Resistenza. La storia rovesciata

Marco Petrelli

Un libro che già dalla copertina palesa uno scopo preciso, ovvero quello di controbattere tenacemente le tesi di uno storico e avvocato ternano, Marcello Marcellini, reo di avere infangato il ‘buon nome’  della resistenza locale. Seppure le sue opere I Giustizieri e Un odio inestinguibile (ed. Mursia, ’09- ’10) non mirino assolutamente a riabilitare le forze tedesche e repubblichine, ricostruire eventi (sovente drammatici) accaduti nel contesto della guerra civile è, per lo meno a Terni, mestiere da “eretici”.

La stessa casa editrice, la CRACE (Centro Ricerche Ambiente Cultura Economia), sul suo sito ( , così presenta la pubblicazione: «C’è anche a Terni chi prova a “rovesciare” la storia. I partigiani diventano assassini, i fascisti vittime, la Resistenza un evento ininfluente in cui si sfogano istinti feroci e vendette».

E’ naturale, (anche per una casa editrice), il tentativo di marketing di lanciare un prodotto che risulti accattivante per il mercato. Poco corretto, tuttavia, sintetizzare il lavoro di un altro storico come mera forma di revisionismo.

La Storia rovesciata, pubblicato a fine agosto del 2010, fa la sua prima “comparsa” alla festa del Partito Democratico, il 12 settembre scorso. Gli autori Bitti, Covino e Vananzi, durante un dibattito con tema la Resistenza, in linea con il loro lavoro, non perdono occasione di sminuire il collega Marcellini, definendo la sua opera “letteratura storica”. Quanto invece alle rappresaglie partigiane e agli omicidi di matrice politica e/o venale, la risposta (Venanzi) lascia allibiti: le vittime erano «padroni, industriali o comunque personalità legate alla RSI. E’ necessario, anche, tenere conto del periodo crudo in cui la brigata Gramsci combatte, contestualizzando reazioni a volte violente».

Verrebbe da replicare che allora lo stesso metro di giudizio andrebbe applicato per analizzare le feroci stragi di Sant’Anna e Marzabotto, ma al di là del fatto che non si possa giustificare un massacro di civili, si rischierebbe di sfociare in un campo, quello giudiziario, che non compete.

Pur contestando la veridicità delle fonti cui Marcellini attinge per il suo lavoro, i tre studiosi ricostruiscono quella parte di passato cittadino affidandosi alle dichiarazioni di ex appartenenti alla formazione partigiana. Il tutto un po’ in contrasto con gli atti dei tribunali cui i testi contestati fanno riferimento.

L’opera tenta di smontare pezzo per pezzo le tesi che vogliono i garibaldini ternani esecutori di azioni criminali nei confronti di civili inermi: il caso di Maceo Carloni, stimato ed apprezzato sindacalista, in prima linea per la difesa dei lavoratori, mai iscrittosi al Partito Fascista Repubblicano (’43-’45) , ma passato per le armi come “sfruttatore” del proletariato, non è leggenda post bellica, ma episodio degno d’una pagina di ‘nera’.

Ancora la CRACE Edizioni: «Abbiamo conosciuto molti degli uomini che oggi vengono descritti come assassini, cupi stalinisti, antidemocratici, prevaricatori e violenti: ne abbiamo raccolto i ricordi, le delusioni, i dubbi, la disperata paura di essere dimenticati, il timore che le loro sofferenze e le loro idee fossero trascinate nel flusso della storia e destinate all’oblio. Sono stati, questi uomini, un pezzo importante della nostra educazione sentimentale e un veicolo fondamentale per capire una città complessa come Terni».

L’errore di fondo persiste. Impensabile strutturare un lavoro storico sull’onda di un’emozione o di una visione ‘propria’ della realtà, né è concepibile forzare la mano e accusare d’eresia gli altri sperando che l’opinione pubblica accetti passivamente. Neanche si può scadere nel vittimismo, poiché non c’è volontà di negare l’operato dei partigiani umbri (tra i quali non pochi ufficiali badogliani, peraltro tutti dimenticati dall’ANPI e dalla storiografia ufficiale) e non esiste traccia di revanchismo di stampo neo fascista in agguato.

La paura di quelle persone di essere dimenticate non trova fondamento logico in un paese in cui l’antifascismo è argomento quasi quotidiano di giornali, libri, documentari, politica.

Semmai si dovrebbe temere lo svilimento provocato dall’abuso del termine, arma impropria per ottenere legittimizzazione o per screditare.

La Storia rovesciata non è una ricostruzione sana ed equilibrata delle vicende della guerra civile poiché non si sviluppa seguendo un orientamento scientifico di ricerca. L’evidente matrice ideologica del libro genera un duplice, rovinoso effetto: da un lato si logora il ruolo della lotta antifascista, considerandola patrimonio di un Partito e non “cosa” collettiva; dall’altro l’eccessiva idealizzazione della Resistenza fa dimenticare che essa fu un fenomeno umano, con i pregi e gli abomini tipici dell’uomo.

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