Moisés Naìm. Lo specchio della democrazia

Fabrizio Fiorini

“Als das Kind Kind war”, “quando il bambino era bambino”, direbbe Wim Wenders, o – più prosaicamente – come diremmo noi: quando questo mondo era un posto normale, ogni paesino, cittadina di medie o piccole dimensioni, o quartiere per le grandi città aveva il proprio matto, personaggio eclettico spesso privo di reali patologie neurologiche che tuttavia “matto” sembrava per via delle sue stravaganze, del suo parlare, del suo vestire, della sua mancanza di pubblico pudore o semplicemente (e mestamente) perché impazzito a causa di particolari condizioni sociali o familiari cui non era riuscito a far fronte. Parecchi anni or sono, presso uno stabilimento balneare della Pescara settentrionale, imperversava uno di costoro: conosciuto come “Mimmo”, i suoi natali e il suo cognome – come per ogni matto che si rispetti – si perdevano nella fumosa zona che delimita la storia dalla leggenda. Apparentemente inoffensivo, cinquant’anni mal portati, quaranta chili per ottanta esportazione senza filtro al giorno, aveva questo Mimmo un modo singolare di contare i punti della scopa, quando trovava qualche sprovveduto disposto a sfidarlo alle carte: finita la mano, prendeva le sue carte e le scorreva rapidamente tra le mani dicendo: “allora, io ha fatto due scope, primiera, settebello, denari, una scopa e la primiera: otto punti”. Se il malcapitato avversario osava contraddirlo, allora lui ribaltava tavolo, carte e posacenere, lo accusava di essere un imbroglione, di non saper perdere, e – quando la cosa non finiva a schiaffoni – andava via urlando irripetibili minacce e che con lui non avrebbe giocato mai più.

Ecco, la concezione che questo Mimmo aveva del gioco delle carte corrisponde fedelmente a quella che il signor Moisés Naìm [nella foto sopra] ha della democrazia. Chi è dunque questo signor Naìm, lungi dall’essere un “signor nessuno”? Una breve e incompleta rassegna delle sue prodezze: negli anni Ottanta fu ministro dell’industria e del commercio del governo del socialdemocratico (!) Carlos Andres Perez in Venezuela, propugnatore delle misure ferocemente antipopolari imposte al Paese dal Fondo monetario internazionale che portarono nel febbraio del 1989 a una rivolta (passata alla storia come “el Caracazo”) che lo stesso governo non esitò a reprimere nel sangue, uccidendo nelle strade numerosi manifestanti. Ma visto che il tempo e il popolo di sovente e per fortuna sono giustizieri, e visto che il Venezuela ha preferito non seguire la strada suicida indicata dal suo ex-ministro, questi ha raccolto i suoi quattro stracci dorati, è scappato dal “cortile di casa” ed è tornato dal suo padrone nordamericano, ha fatto parte della direzione della Banca mondiale, ha diretto la rivista Foreign Policy del Carnegie Endowment for International Peace e ha diretto la perniciosa e potentissima Ned, quella National Endowment for Democracy pianificatrice e sovvenzionatrice dei cambi di regime e delle cosiddette “rivoluzioni colorate” contro i governi e i Paesi ostili alla direttive politiche di Washington (Serbia, Ucraina, Georgia etc.). Orbene, questo stinco di santo tra una repressione e una destabilizzazione trova anche il tempo per scrivere su una qualche decina di testate giornalistiche tra cui il solito, autorevole, Sole 24 Ore. E moraleggia, anche.

In un suo articolo di questa domenica, “Quando il dittatore tenta l’autogolpe”, intrattiene i lettori in un’attonita analisi della democrazia elettorale dei Paesi non allineati al verbo americano di cui egli stesso si fa orgogliosamente portabandiera. Per tornare alla metafora del signor Mimmo di cui sopra, il Naìm sembra affermare che la democrazia va sì bene, ma fino a quando vincono loro, sennò si rovescia il tavolo: «anche regimi con forti inclinazioni autoritarie – incalza il nostro – fanno di tutto per mascherare la loro natura antidemocratica. Organizzano per esempio elezioni e parlamenti che tuttavia rappresentano solo una parodia dei loro corrispondenti in una vera democrazia. Le acrobazie elettorali dell’Iran o della Russia sono validi esempi di questa tendenza mondiale».

Certo. Nessuna menzione, ça va sans dire, dei sistemi elettorali statunitense o europeo-occidentale, in cui una fattiva franchigia basata sul censo blinda l’elettorato passivo (e spesso, come negli Usa, quello attivo) e una liberticida regolamentazione dell’accesso alla propaganda limitano la dialettica politica alla “scelta” tra partiti-fotocopia equamente succubi alle direttrici della finanza. Quelle non sono parodie, no. O, che so, le elezioni saudite attraverso le quali, con la certificazione di democraticità garantita da Washington, l’uno per cento della popolazione si può esprimere su chi sarà… il prossimo amministratore del proprio condominio.  Parodia è invece la Russia, “rea” del fatto che dopo la dissoluzione elciniana il popolo ha voluto dare la fiducia a un presidente che avrebbe restaurato l’autorità dello Stato e limitato l’ingerenza nordamericana, conferendogli la maggioranza assoluta dei voti. Restando nello spazio post-sovietico, quando gli Usa volevano accattivarsi la collaborazione del Turkmenistan e il presidente turkmeno Niyazov prendeva il 173% dei voti e si faceva erigere statue d’oro pure nelle sedi dei vigili urbani, quella no: non era parodia.

