Boia chi molla. Quando il Msi guardò a sinistra

Luciano Lanna

L’articolo di Luciano Lanna che segue è stato pubblicato venerdì  scorso, 11 novembre, sul quotidiano Calabria Ora e si colloca nel dibattito in corso sul 40° anniversario della rivolta di Reggio, avviato dal direttore Piero Sansonetti con l’articolo, “Boia chi molla. Il nostro peggior nemico è il Nord“, a cui ha partecipato, tra gli altri, anche Miro Renzaglia con l’articolo: Ora e sempre: boia chi molla, riproposti sul Fondo.

La redazione

QUANDO IL MSI GUARDÒ A SINISTRA
Luciano Lanna

Cominciamo dallo slogan per capirci davvero qualcosa. È infatti un dato oggettivo che il primo documento ufficiale del Comitato d’azione della rivolta di Reggio del 1970, animato dal missino e sindacalista della Cisnal Ciccio Franco, terminava proprio così: «Per Regio capoluogo: Boia chi molla!». L’allora inviato del quotidiano torinese La Stampa Giampaolo Pansa, incuriosito da quel motto, un giorno chiese a Ciccio Franco se fosse stato lui a inventarlo. Ma il capopopolo calabrese alzò le spalle: «L’ho letto da qualche parte, lo gridavano durante il Risorgimento…». Sembra infatti che già nel 1799 avesse risuonato dalle barricate poste a difesa delle repubbliche giacobine di Roma e di Napoli. E poi c’è chi sostiene sia stata pronunciato a Milano durante le cinque giornate antiaustriache del 1848. Chi lo ricorda urlato da un certo sergente Sivieri che, in una terribile giornata del novembre 1917, durante la ritirata di Caporetto, con quelle parole avrebbe incitato i suoi soldati dopo che il loro generale s’era dileguato. Molti, infine, ricordano che era uno slogan diffuso anche tra i reparti dell’esercito italiano, in particolare tra gli alpini, nel corso della seconda guerra mondiale. Fin qui le tracce che si perdono nella tradizione orale. Poi la prima vera testimonianza documentata, arriva dall’uso frequente che ne faceva Roberto Mieville, nel 1944 prigioniero italiano non-cooperatore nel Fascist’s camp di Hereford negli Stati Uniti. Nel suo libro autobiografico Prigionieri nel Texas il giornalista Gaetano Tumiati lo ha raccontato descrivendo l’arrivo nel campo di concentramnento del suo vecchio amico Roberto: «Dopo l’abbraccio, mi ha afferrato per le spalle e fissandomi negli occhi, mi ha detto: “Ghitan! Sapevo che ti avrei trovato qui. Boia chi molla! Gente come noi non si rassegna…».

Già in una lettera dell’11 aprile ’43, mentre tutt’intorno, in territorio tunisino, divampa la resistenza di un drappello di sopravvissuti italiani alla lunga ritirata dai confini egiziani, lo stesso tenente carrista Roberto Mieville, ventiquattrenne, scriveva alla madre: «Sii tranquilla che comunque e ovunque avrò tenuto fede al mio motto: Boia chi molla!». Quello stesso Mieville diventerà, una volta tornato in Italia, uno dei primi animatori del Msi. Fu il primo leader del raggruppamento giovanile e nel 1948 entrerà in Parlamento come giovane deputato. Si considerava “di sinistra” e sottolineva la matrice risorgimentale e socialista dell’impegno politico dei missini. Dopo la sua prematura scomparsa, avvenuta nel 1955 per un tragico incidente stradale, quando aveva solo trentacinque anni, tutti lo ricorderanno soprattutto per la sua eccezionale capacità oratoria e, appunto, i suoi slogan. Ha raccontato Pasquale Ometti, direttore nel 1957, del settimanale Rotose, che quando in redazione arrivava lo scrittore Giuseppe Berto – che era stato accanto a Mieville e al pittore Alberto Burri a Hereford – c’era sempre «uno spiritoso che scattava in piedi gridando “Boia chi molla”…».

Tutto questo per escludere sin dall’inizio qualsiasi evocazione reazionaria o sanfedista alla rivolta calabrese del ’70. «Io a Reggio vedevo con i miei occhi – ha scritto la giornalista, reggina e di sinistra, Adele Cambria – e sentivo con le mie orecchie che quella non era una Vandea, anzi una “rivolta balorda” come scrivevano i miei colleghi dei quotidiani del Nord. Io vedevo sulle barricate i ragazzi di quindici, venti anni, dei rioni popolari di Sbarre e Santa Caterina, e mi chiedevo: possibile che il partito comunista non percepisca che a Reggio non sta accadendo qualcosa di vecchio ma che, al contrario, è scattato anche nella mia città quel meccanismo collettivo per cui gli esclusi trasformano la propria situazione in scelta e condizione privilegiata d’attacco?».

