Viva la Rai

Angelo Spaziano

«Viva la Rai / ti fa crescere sano / viva la Rai./ Viva la Rai / quanta gente lavora / solo per noi…/ Viva la Rai / con il suo impero / dice la Rai / soltanto il vero / Viva la Rai / coi polpettoni e gli operai. / In viale Mazzini / ci giocano i bambini», cantava Renato Zero ai tempi in cui l’ente radiofonico di Stato sembrava essere una cosa seria.

Da un po’ di tempo a questa parte invece, l’atmosfera che si respira nel più costoso carrozzone massmediale italiano è completamente mutata. Bigazzi che dava lezioni di cordon bleu sui gatti in fricassea, la Clerici che pretende contratti milionari, la Dandini che strepita parlando di censure, Floris che dice di essere boicottato, Morgan che sniffava coca come antidepressivo e lo dichiarava candidamente in diretta.

Nei giorni scorsi, poi, tra le aiuole del viale romano del quartiere Prati dove sorge la skyline della prima antenna d’Italia ha esordito una razza speciale di “girotondini”: quelli del Movimento per l’Italia e dei circoli Pdl capitolini di Colle Oppio e Garbatella, sul piede di guerra contro Michele Santoro, l’anchorman cresciuto a pane e odio ideologico e pagato coi soldi dei contribuenti. 600.000 euro e qualche spicciolo, ad essere precisi. A tanto ammontano i cachet devoluti al presentatore salernitano, il quale ha messo il cud sul web rendendo pubblici i suoi redditi invitando provocatoriamente gli altri a fare altrettanto. Un discreto guizzo di virtuosismo per far dimenticare agli utenti il tormentone estivo del “minacciato” commiato da mamma Rai foraggiato con una buonuscita da nababbi. Un addio che purtroppo (per noi) è stato procrastinato a data da destinarsi.

L’insolita protesta – insolita poiché per la prima volta inscenata da elementi provenienti da ambienti conservatori – è stata tenuta infatti proprio in concomitanza con la riunione del Cda Rai convocata dopo le polemiche suscitate dalla prima puntata di Annozero, il famigerato format santoriano. La performance del telepredicatore stavolta è stata talmente becera che da indiscrezioni filtrate dai piani alti s’è ventilata addirittura l’ipotesi di imporre le “ganasce” alla sua trasmissione. Uno stop di due puntate, per la precisione. Una misura disciplinare che andrebbe prevista anche per quelli abituati a “chiagnere e fottere”, sputando con disinvoltura nel piatto dove si abbuffano a nostre spese dì pregiato caviale del Volga.

Indicativa da questo punto di vista la dichiarazione del consigliere Antonio Verro, che  martedì 28 settembre si è astenuto sul rinnovo del contratto a Serena Dandini, in quanto «non mi è piaciuta la critica continua nei confronti dell’azienda, definita “la peggiore Rai di sempre”». E già. Se è così ripugnante riscuotere i conquibus dei teleabbonati per fare propaganda, perché Serenella non pianta baracca e burattini e non se ne va altrove? Chissà, magari in un’altra azienda dai benefit meno a buon mercato sarebbe costretta pure a lavorare davvero. Ma c’è dell’altro.

Verro infatti ha portato un esempio pratico di ciò che a suo avviso non dovrà mai più accadere in Rai: «La stagione della superficialità e degli insulti deve terminare. Sennò si finisce pure per giustificare quello che ha detto Santoro in diretta giovedì scorso (23 settembre)». Questa dichiarazione ha mandato in fibrillazione l’opposizione, perennemente sull’orlo di una crisi di nervi, come nel film di Pedro Almodovar. «Sembra che Masi sia intenzionato a punire la libertà espressiva di Santoro con la cancellazione di due puntate del suo programma: siamo alla vera e propria censura politica», ha affermato il capogruppo in commissione di vigilanza di Idv Pancho Pardi, mentre per Giorgio Merlo (Pd),  «Su Annozero non si deve applicare nessun tipo di censura, né politica né disciplinare». Dio ce l’ha data e guai a che ce la tocca, insomma. Alla faccia della democrazia. L’opposizione vorrebbe continuare con la lottizzazione “dinastica” come ai bei tempi della prima repubblica, allorquando la Rai era spartita col manuale Cencelli: Raiuno feudo Dc, Raidue Psi, Raitre Pci. Chi c’è c’è.

