Serve un nuovo ’77? Eccoci qua…

miro renzaglia

L’articolo che segue è stato pubblicato ieri, 10 ottobre sul Secolo d’Italia.
La redazione

…SIAMO SEMPRE NOI

m.r.

.«Non abbiamo bisogno di educazione / Non abbiamo bisogno di controllo del pensiero / Nessun cupo sarcasmo in classe / Maestri, lasciate in pace i ragazzi / Hey, maestro, lascia stare i ragazzi». Lo ricordate? E’ il refrain più noto (qui tradotto) di The wall, il concept album realizzato nel 1979 dai Pink Floyd. Difficile rintracciare nel panorama culturale qualcosa che significasse e significhi meglio quello che negli anni immediatamente precedenti era accaduto e stava continuando ad accadere. La “Pantera” del 1977 era ancora in moto e, fra derive armate e riflusso nel privato non ancora avvenuto, in quell’album si fotografava  un “desiderio dissidente” (dixit Elvio Fachinelli) che aveva già trovato espressione nei moti studenteschi del ‘68.

Rileggete bene i versi di quella canzone, a chi potrebbero essere dedicati se non a chi pretese, dall’alto di non si sa bene quale superiore magistero e missione, di andare a spiegare  agli studenti dell’Università di Roma chi come e perché avrebbero dovuto seguire per essere dalla parte della ragione? Era il 17 febbraio 1977 e Luciano Lama, protetto dal servizio d’ordine del Pci,  varcava i cancelli con la sicumera di chi pretendeva “il ripristino della vita democratica all’interno dell’ateneo”. Manco lo fanno cominciare a parlare: la camionetta adibita palco da comizio viene rovesciato. Lama viene sommerso dagli slogan irriverenti e goliardici degli Indiani Metropolitani. La pretesa arrogante di normalizzare il “movimento” fallisce miseramente con la fuga del gran capo sindacale. «Hey, maestro, lascia stare i ragazzi / Non abbiamo bisogno di controllo del pensiero».

«La storia si ripete». Lo diceva Vico. E non è ancora stato smentito. Spinte repressive e libertarie si succedono continuamente. E se c’è una cosa che i “normalizzatori” non hanno ancora capito è che più si tenta di reprimere le eruzioni libertarie più queste erompono con fragore. Verrebbe quasi da ammettere che la repressione ha una funzione propedeutica ai passaggi di livello della libertà. Vogliamo provare a riandare all’origine. All’inizio del Novecento troviamo il Futurismo: una ventata di vitalità libertaria dentro lo stagno politico sociale e culturale di un’italietta che ancora evocava Bava Beccaris, il cannoneggiatore di Milano, a suo eroe nazionale. Sfido chiunque a dimostrare che non sia da questa vicenda di arte-vita che prende avvio una battaglia di liberazione che attraverserà tutto il Secolo scorso fino ai nostri giorni.

E la vicenda di Fiume? Situazionismo puro e ante litteram.  Un’impresa dettata da  impellenti rivendicazioni nazionali e militari diventò il laboratorio della “città libera”, aperta a qualsiasi tipo di sperimentazione. Dal nudismo come esercizio di rapporto diretto con la natura, alla promiscuità sessuale (l’omosessualità, ad esempio, era pratica di virilità legionaria) alla droga (la cocaina scorreva a fiumi), dall’arte (la musica in special modo) elevata a canone della virtù sociale, fino al furto e alla rapina (la città si foraggiava grazie alle incursioni piratesche degli uscocchi). La trasgressione era la norma. E la norma, solo un limite da superare. L’avesse coniato D’Annunzio uno dei motti più celebri del ’68: “Vietato Vietare”, forse lo troveremmo inciso ancora sul frontale di quel che fu il Palazzo della Reggenza a Fiume.

Ma quel motto – Vietato Vietare –  fu coniato durante la vicenda sessantottina. Dopo la Seconda guerra mondiale s’innervò, a differenza di quel che avvenne alla fine della Prima, quello che oggi definiremo “riflusso”. Durò molto quel riflusso. Ci fu, è vero, qualche scoppio di rivolta. Come quello di Genova nel 1962, quando si intese impedire il congresso del Msi convocato nel capoluogo ligure. Ma – capirete bene –  si trattò di un movimento di segno repressivo, non libertario. Per il resto, poca roba da segnalare fino al fatidico 1968. Quel ’68 che segnò il ritorno delle spinte libertarie contro l’ordine che si era costituito nel frattempo.  Gioverà appena ricordare che l’epifenomeno, più volte cantato di quell’esperienza, furono gli scontri di Valle Giulia il 1° marzo del 1968, che vide alla testa del movimento avanguardie non propriamente ascrivibili al manifesto dell’antifascismo militante. Ma questo è un dettaglio. Fatto è che lì scoppiò di nuovo la rivolta libertaria. A reprimerla, ci pensarono prima i mazzieri di Almirante e Caradonna con l’improvvida spedizione alla Sapienza di Roma e, subito dopo, l’inquadratura dentro i rigidi schemi marx-leninisti imposta dal Pci.

Le conseguenze sono note: anni di piombo e di fuoco, derive nichiliste, riflusso nel privato. Un privato, tanto privato che dagli anni 80 del 1900 in poi, convertirà il “desiderio dissidente” in “desiderio conforme”. Ovvero: il desiderio di conformarsi alla regola. Sono gli anni dell’ “edonismo reganiano”, dello “yuppismo”, dei giocatori di borsa in massa. Sono, qui in Italia, gli anni del berlusconismo e delle sue creature immaginarie: da Drive in al “milione di posti di lavoro”, dall’ “alternativa alla vecchia politica” al “contratto con gli italiani”, dal Grande Fratello al Truman Show  in cui un po’ tutti siamo caduti, confondendo la lettera con lo spirito, la forma con la sostanza, la libertà con la licenza, soprattutto quella di arricchirsi dei pochi sulle spalle di tutti.

E’ stato il perfetto rovesciamento della società dello spettacolo fotografata da Guy Debord nella società dello psicodramma collettivo. Dove un’attenta regia e una sempre più scientifica e sapiente manipolazione del fatto-reale-rappresentato hanno etero-diretto la coscienza degli spettatori riconvertendoli al rango di comparse di altrui sceneggiature. Se lo spettacolo, per Debord: «E’ il cattivo sogno della società moderna incatenata, che non esprime in definitiva se non il suo desiderio di dormire», forse è arrivato il momento che qualcuno spieghi al regista, al “Grande Comunicatore”, che ci siamo svegliati. E che siamo ancora noi: quelli che sono sempre usciti per primi dalla “classe”. «Hey, teacher, leave us kids alone».

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