Di fronte all’esplosione della rivolta la frase minimizzante di Amintore Fanfani era stata: «Vogliono il pennacchio del capoluogo». In realtà dietro la ribellione popolare c’era l’insofferenza per la logica centralista e partitocratrica che stava dietro la spartizione del cosiddetto “pacchetto Calabria”. Che era stata decretata a Roma in vista delle prime elezioni regionali della storia repubblicana del 7 giugno 1970. Nel corso di un vertice calabrese nella capitale Giacomo Mancini, potente segretario del Psi, Riccardo Misasi, ministro democristiano per il Commercio con l’estero, entrambi cosentini, e il catanzarese Ernesto Pucci, sottosegretario dc all’Interno, avevano deciso a tavolino che la prima università calabrese sarebbe stata costruito vicino Cosenza, che la Regione Calabria avrebbe avuto sede a Catanzaro, e che a Reggio, anzi a Gioia Tauro, sarebbe stato assegnato un mitico quinto Centro Siderurgico con la promessa di 7mila posti di lavoro. Accordo al quale credette, o si accodò, anche il Pci, disposto a sostenere indirettamente i socialisti al governo. «In quanto ai sindacati – spiega la Cambria – con la Cgil in testa forse prestavano fede all’antica vulgata marxiana secondo cui non ci sarebbe stata la Rivoluzione, con la “r” maiuscola, senza industrializzazione del paese…».

La gente di Reggio disse invece no e per nove mesi le strade della città furono teatro di manifestazioni di massa e scontri duri tra i dimostranti e le forze di polizia. «Io sono figlio di un ferroviere – racconto uno dei ragazzi sulle barricate – e sono comunista come mio padre. Ma ci siamo scatenati perché Reggio capoluogo è una cosa giusta. Dopo è venuta l’inimicizia con la polizia. Ho visto io bastonare un mio compagno di scuola che tornava a casa dalla ripetizione di matematica…». E dirà un parroco, anche lui tra i dimostranti: «Sì, c’è un po’ di America Latina e purtroppo anche un po’ di Vietnam qui… Chiedevamo il riconoscimento di un diritto, ci hanno mandato i battaglioni della Celere».

La rivolta inizia il 14 luglio e il 17 settembre arriva la notizia del mandato di cattura per «istigazione a delinquere» per Ciccio Franco il quale, per dirla col leader di Lotta Continua Adriano Sofri che era sceso in Calabria interessato alla vicenda – fu il primo fascista ad approfittare del regalo che il Pci aveva fatto a Giorgio Almirante, condannando i fatti di Reggio». Al principio, infatti, il Msi era distratto da tutta la vicenda preso com’era dalla strategia almirantiana in doppiopetto tesa a prospettare una destra moderata e da maggioranza silenziosa. Ma a settembre fu forse proprio la discesa di Adriano Sofri in Calabria – Lotta Continua aveva fatto affiggere in tutta Italia un manifesto con la scritta: “Reggio capitale per uno scontro con lo Stato” – a far riflettere i vertici missini e a riappropriarsi del “Boia chi molla”.

Poi il 60 per cento di voto reggini alle elezioni anticipate del 1972 convinse Almirante, e la componente movimentista del Msi, che la scelta era stata giusta. Anche perché Ciccio Franco – «il capopolo più efficace della rivolta» secondo Sofri – era stato candidato al Senato come capolista del Msi e aveva conquistato al partito postfascista il 36 per cento dei voti. Un evento che per anni farà discutere dentro il Movimento sociale su quale fosse la strategia per uscire dall’isolamento: quella di entrare nelle aree di malessere sociale, ad esempio del Mezzogiorno, come dimostrava Reggio, oppure quella della costruzione di una destra moderata che guardava ai giochi di palazzo? Una politica oltre la destra e la sinistra da una parte, una tattica finalizzata a condizionare la Dc dall’altra, come poi si vedrà anche nella scelta di affiancare Fanfani nel referendum contro il divorzio.

Non a caso, i fatti di Reggio, insieme a quelli sessantottini di Valle Giulia in cui gli studenti missini si erano schierati con tutti gli altri e contro la polizia, diverranno fino al 1976 e oltre, i due esempi della possibilità di un’altra politica, quella per dirla col giovane Marco Tarchi, dello «sfondamento a sinistra». Non è casuale, del resto, la comune condanna della repressione militare della rivolta di Reggio, da parte del deputato missino Beppe Niccolai e di Adriano Sofri. «Al coinvolgimento popolare – ha spiegato l’ex leader di Lotta Continua – corrispose un coinvolgimento dello Stato in funzione di pura repressione poliziesca e militare. Era la prima volta che lo Stato repubblicano interveniva con un presidio così vasto e forte in un’intera regione italiana, rimanendoci per un anno e mezzo. Era inimmaginabile, era qualcosa che somigliava all’Irlanda…». E rieccoci all’evocazione di una esperienza irredentista e a suo modo risorgimentale. Tutto quello che sta dentro lo slogan “Boia chi molla”.

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