Lorenzo Viani. Dall’anarchia al fascismo

Luca Leonello Rimbotti

Nel grande giro culturale di inizio Novecento c’è il seme di ogni rinnovamento politico e sociale: sindacalismo rivoluzionario, sorelismo, repubblicanesimo, anarchismo, socialismo nazionale, fino al simbolismo, al futurismo, all’idealismo. Un formidabile bacino d’infusione che leggeva la modernità come risveglio del popolo e potenziamento della sua identità. Furono esattamente questi i filoni che costituirono la cultura politica del Fascismo. Mussolini non fece che legare insieme il meglio della cultura europea d’avanguardia, amalgamandone gli estremi e mettendoli a disposizione della volontà di rovesciare la vecchia Italia. Modernizzando la tradizione ed emancipando le masse. Di fronte a questa pianta rigogliosa stavano alcuni rami secchi: il marxismo, già dato per morto e sepolto intorno al 1908; poi il liberalismo giolittiano, misera retroguardia borghese, e il cattolicesimo retrivo. Insomma, relitti che poi, a cose fatte, sarebbero diventati la gramigna catto-comunista a sfondo liberal che oggi domina la scena.

Nel combaciare di estetica ed etica, nel confluire di cultura e politica, è stato visto il segreto della mobilitazione generale cui furono sospinti i popoli europei all’inizio del secolo XX. Da noi, in Italia, ci fu il fenomeno straordinario di un combaciare di estrema sinistra ed estrema destra nel comune progetto della rivoluzione popolare. È risaputo, ad esempio, che il Fascismo delle origini era pieno di anarchici e che molti di loro confluirono nei Fasci con gesto naturale e senza sforzo: lo squadrismo non era una rivolta popolare contro i poteri forti della reazione? Non era la ribellione del borgo antico contro il potere centrale? Non era il popolo contro i burocrati? E la sua punta di lancia era fatta di intellettuali militanti, gente che non parlava e scriveva soltanto, ma sapeva anche scendere in piazza, e con le dovute maniere. E senza fare innocui “girotondi”, senza spaccare vetrine e cassonetti con risonanza solo mediatica, ma puntando dritto al cuore del sistema…Gallian, Arpinati, Rocca, Gioda, Ricci…molti ex-anarchici fecero strada dentro il Fascismo, e non si trattò di rinnegare alcunché…la rivoluzione delle Camicie Nere davvero poteva sembrare – e di fatto fu – l’unica rivoluzione italiana ancora possibile…In Italia abbiamo avuto dei talenti di prima grandezza che furono squadristi di alta cultura. Bisognerebbe che qualcuno lo dicesse a quanto, ancora oggi, spacciano lo squadrismo per un’accolita di violenti rozzi e incolti. Violenti, forse, come si usa nei rovesciamenti politici…Lenin fu forse un pacifista? Mao un non-violento? Ma incolti, poi, proprio no. Tra i maggiori rappresentanti della cultura italiana del Novecento ne troviamo parecchi che furono squadristi, e nessuno che fosse socialcomunista…pensiamo solo a Marinetti, a Maccari, a Malaparte…oppure a Lorenzo Viani, un perfetto irregolare che soltanto da alcuni anni viene riconosciuto per quello che è stato: uno dei più grandi pittori e scrittori dell’epoca, un nome di assoluto rilievo, che individuò in Mussolini il capo popolare che mancava all’Italia per passare dalle chiacchiere ai fatti.

Allievo di Giovanni Fattori, Viani ben presto diventa un artista politicizzato, partecipando ad esempio al grande sciopero sindacalista di Parma del 1908, dove conosce Corridoni e De Ambris: parte di qui la militanza politica di Viani. Il suo mondo è quello delle lotte popolari, e su questo punto fa convergere arte e impegno sociale. I suoi quadri che ritraggono gli emarginati, i folli fuori dalla storia, la gente di mare della sua Viareggio, all’occorrenza diventano cartelloni di propaganda, manifesti ideologici. Viani dà voce e forma alla disperazione dei poveri, e dipinge con tratti drammatici e oscuri le attese delle vedove, la solitudine dei reietti, il destino crudo dei dimenticati. Il nero è il colore costante dei dipinti di Viani. Il colore del lutto, della morte («la morte come estasi»), ma anche il colore della terra, dell’atavismo e della rivolta, il colore dell’anarchia e del Fascismo. Questo complesso tematico rappresenta un caso assai raro: un modo di dipingere che è anche pensiero politico. Arte sociale, è stato detto, arte di popolo e di terra. Il soggetto da lugubre diventa tragico e da tragico diventa ribollente di spirito rivoltoso. Il bisogno d’azione in Viani non rinnega le origini, alla maniera della pittura internazionalista o della letteratura apolide, ma si salda con gli ideali nazionali. I poveri vàgeri, il popolo minuto legato alla dura vita di mare della Versilia, vengono visti come gli ultimi titani, gente antica capace di fare la storia.

