Eric Clapton. “Clapton”

Federico Zamboni

.Il carisma e la suggestione. Il gigante e la sua ombra. Il suono e la sua eco. Si può continuare, certo. La causa e l’effetto. La verità e il suo riflesso. La verità e il suo travisamento. La celebrazione che sembra un omaggio, ma alla lunga si rivela una gabbia, un trabocchetto, un equivoco che non ci sarà più modo di dissipare. La passione che diventa una croce. Si sviluppa in altezza, come le lodi eccessive. Si sviluppa in larghezza, come i guadagni eccessivi. Si irrigidisce. Si sovrappone a se stessa. Ti inchioda.

Eric Clapton negli anni Sessanta, a Londra. Non è l’unico a essere stregato del blues, e a praticarne gli incantesimi più accessibili nella speranza di riuscire, un giorno, a penetrarne i segreti, ma è quello che rimane più impresso. La fama si nutre di se stessa. L’approvazione, spesso, non è nient’altro che una forma di ripetizione. Quasi una risonanza. Lo senti dire in giro: grande chitarrista, quel Clapton. Lo vai ad ascoltare: pensi che è bravo, vedi che è così concentrato, lo applaudi (lo acclami) senza nessuno sforzo. Esci dal club e cammini per la città. Leggi quella scritta sul muro: Clapton is God. Clapton è Dio. Che esagerazione. Che tentazione. Dovresti chiederti: perché sì? Ti dici: perché no? Te lo porti dietro per sempre: Clapton è Dio. Una questione di fede, non di ragionamento. Il piacere di credere. Il piacere di non dover dare nessuna spiegazione.

Eric Clapton quarantacinque anni dopo, all’incirca. La stessa scritta non la traccerebbe più nessuno, ma in qualche modo è rimasta. Come se fosse stata scolpita nella roccia. Come se quel muro di città fosse diventato una montagna. Uno dei tanti “monti Rushmore” del rock. Che faccia aveva George Washington? Devi andare a controllare. Che faccia aveva Jim Morrison? Ce l’hai stampata in testa. E nel cuore. Eric Clapton non è più quello di un tempo. È una divinità che è scesa sulla terra, come se si fosse stancata di tutto quel culto. Non inginocchiatevi; chiacchieriamo un po’. Non accendete candele votive; offritemi una sigaretta. Non chiedetemi gli stessi sortilegi di allora. Mettetevi comodi. Ascoltate la musica che ho appena raccolto: forse è meno preziosa; di sicuro è più fragrante. Forse non farà storia; di sicuro mi assomiglia di più.

Alla fine è questa, la differenza decisiva. Dio deve essere immutabile. Gli uomini possono cambiare tutte le volte che vogliono. Dio è splendido, ma rinchiuso nel suo splendore. Gli uomini non sono affatto splendidi – se non per qualche istante disperso qua e là – ma possono sperare che i loro gusti, i loro limiti, i loro stessi difetti siano condivisi da altri. Un disco non è un miracolo. Non trasforma l’acqua in vino. Il vino lo imbottiglia, semmai. Si procura l’uva, la pigia, la fa diventare mosto. Si sobbarca la trafila. Si compiace del risultato. Se ne infischia della mancata invenzione. Bene: è “solo” un’altra buona scorta di vino da tenere a disposizione. Verranno degli amici e festeggeremo. Verranno degli sconosciuti e ci aiuterà a fare amicizia. A provarci, quanto meno.

Il nuovo album di Eric Clapton si intitola solo col suo cognome. La copertina è una sua foto, nemmeno particolarmente riuscita: la faccia in primo piano di un uomo ormai anziano, coi capelli troppo lunghi e la barba di qualche giorno. Il bavero alzato. Gli occhiali da vista. Lo sfondo scuro. La luce di lato che picchia sui capelli grigi e li sbianca. Un’aria sicura, ma non del tutto. Un’aria tranquilla, ma non del tutto. Un aspetto che fa venire voglia di domandarglielo. Mi scusi se glielo chiedo, signore. Che lavoro fa? O forse, che lavoro faceva?

.La risposta, se avesse voglia di darla, sarebbe interessante. Suonerebbe (suonerebbe…) all’incirca così: attualmente raccolgo cose vecchie e le rimoderno un po’. Vecchie musiche, in particolare. Vecchi brani, non sempre famosi, oppure famosi a suo tempo, ma oggi non più, che mi piace ascoltare. E che perciò, magari, potrebbero piacere anche ad altri, sempre che non siano intrappolati nelle loro abitudini. Per esempio: Rocking Chair, di Hoagy Carmichael; How Deep Is the Ocean di Irving Berlin; Autumn Leaves di… Un momento: credo che questa la conosciate col suo vecchio titolo. Le feuilles mortes, Le foglie morte, di Joseph Kosma e Jacques Prévert.

Bisogna dargliene atto. Sa quello che fa. E lo sa così bene da circondarsi di collaboratori di prim’ordine, che magari lo sanno ancora meglio di lui, in qualche caso specifico. Innanzitutto J.J. Cale, chitarra e voce. Poi Allen Toussaint, pianoforte. Poi Wynton Marsalis, tromba. Ma ce ne sono molti altri, come forse è indispensabile in una raccolta che spazia in lungo e in largo tra stili diversi. E di epoche diverse. L’obiettivo non è sorprendere, ma convincere. La meta non è primeggiare, ma coesistere. Amalgamarsi l’un l’altro. Dipingere ciascuno la propria parte, fino ad avere un quadro vasto e armonioso. Clapton pensa a rendere riuscita l’opera, piuttosto che a imporre il suo marchio di fabbrica. Sembra interessato a plasmare un disco che ascolterà volentieri egli stesso, una volta che l’avrà finito. E probabilmente, se non fosse fuori luogo (poiché la discrezione non può arrivare al punto di defilarsi), rinuncerebbe persino a cantare.

«Odio il mio canto. Non mi piace. Sembra come quando avevo 16 anni. Faccio del mio meglio per cercare di entrarci dentro. Sai, quando sento cantare Ray Charles, credo che sia così che si debba fare. Si ricorda migliaia di canzoni e le canta tutte come se fossero la canzone più importante che conosce. Non è come leggere, come fanno tutti. Lo fa dal profondo del suo cuore, ogni volta, per ogni pezzo. Questo vuol dire esseri ispirati. Questa è la mia fonte di ispirazione. Ma io sono intriso di tanta insicurezza, nel canto, che è molto difficile per me arrivare alla libertà che possiedono questo tipo di cantanti.»

Se potesse la cambierebbe, la sua voce. Come si cambiano le chitarre. Come si scelgono, le chitarre. Sarebbe logico, in fondo. I compositori preferiscono certi interpreti. I suonatori certi strumenti. I cantanti, invece, devono farsi andare bene la voce che hanno ricevuto in sorte. Eccolo qua, un ottimo motivo per voler essere davvero Dio, almeno per un istante: regalarsi l’unica cosa che il talento e l’impegno non possono modificare.

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