Metapolitics. From Wagner… to Hitler

Luca Leonello Rimbotti

È stata recentemente ristampata la quarta edizione del libro di Peter Viereck Metapolitics. From Wagner and the German Romantics to Hitler, a cura della Transaction Publishers di New Brunswick, nello Stato americano del New Jersey. Si tratta di un libro famoso, che ha una storia. Uscito la prima volta nel 1941, venne tradotto in italiano e pubblicato da Einaudi nel 1948 col titolo Dai romantici a Hitler e mai più ristampato. Forse perché considerato, da qualche nostro solerte direttore editoriale, un’incauta nobilitazione del Nazionalsocialismo, da Viereck descritto come l’esito naturale di una poderosa tradizione tedesca di alta cultura.

Secondo quanto affermò a suo tempo l’autore, che era un conservatore americano di origine tedesca, in esso doveva trovarsi una sorta di risposta e di precisazione ideologica nei confronti delle idee del padre, che era un ammiratore del Nazionalsocialismo. La materia veniva comunque trattata con quella profondità d’indagine e puntualità storiografica, di cui soltanto George L. Mosse, negli studi sul nazismo, seppe poi dar prova negli anni Sessanta. Una escursione nel background culturale dell’hitlerismo, che per la prima volta dava conto dello spessore ideologico di un movimento troppo spesso sbrigativamente liquidato come esempio di rozza incultura.

La presente edizione, molto allargata e con una nuova introduzione stesa da Viereck nel 2004, poco prima di morire, è una lunga indagine nella storia e nella cultura tedesche, cercando di rinvenire nel passato le prime tracce di quell’insieme poi assemblato dal Nazionalsocialismo in qualità di moderna ideologia politica rivoluzionaria. Dalla Guerra dei Trent’anni a Herder, al sorgere del nazionalismo tedesco ottocentesco di Fichte e Jahn; dall’epopea wagneriana al crearsi delle prime forme di militanza politica durante il Secondo Reich, fino a figure – come il poeta simbolista Stefan George – che contribuirono in maniera decisiva a  cesellare il mito nazionale dell’animo germanico, pervaso dal sogno, dalle penombre del destino, dal sentimento tragico della vita. Questa è dunque la “metapolitica” (termine la cui origine moderna è appunto fatta risalire a Viereck) che funzionò da tavola dei valori cui il Nazionalsocialismo attinse, e sulla quale costruì la sua ideologia di radicale chiamata a raccolta del popolo tedesco in un’epoca di eccezionale conflittualità politica.

Per la verità, come ricorda lo stesso Viereck, la prima volta che venne usato il termine Metapolitik fu nella cerchia degli ammiratori di Wagner. Viereck cita una lettera indirizzata al compositore tedesco nel 1878, in cui appunto si scriveva che «per essere genuinamente tedeschi, occorre elevare la politica a metapolitica. Questa sta alla comune, pedestre politica come la metafisica alla fisica». In ogni caso, Viereck è consapevole che l’utilizzo del termine comporta il riconoscimento che l’ideologia nazionalsocialista – nonostante le sue derive politiche, da lui definite senz’altro criminali – ha avuto un ricco e nobile retroterra. Ciò che più interessa Viereck è l’eredità romantica, quel grande bacino culturale che, con la sua passione per la storia tedesca, per la tradizione popolare e per il mito, incubò la moderna interpretazione, politicizzata e radicalizzata. Tanto che egli scrive che il Nazionalsocialismo può essere considerato «la versione volgarizzata e brutalizzata del romanticismo ottocentesco». E non manca di citare l’affermazione  di Hitler: «Chi vuole conoscere il Nazionalsocialismo deve conoscere Wagner».

In questo senso, il concetto-chiave, a cui Viereck si rifà per esemplificare la sintesi estrema incarnata dal Terzo Reich, è la famosa definizione di Goebbels, che chiamò il movimento hitleriano un “romanticismo d’acciaio”. Citando un’altra frase del medesimo Goebbels, che nel 1939 affermò che «il Nazionalsocialismo ha compreso in quale modo prendere la feroce struttura della tecnologia, per inserirla nel ritmo e nei roventi impulsi della nostra epoca», Viereck, nell’introduzione del 2004, lamenta che questa stessa tecnologia oggi sia ancora padrona del campo, minacciando a sua volta “la grandezza della nostra civiltà americana”. E sembra quasi, tra le righe, di cogliere un’ammissione di grandezza in quel movimento che, aggiogando la tecnica, si rifaceva pur sempre a mondi metafisici, ai motivi di salvezza presenti nel Parsifal wagneriano, a un impianto propriamente neopagano e religioso: «Io ho scritto il mio libro – confessa Viereck nell’introduzione  – perché vedevo troppi americani ciechi di fronte all’hitlerismo in quanto nuova religione, un malvagio sogno wagneriano».

