ci frega poco. Quel che ci importa è mantenere in vita un foglio libero. E storico… Firmate la petizone SalvaSecolo QUI.

La redazione

Italia, 4 novembre 2010 – Il Secolo d’Italia esiste da quasi 60 anni. Rappresenta una memoria storica, una voce libera, una tradizione culturale e giornalistica che con continuità e coerenza (e anche tra tante difficoltà) ha raccontato il punto di vista di una comunità umana e politica. Ma soprattutto ha raccolto nei decenni il contributo, le riflessioni e le firme di intellettuali e scrittori che hanno coralmente edificato un patrimonio che sarebbe riduttivo ricondurre a una singola sigla di partito.

Il Secolo d’Italia costituisce oggi l’unico centro di raccolta di documenti e articoli indispensabili per conoscere, studiare e approfondire la storia della destra italiana.

Nell’ultimo periodo ha con spirito d’indipendenza e senza mai piegarsi al gossip interpretato una voce critica all’interno del centrodestra utile ad avviare una riflessione e un dibattito al di là e oltre i muri ideologici del Novecento.

Oggi il Secolo d’Italia ha bisogno del sostegno di tutti, di chiunque, giovane o anziano, parlamentare, giornalista o semplice cittadino, vuole difendere la libertà di stampa, il pluralismo, la tradizione culturale della destra e di chiunque creda che al nostro paese sia più utile la vivacità delle idee che gli slogan di una piatta propaganda. Per tutte queste ragioni chiediamo una firma per continuare a vivere e per proseguire nel nostro lavoro quotidiano, aggiungendo ogni giorno un “pezzetto” di politica viva a una storia che è stata nobile e che vorremmo fosse ancora lunga.

Firmate la petizone SalvaSecolo QUI. Boia chi molla…

La redazione

O BELLA GIOVINEZZA: CIAO

Italia, 3 novembre 2010 – Sarà, il prossimo, un Festival di Sanremo fascio-comunista? A dar retta alle anticipazioni di Gianni Morandi che lo condurrà, sembrerebbe di sì. In stretta consecuzione i 14 big che si contenderanno l’edizione 2011, eseguiranno, fra altre canzoni storiche celebrative del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, anche Bella ciao e Giovinezza.

Non è dato sapere al momento in quale versione le due canzoni popolari verranno proposte al pubblico. Sia dell’una che dell’altra ne esistono diverse. In origine, infatti, la prima era il canto delle mondine piemontesi e la seconda l’inno goliardico degli studenti torinesi.

Ma questo, in definitiva,  poco importa passate come sono passate nella memoria collettiva in chiave di appartenenza alla guerra partigiana l’una e all’epica fascista del Ventennio mussoliniano, l’altra.

Il direttore artistico del Festival, Gianmarco Mazzi, mette le mani avanti in vista di possibili polemiche: «Il significato è artistico e non politico. Se vogliamo cantare canzoni della nostra storia non dobbiamo aver paura di cosa rappresentano ma dobbiamo tener conto dell’importanza artistica che hanno avuto e che hanno».

A semplice lume di naso, ho l’impressione che sia una trovata molto pubblicitaria per lanciare il Festival nazional-popolare della musica italiana. Dubito molto che di fronte allo schiamazzo che zombie anticomunisti e zombie antifascisti stanno già levando in rete e altrove per esprimere la propria contrarietà, i direttori di scena tireranno dritto e porteranno a compimento il proposito.

Sento già le prefiche dell’identità irriducibile, di una parte e dell’altra, elevare alto il pianto della memoria tradita, della purezza perduta, dell’accostamento sacrilego…

Ed è proprio questo l’aspetto che più mi interessa: vedere fino a che punto l’idiozia degli zombie riuscirà a peggiorarsi.

m.r.

NICHI VENDOLA
SILVIO DIMETTITI: SEI TRISTE

Italia, 2 novembre 2010 – Non siamo, con ogni ovvietà, di Sinistra Ecologia e Libertà. Non voteremo, ammesso e non concesso che decidessimo di andare a votare, per Nichi Vendola alle prossime elezioni, ormai alle porte. Però, quanta dignità, quanta verità politica, per quanto la politica possa essere vera, nelle parole di questo video. Persino al di là della gaffe, l’ennesima, di Silvio Berlusconi che ne è la premessa…

La readazione

BERLUSCONI: DE PROFUNDIS
MA NESSUN GOVERNO TECNICO
LA PAROLA PASSI AL POPOLO

Italia, 1° novembre 2010 – Che io sia per il pensionamento mai troppo anticipato di Berlusconi, penso che ormai, fra i lettori de Il Fondo, non ci siano più dubbi. Basta con questa paraliasi indotta dai suoi affari personali: dalle Tv, ai lodi di giustizia,  alle sue intese energetiche, molto private, con Putin e Gheddafi. I problemi del Paese, a partire da un debito pubblico in costante aumento, sono altri. E lui non è in grado di governarli preso com’è, non bastasse il resto appena sopra enunciato, dai bunga bunga con le minorenni. E questa è una cosa.

La seconda cosa è che non vorrei sentire nemmeno lontanamente parlare di “governi tecnici”. Sebbene, alla luce della Costituzione, qualora l’attuale governo dovesse dimissionarsi, sarebbe via praticabile.

Ma quello che è praticabile per via costituzionale fa a cazzotti con la norma non scritta ma ormai in vigore popolare che questo e solo questo governo è legittimato a condurre a termine l’attuale legislatura. Ogni altra ipotesi apparirebbe, anzi: risulterebbe in essere come vero e proprio colpo di stato.

Il sistema elettorale maggioritario, piaccia o non piaccia – e a me non piace: sono per il proporzionale secco – è nella sostanza un plebiscito che indica in una persona, e nella compagine che lo accompagna, chi deve governare le sorti di una nazione per 5 anni.

Le ultime elezioni politiche, quelle del 2008, pur condotte con il sistema che a me non piace – hanno indicato in Silvio Berlusconi, il Capo di governo e, con lui,  gli uomini che dovevano governare.

Le sue azioni inconsulte – sempre di Silvio Berlusconi si tratta – prima fra tutte quelle di far fuori il cofondatore del Pdl, Gianfranco Fini, e le successive mosse di quest’ultimo, ormai avviato a fondare un nuovo partito, Futuro e Libertà, possono determinare la caduta del governo ma non legittimano soluzioni alternative, in caso di crisi, al ritorno al voto.

Ribadisco: Berlusconi ha esaurito, finalmente, il suo ciclo. Sta a lui prenderne atto e rassegnare le dimissioni. Poi, però, la parola deve passare, senza mediazioni, al popolo italiano.

Con quali prospettive? Non sono in grado di prevederlo. Noto che sullo scacchiere politico si sono creati due fatti nuovi: Sinistra Ecologia e Libertà, che proprio nei giorni scorsi si è costituita in partito, e la nascente formazione di Futuro e Libertà.

Probabilmente, sono realtà inconciliabili fra loro – anche se personalmente non sarei così pessimista – ma sono sicuramente le entità che condizioneranno gli assetti politici in vista della discussione politica che, da qui a breve, si aprirà.

Staremo a vedere ma, intanto: Berlusconi vattene a casa. Quale casa, visto che ne hai molte? Una qualsiasi: ma liberaci da te…

m.r.

I numeri arretrati di sono QUI

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