Per Moisés Naìm parodia è inoltre – ci mancherebbe altro – l’Iran. Ora, premesso che la democrazia occidentale non è per il globo terrestre come gli antibiotici per l’influenza, non è un obbligo prescritto dal medico, la Repubblica islamica dell’Iran è riuscita, attraverso un complesso sistema istituzionale, a inserire in un contesto a-democratico delle strutture elettive realmente democratiche e che rispecchiano la volontà popolare; si tengono elezioni sia per i più alti organi di controllo dello Stato, sia per le più alte cariche delle istituzioni, sia per il parlamento nazionale che per le assemblee amministrative locali. In queste elezioni, che si susseguono con regolarità, concorrono numerosi e differenti partiti e liste la cui libertà di associazione e attività è costituzionalmente garantita, con l’eccezione dei partiti esplicitamente ostili al sistema islamico o che contrastano l’ordinamento islamico della repubblica. Anche in Italia sono vietati i partiti non antifascisti, eppure nessuno, neanche Naìm, dice “a”.

Per il nostro illustre analista la democrazia è un bel giocattolo che gli altri bambini non devono toccare. Sennò si rompe. Può accadere, ad esempio, che il Fis vinca le elezioni in Algeria, o Hamas a Gaza, o Ahmadinejad a Teheran. Allora non si gioca più, tutti a casa, si rimonta, bisogna scongiurare la parodia.

Moisés Naìm non si ferma qui, va oltre. Ci parla, lui che se ne intende, di golpe. Si, perché visto che «viviamo in un mondo migliore (e) le insurrezioni militari non sono più tollerate come in passato e per i capi di stato che arrivano al potere grazie alla violenza è diventato più faticoso essere accettati dagli altri paesi (e) visto che i colpi di stato sono ormai universalmente ripudiati, per un governante non vi è benedizione politica più grande di quella di sopravvivere a un tentativo di golpe». Da qui la teoria dell’autogolpe, secondo cui quanto accaduto lo scorso decennio contro Chavez e quanto accade in queste ore in Ecuador sarebbe frutto del complotto degli stessi governi contro cui i golpisti si sono rivolti, per poter in séguito rafforzare la loro legittimità, inasprire le misure di repressione e accusare i Paesi ostili, in primis gli Stati Uniti, di voler rovesciare il loro regime attraverso la violenza eterodiretta, cosa ovviamente falsa (è la scuola Luttwak, secondo il quale la Cia non ha mai interferito negli affari del Sudamerica e si occupa prevalentemente di pettinare bambole di ceramica).

Prima constatazione: il giornalismo prevede la possibilità per gli articolisti di ricorrere a degli pseudonimi. Sarebbe meglio che il signor Naìm li usasse. Perché non si può leggere una tale affermazione firmata dal suo nome senza sobbalzare dalla sedia: sarebbe come pretendere che se uno vedesse, che so, il papa al gay pride, dicesse: “tutto normale”. La Ned, l’organismo diretto dal potente analista de Il Sole 24 Ore, ha sovvenzionato, organizzato e sostenuto in ogni modo decine di tentativi di cambio di regime; senza disdegnare il ricorso indiscriminato alla violenza. In Serbia, in Ucraina, in Georgia, erano tutti “autogolpe”? “Ma vid addò da ji” (“vedi dove devi andare”), diceva quel tale Mimmo col quale mi sono permesso di ravvisare una qualche analogia.

Inoltre: Chavez si è fatto il suo colpo di stato da solo e su misura, Correa ovviamente lo segue a ruota, e chissà, dopo aver letto l’articolo del Naìm ci faranno un pensierino anche Lukašenko e Assad. Ma quindi le accuse di “complottismo” sono unidierazionali? No, perché ci sono decine di studiosi che sostengono la teoria dell’auto-attentato dell’11 settembre cui non solo non vengono concesse le prestigiose colonne del quotidiano confindustriale, ma che sono stati anche espulsi con ignominia da ogni consesso accademico, colpevoli di “guerroccultismo”, o  del complottismo più fazioso. Accuse che, per equità, andrebbero contestate anche a Moisés Naim, se non addirittura con l’aggravante del negazionismo. In Germania lo metterebbero in collegio correzionale come Zündel.

Invece queste teorie trovano spazio sui maggiori mezzi di informazione di quasi tutto il mondo. E’ forse questa la reale essenza della loro democrazia: la violenza e la prevaricazione di opinioni artefatte, e sapientemente e massicciamente propagate. Tuttavia, “als das Kind Kind war, hatte es von nichts eine Meinung” (“quando il bambino era bambino, su niente aveva un opinione”), perché alla violenza delle opinioni i popoli rispondono con la forza delle idee.

Fabrizio Fiorini

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