…e all’improvviso: il Caravaggio

Marco Petrelli

E’ una splendida giornata il dieci di agosto. Caldo, ma non troppo. Il mare di Porto Ercole è limpido e calmo. I suoi scogli, enormi, a due passi dal porto turistico, sono coperti di anemoni un metro sotto la superficie, di sale sulla sommità. Le radio toscane fanno a gara a trasmettere i pezzi dell’estate: dalla modaiola Wacca Wacca di Shakira, alla intramontabile “Abbronzantissima” di Edoardo Vianello. In un’assolata mattina d’agosto, tra teli e creme abbronzanti, incarti di rosticceria, gelati e bottiglie di Coca, studio e lavoro sembrano argomenti lontani, lasciati in città semi deserte cinque giorni prima di Ferragosto. Ma è proprio nel momento di stacco dal tam tam quotidiano che si fanno di quegli incontri che, se non alla vita, danno un tono brioso e accattivante alla giornata.

Sono steso a pochi centimetri dall’acqua e passo il tempo a chiacchierare con una giovane imprenditrice e due ricercatori, uno dell’Università di Pisa e l’altro dell’Università di Firenze. Il “fiorentino” (che poi fiorentino non è) invita me e la ragazza a partecipare ad una mostra,  allestita nella chiesa di Sant’Erasmo, piccola perla, tra gli edifici più antichi del borgo di Porto Ercole.

“Ospite” d’onore della mostra A chiuder la vita Michelangelo Merisi da Caravaggio, che proprio a Porto Ercole trovò la sua fine, il 18 luglio 1610. Ammetto che, da laureato in Storia contemporanea e generalmente appassionato di storia politica e storia militare, non tocco la disciplina artistica dall’ultimo esame universitario, quattro anni fa. Tuttavia, ereditato il forte interesse ‘materno’ per l’arte e desideroso di rispolverare qualche nozione, prometto di raggiungere gli studiosi a Sant’Erasmo. Una mostra particolarissima: non una sequenza di tele, ma un singolo dipinto, Il San Giovanni Battista della Galleria Borghese, ultima opera del grande pittore lombardo.

Nell’estate del 1610 (esattamente quattro secoli fa) Caravaggio è un uomo in fuga. Quattro anni prima, dopo un diverbio (pare per causa di una donna), ha ucciso il nobiluomo Ranuccio Tommasoni da Terni. Condannato a morte, riesce a nascondersi, sotto la tutela della famiglia patrizia dei Colonna. Dopo un sereno periodo di permanenza a Napoli giunge a La Valletta al cospetto dei Cavalieri di Malta, strenui difensori della Cristianità in un’epoca in cui i turchi sembrano inarrestabili, sia tra le onde del Mediterraneo che sui campi di battaglia dell’Europa orientale.

Caravaggio auspica, forte dell’influenza dei Colonna, di essere insignito Cavaliere dell’Ordine, carica che gli consentirebbe l’immunità. Nominato Cavaliere d’Onore e di Devozione, verrà più tardi imprigionato a La Valletta e, dopo una rocambolesca evasione, definitivamente radiato come “membro fetido e putrido”. Tornato in Italia, non gli resta che tentare di chiedere condono per quella terribile sentenza di decapitazione a  Papa Paolo V. Il cardinal nepote Scipione Borghese, uomo potentissimo ed avido collezionista dei dipinti di Merisi, appare come l’unico in grado di intercedere con il Pontefice.

Partito da Napoli a bordo di una feluca nell’estate del 1610, dopo giorni di navigazione è arrestato per uno scambio di persona a Palo. La feluca riprende il suo viaggio con il bagaglio dell’artista, contenente anche il San Giovanni Battista, destinato a Scipione Borghese. La nobile famiglia degli Orsini mette a disposizione di Caravaggio un’imbarcazione per raggiungere Porto Ercole e recuperare la preziosa merce. Tuttavia la mala sorte e le pessime condizioni di salute porteranno Michelangelo Merisi a perire sulla spiaggia del borgo marinaro toscano.

Un’opera straordinaria, dal forte impatto visivo: Giovanni Battista è rappresentato fanciullo, avvolto in una toga rossa e seduto. Alla sua destra un ariete intento a brucare dei pampini di vite; ai suoi piedi un tasso. La presenza dei due animali non è casuale: se l’ariete, animale sacrificale, richiama al Divino Amore di Cristo e si nutre della vite, simbolo di Vita Eterna, il tasso barbasso è un soggetto ricorrente nelle tele di Caravaggio come simbolo di morte. Vita e morte. Redenzione e condanna capitale.

Il San Giovanni Battista della Galleria Borghese è stato esposto per circa un mese nella pieve di Sant’Erasmo per i quattrocento anni dalla morte del grande e controverso pittore. Un mese prima dell’esposizione, nel giugno 2010, la terra dell’Argentario aveva restituito alla luce resti umani che, opportunamente analizzati, sono risultati essere all’ottantacinque per cento di Michelangelo Merisi.

A chiuder la vita rientra in un più articolato programma di promozione del patrimonio artistico italiano fortemente voluto da Eni (Ente Nazionale Idrocarburi), con il patrocinio del Ministero per i Beni Culturali e il Comune del Monte Argentario.

Immancabile l’apporto del gruppo di ricercatori accademici, tra i quali i due ragazzi conosciuti al mare. Al di là del fascino (naturale e anche un po’ scontato) suscitato da un capolavoro come Il San Giovanni Battista, non posso negare una profonda ammirazione per la preparazione, la passione e la competenza di giovani studiosi che dedicano la propria professione alla valorizzazione e divulgazione del nostro patrimonio artistico.

E’ a loro che dedico queste righe, in virtù anche di una promessa fatta quel giorno: “se puoi scrivi un articolo, tanto per farci un po’ di pubblicità”. E’ noto, le promesse si mantengono. Anche se non fanno media o non cancellano un misero 24 preso all’esame di Storia dell’arte.

Marco Petrelli

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