Storia condivisa. Favola o mito?

Giuseppe Di Gaetano

Si tratta di uno dei lasciti più cospicui dell’epoca romantica. La Storia, con la esse maiuscola. È stata l’ossessione per studenti e filosofi. Squadrata come un monolite archetipico, incontrovertibile quale dogma di fede.

E oggi? Hai voglia a parlare di storia condivisa. Ciascuno tira fuori la propria verità, conflittuale, non di rado, con le altre verità. Così la certezza tutta positivista di una scienza umana finalmente riconoscibile è andata a farsi benedire nell’interminabile campagna che dalle colonne del “Giornale” contrappone ancora Garibaldi ai Borbone lasciando sul campo nomi come Giuseppe Galasso, Galli della Loggia, Lucio Villari. Rendendo quantomeno perplesso Francesco Mercadante. Per tacere della giostra nella quale asserzioni inconciliabili, intorno alla coppia Fascismo, Resistenza,  suffragata degli anti, neo, post, con aggiunta di quello che vi pare, ruotano vorticosamente.

Da Erodoto a Tucidite provenendo da Ecateo per  giungere a Senofonte e  oltre la storia si è fatta strada fino ai giorni nostri. Percorso non  sempre lineare pieno comunque d’asperità. Fino a quando col  sopraggiungere dell’epoca romantica, non ha assunto la veste di  disciplina prima e ultima dalla quale e con la quale  fare i conti.

Benedetto Croce a costituire il notaio di un apice nel quale storia,  filosofia, etica ed economia racchiudevano tutto ciò che l’uomo può dire o fare. Con il giudizio storico a stilarne l’atto conclusivo.  Il fatto è che con nostra signora storia abbiamo lasciato  aperte troppe questioni. E così, come in esordio, la storia condivisa diventa un modo di dire vuoto di contenuti. Ma se non presenti un panorama di tutti i dati documentali, procurando anzi, con molta  puntigliosità, di rimuoverne una parte, che razza di risultato vuoi  ottenere. Hai la storia a tuo uso e consumo necessariamente conflittuale con altre storie del genere.

Perse lungo il percorso tutte le illusioni di carattere scientifico, ecco emergere il ruolo di testimonianza ed ogni  testimonianza ha un carattere personale difficilmente aperta, proprio per queste sue caratteristiche, alla condivisione universale. Oltretutto il mito della storia, fondamentalmente storia del pensiero, come luogo nel quale si realizzava la libertà, di provenienza idealistico/romantica a chiara impronta spiritualista, è stato sostituito, dopo la sconfitta dell’Europa nel ’45, con quello illuminista/positivista che da Hobbes aveva attraversato l’Oceano Atlantico, e ivi provocato una prima rivoluzione, rimbalzando in Francia dove aveva dato la stura a una interminabile serie di radiose giornate e progressive finalizzate alla liberazione dell’umanità, di modo che, marciando parallelamente al primo, scriveva finalmente i tomi di una storia universale della liberazione, verso il paradiso in terra. Non esiste passaggio più certificato di questo. Chiudendo la dichiarazione congiunta della conferenza di Casablanca del ‘43 gli ormai imminenti liberatori sancirono: «Negli anni delle rivoluzioni Americana e Francese il principio guida fondamentale per le nostre democrazie fu stabilito. La pietra angolare di tutto il nostro democratico edificio è il principio che l’autorità di governo viene data dai cittadini e solo da essi. Si tratta di uno dei nostri obiettivi di guerra, come espresso nella Carta atlantica, le popolazioni conquistate oggi saranno domani padrone del loro destino. Non vi deve essere alcun dubbio che lo scopo inalterabile delle Nazioni Unite è ridare ai popoli conquistati i loro sacri diritti» (Dalla Dichiarazione Ufficiale Conclusiva della conferenza di Casablanca -12 Febbraio 1943).

Ora non esiste processo più personale, esclusivo, intimo di quello che conduce alla libertà nel quale prioritariamente ciascuno deve fare i conti con se stesso e dopo, ma molto dopo, se proprio ne ha vocazione, e chi è autenticamente libero non può non averla, scende nel mondo per sensibilizzare i suoi simili. La libertà non è merce che si possa imporre. E, soprattutto, non è liberazione. E’ altro. Gli eserciti di liberazione costituiscono una delle truffe concettuali con le quali ai “dormienti” è stato fatto passare per oro ciò che era predazione e brutale dominio. Nessuna guerra può essere “guerra di liberazione”. E’ guerra e basta.

Ma per tornare al tema: quale storia condivisa? Trovo che la risposta sia compendiata nello splendido articolo di Marcello Veneziani quando afferma, «l’origine non è un astratto fon­damento o una vaga indole, ma coincide con i tre fondamenti storici dell’eccezionalità italia­na: la civiltà romana, la civiltà cristiana che ebbe in Roma la sua sede e la civiltà dell’arte che dette all’Italia un primato mon­diale. Il pensiero italiano sorge in relazione, a volte in contra­sto, ma comunque all’ombra, di queste tre origini» (“Il Giornale” 17.10.2010) . Giungiamo così al paradosso che Antonio Pennacchi scrive la storia che gli “addetti ai lavori” non sono stato in grado di scrivere. E quando ci hanno provato sono stati letteralmente linciati come accaduto a Renzo De Felice. E’ successo appena ieri.

La storia vichianamente non si ripete ma vi sono alcuni paradigmi costanti nello scorrere delle vicende umane. Una cultura soggiogata, se possiede validità, continua a procedere sotterranea fino a riemergere anni o secoli appresso. E’ stato così per il cristianesimo, così per la civiltà greca, così per la civiltà romana.

In ultima analisi, il pensiero è Storia e la Storia è storia del pensiero.

Per questo io scrivo.

L’uomo passa, le idee tramontano la Parola vibra come lama splendente nella notte della storia.

Giuseppe Di Gaetano

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