L’unico segnale positivo in questa situazione è che finalmente anche nel bengodi di viale Mazzini, come del resto in tutti gli enti che campano con i soldi pagati dalla collettività, ciò che succede “fuori” del contenitore sembra diventare sempre più determinante per le sorti del contenuto. Si prenda il consiglio di amministrazione del 28 settembre scorso. L’evento era molto atteso non solo per la conferma della Dandini, ma anche in quanto si doveva decidere la sorte della fiction su Anita Garibaldi prodotta dalla “Goodtime”, la “major” di Gabriella Buontempo, consorte di Italo Bocchino.

Se la conduttrice della seconda serata di Raitre è riuscita ad ottenere alla fine il nulla osta alla sua trasmissione, per la miniserie dedicata alla vita della moglie dell’eroe dei Due Mondi è scattato invece il niet. La decisione del Cda su questo punto infatti, è stata rinviata ancora una volta dopo che la scorsa settimana il consiglio già non si era potuto riunire a causa della mancanza del numero legale dovuto alle defezioni dei consiglieri di maggioranza. Quindi, oltre alla diatriba Santoro-Dandini, anche il caso Anita Garibaldi contribuisce ad alimentare le polemiche. Polemiche che, come ogni cosa in Rai, del resto, si tinge immancabilmente di bieca congiura politica. Per i primi due infatti si tratta di sacrosante perplessità dei vertici aziendali nei confronti di programmi e conduttori abituati a imbastire processi diffamatori contro il premier senza osservare neppure uno straccio di contraddittorio.

Non s’è mai capito perché, infatti, un Presidente del Consiglio dovrebbe essere tranquillamente messo alla gogna mediatica sulla tv di Stato foraggiata dalle tasse pagate anche da coloro che lo hanno eletto. Che sono risultati la maggioranza dei votanti. Strano modo di concepire la democrazia. Di tutt’altra natura è il tira e molla sulla fiction della Buontempo. In questo caso la giustificazione addotta è la querelle legale che vede coinvolta la società di produzione con un finanziere: di qui la “cautela” manifestata dalla Rai, che intende prendere (e perdere) tempo. Il fatto è che Gabriella Buontempo, in quanto moglie di Italo Bocchino, capogruppo di F&L, rischia di essere il classico vaso di coccio all’interno dello scontro politico che sta lacerando da mesi il centrodestra, anche se la figura di Anita Garibaldi dovrebbe essere considerata super partes.

Tutto questo ambaradan accade mentre sull’azienda grava la spada di Damocle degli esuberi, delle ricollocazioni e della mobilità interna. Malgrado tutti i propositi di contenimento della spesa e i problemi di budget, però, ora è ricicciato il bando in grado di convertire in contratti a termine i sussidi di disoccupazione dei precari iscritti all’albo dei giornalisti professionisti. Un clamoroso controsenso: bisognerebbe a tutti i costi sfoltire i pletorici organici del circo Barnum del tubo catodico e questi che ti fanno? Ne assumono altri. Il carrozzone Rai è sì un ente pubblico, non un istituto assistenziale. Anche perché viale Mazzini non fornisce un servizio in esclusiva. Mediaset garantisce un prodotto più o meno equivalente a quello offerto dagli schermi nazionali a un prezzo nettamente inferiore. E invece di tamponare l’emorragia di risorse e rendersi competitivi, i funzionari con la farfallina moltiplicano gli sprechi. Poi dice che uno non paga il canone.