L’asse portante della lettura storica che Viereck fa del Nazionalsocialismo è la divaricazione fra Kultur germanica e Civilization occidentale: su questi punti si è avuta la spaccatura fra tradizione umanistica europea e rivendicazione nazionalsocialista del retaggio arcaico. Una frattura, tuttavia, che secondo Viereck fu interna alla stessa Germania, la cui storia è fatta di “tolleranza, libere università e dominio della legge”, non meno che di “nazionalismo romantico” e “paganesimo tribale”.  Qui Viereck ripete un po’ l’antitesi già ipotizzata da Thomas Mann. Come di due anime, che ugualmente convivano nel corpo storico tedesco: «La Germania deve decidersi fra Goethe e Wagner», aveva scritto Mann nel 1911. E dunque Viereck così schematizza questa lacerante doppia identità tedesca: «La legge contro la vita, il classicismo contro il romanticismo, la politica contro la metapolitica, Cristo contro Wotan, l’individualismo contro il totalitarismo, l’atomismo contro l’idea organica di popolo, l’Occidente contro il mondo nordico, la civilizzazione contro la Kultur…», e così via.

Inoltre, Viereck rintraccia il bagaglio della metapolitica rielaborata dal Nazionalsocialismo in almeno quattro costanti di base: il Romanticismo, la “scienza” del razzismo, un «vago socialismo economico, che si dichiara contro il materialismo capitalista, a volte demagogicamente, a volte sinceramente” e infine  “le forze cosiddette inconsce e sovrannaturali del Volk collettivo».

Come si vede, è grosso modo proprio il terreno sul quale, in seguito, anche Mosse, col suo Le origini culturali del Terzo Reich del 1964, ricostruì l’identità tedesca, portando di più l’accento sulla “istituzionalizzazione” dell’ideologia, quindi analizzando da vicino ambienti, cerchie e protagonisti del pangermanesimo moderno, cosa che Viereck non fa. Ma, anche, è lo stesso terreno sul quale lavorò Lùkacs, quando, nel 1959, componendo il suo controverso libro sulla Distruzione della ragione, tirò senza indecisioni una linea retta da Schelling a Hitler.

Noi rintracciamo uno dei punti focali del discorso di Viereck nella sua insistenza circa la natura religiosa e “pre-politica” del Nazionalsocialismo. Si è indubbiamente di fronte al “Messia Hitler” e al “nuovo popolo eletto”, in una misura che, secondo lo storico, può esser fatta risalire all’interpretazione hegeliana della storia: «Hegel aveva espresso tre concetti che in maniera molto semplificata hanno catturato l’immaginazione nazista: l’incarnazione dell’idea di Dio in uno Stato specifico, esaltato come superiore agli altri Stati; la possibilità di un nuovo Popolo Eletto che rimpiazzasse gli Ebrei, la cui missione apparteneva al passato; la predizione che il popolo germanico avrebbe potuto essere l’agente teologico del Dio della Storia. Contro la tesi ebraica, veniva posta chiaramente l’antitesi germanica».

Questa interpretazione dà il giusto conto di come, a parere di Viereck, la cultura del passato tedesco fosse funzionale alla visione del mondo nazionalsocialista, di cui costituiva, in ogni caso, un immediato antecedente: «Il Nazionalsocialismo – come scrisse Thomas Mann nel 1941, proprio recensendo il libro di Viereck nel momento in cui usciva in prima edizione – è la tragica conseguenza, nella sua ineffabile bassezza empirica, dell’innocenza mitica e politica dello spirito tedesco».

Viereck dà a tutto il suo lavoro un taglio non di rado psicologista. Del resto, da giovane egli aveva servito, dal 1943 al 1945, presso il PWB (Psychological Warfare Branch) aggregato all’esercito americano, lavoro che lo aveva portato anche in Italia, dove ebbe modo di conoscere tra gli altri anche Leo Longanesi, a sua volta nel frattempo messosi a lavorare per l’esercito americano, ma dopo il suo passato di noto fascista integralista. Viereck era un conservatore americano, abbiamo detto, convinto che il suo Paese rappresentasse il meglio che sia dato avere sulla terra. Taluni suoi giudizi, all’uomo di cultura europeo, appariranno qua e là superficiali e semplicistici, se non proprio come il frutto di una propaganda di guerra tesa alla demonizzazione del nemico assoluto. Non possiede, per dire, la profondità di Mosse o di Nolte. Nondimeno, ci ha lasciato un documento che meriterebbe di essere tradotto in italiano nella nuova versione ampliata. Esso ci parla del mistero per eccellenza del Novecento, la convivenza del brutale realismo politico con l’alta cultura romantica, in quel singolare e forse irripetibile convivere di opposti che fu il “misticismo meccanizzato” del Terzo Reich.

Luca Leonello Rimbotti

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