Risale a tre anni fa l’approvazione di un piano aziendale che spergiurava di “razionalizzare il personale”. Ma l’impressione è che la Rai di oggi somigli all’Iri, all’Inps, alle Ferrovie di Stato e alla scuola pubblica di un tempo non molto lontano. Una costosa sinecura per parcheggiare gli sfigati Fantozzi del ceto medio e i trombati eccellenti della partitocrazia da consolare e coccolare con una fonte di reddito sicura e poco impegnativa. Troppi “Marrazzo” a spasso? Forza, venite tutti qui che troverete l’elisir di lunga – e sicura – carriera.

Il problema è che con oltre undicimila dipendenti, solo milleseicento dei quali giornalisti, forse l’organico di mamma Rai è saturo. E forse dati come quelli del bilancio 2009, con un passivo di 62 milioni di euro e un crollo delle entrate pubblicitarie di 199 milioni, quasi il 17% in meno, suggerirebbero prudenza nel concedere costosissimi bonus assicurativi contro la disoccupazione. Anche se poi, a ben vedere, di fronte ai milionari cachet delle star del pallone o alle faraoniche buonuscite dei disaster manager della finanza e dei boiardi di stato, i contratti a tempo determinato per i redattori da dislocare nelle sedi regionali non rappresentano altro che croccantini Eukanuba paragonati all’aragosta.

Ad ogni modo, aldilà della contestabile campagna acquisti aperta anche ai parenti dei dipendenti, rimane poi sul tavolo un’altra questione. Ossia la bizzarria del bando di concorso, vera marchetta da repubblica delle banane. Innanzitutto per quanto riguarda l’età: tra i requisiti per l’ammissione alle prove selettive infatti, c’è la dicitura “data di nascita non anteriore al 01/07/1974″. Evidentemente da noi i cronisti sono come i galletti amburghesi Vallespluga, hanno pure la data di scadenza. Esisterà mai una ratio in tutto ciò? Perché un precario di 37 anni dovrebbe essere tagliato fuori dall’incarico? Tanto valeva imporre canoni tipo la lunghezza standard del naso, il colore degli occhi e dei capelli o la larghezza della pianta del piede. Un fenomeno stranissimo, questo delle tabelle anagrafiche. Vogliono imporre a tutti i costi uno staff di teen ager quando poi in video appaiono puntualmente pippibaudi e raffaellecarrà, veri e propri reperti d’archeologia dell’intrattenimento del tutto refrattari alla quiescenza. Poi dice che uno si fa il Gerovital.

Ma a far discutere è soprattutto un’altra stramberia che in queste ore fa temere un diluvio di ricorsi al Tar:  ovvero la discriminazione “antilaziale”. No, non stiamo parlando di calcio. Qui “Lazio” sta per la regione amministrativa dell’Italia centrale e non per l’illustre team biancazzurro. Secondo i solerti burocrati acquattati nelle catacombe dell’irrazionale, infatti, alla selezione può accedere solo chi risiede in 18 regioni e nelle due province autonome di Trento e Bolzano. Esistono quindi quasi 6 milioni di figli di nessuno esclusi: i residenti nel Lazio. Il motivo addotto è la “non recettività” della sede laziale, e il fatto che chiunque venga assunto possa poi in futuro chiedere il trasferimento nella sede di residenza. Il problema è che in questo modo un viterbese, per esempio, non può entrare in Rai nemmeno se è disposto a finire al tg di Lampedusa. C’è già chi parla di cavillo anticostituzionale e discriminazione territoriale, poiché sarebbe bastato dichiarare impossibile l’assunzione nella sede regionale permettendo però ai residenti nel Lazio di presentarsi per altre sedi. Chissà se, visti i precedenti, sarà ammessa ope legis la partecipazione dei monegaschi?

Angelo Spaziano

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