Viani fu tra i primi a interpretare il nichilismo anarchico come arma nazionalpopolare: prima vicino ai futuristi, poi squadrista interventista, il pittore viareggino – che è stato anche un grande scrittore, narratore della sua terra e della sua gente con racconti e romanzi espressionisti, come certi suoi schizzi alla maniera di George Grosz – si fece un vanto di aver menato le mani contro i socialisti e di essere stato tra i più intransigenti a coniugare i valori popolari con quelli della nazione. Nel 1914 fu tra gli animatori della singolare cerchia letteraria chiamata “Repubblica di Apua”, in cui, accanto a personaggi incredibili come il poeta Riccardo Roccatagliata Ceccardi, militavano anche nomi come Ungaretti, Pea e Ciarlantini, il futuro capo ufficio stampa di Mussolini. Questo ambiente pienamente rivoluzionario-conservatore fu tra gli artefici dell’interventismo toscano. E Viani, che era come dipingeva e come scriveva: tutto sangue, istinto, impeto, ricordò di come, durante la lotta interventista, nel settembre del 1914, e quindi anticipando di un buon mese la stessa conversione mussoliniana, fosse tra i protagonisti di quella che definì «la prima spedizione punitiva fascista»: l’irruzione al Caffè Margherita di Viareggio, covo della «Versilia rossa e furibonda», in cui volarono bastonature con socialisti e internazionalisti: «mi gettai a capofitto in mezzo agli imbestiati e fui calpestato e ferito».

È appena uscito un importante libro che raccoglie un gran numero di scritti di Viani, appunti, memorie, lettere. Si intitola Scritti e battaglie d’arte, pubblicato da Mauro Pagliai Editore di Firenze. Si ha qui un’ottima panoramica sull’immaginario di Viani, sul suo temperamento vulcanico, sulla sua indole visionaria e picaresca, sui suoi ideali radicali e sul suo linguaggio popolano, tradizionale, legato ai gerghi antichi della Toscana profonda: esatto corrispettivo dell’argot usato più tardi da Céline. Ma, soprattutto, si ha con questa pubblicazione la misura di quanto radicata fosse l’adesione di questo intellettuale oltranzista al Fascismo e al suo Duce, giudicato l’unico capo popolare di cui disponesse l’Italia, l’unico in grado di portare a compimento una rivoluzione italiana.

Viani era un fanatico seguace di Mussolini, di cui era amico sin dal 1912: e con cui, si può dire, percorse tutto l’arco ideologico, dall’anarchismo sindacalista a quello rivoluzionario alla Blanqui, fino all’interventismo, alla guerra e al Fascismo. Anzi, più che un seguace, per l’esattezza Viani sosteneva di «essere un anticipatore del movimento instaurato da Mussolini». Dannunziano nel 1915, poi amico di Scorza, federale di Lucca, di Balbo, di Ciarlantini, di Marinetti, di Arnaldo Mussolini, chiamato a collaborare alla rivista “Ardita”, poi al “Popolo d’Italia”, al “Corriere della Sera”, si direbbe che Viani alla fine fosse entrato nel cuore del Regime. Lo era, ma solo per quanto riguardava gli ideali. Per il resto, sempre povero, anzi poverissimo, sempre schivo, sempre con l’acqua alla gola e incapace di approfittare delle conoscenze potenti, tanto che, più di una volta, si ridusse – non con piaggeria, ma sempre con nobili accenti – a chiedere al Duce aiuti economici occasionali. E quando si vergognava di farlo o era vittima delle crisi d’asma che l’affliggevano (e che lo condussero alla morte nel 1936, mentre dipingeva un affresco a Ostia), ci pensava la moglie Giulia, attraverso Ciarlantini, a chiedere qualche sussidio al Duce. Qualche anno fa la casa editrice Archinto ha pubblicato tutta una serie di lettere di Viani e della moglie a Mussolini: quando si dice che il Fascismo non produsse solo corrotti e profittatori, ma anche uomini veri, gente onesta, seria, umile, che rimase nell’ombra anche potendo uscirne facilmente con qualche “normale” intrallazzo.

Qualche successo, in vita, Viani lo ottenne. Partecipò a diverse edizioni della Biennale di Venezia, espose quadri in note gallerie, vinse il premio “Viareggio” nel 1935 con un romanzo sull’arditismo intitolato Il ritorno alla Patria: ma in genere erano più le amarezze che le soddisfazioni. Si sono dovuti attendere parecchi decenni per valutarlo come meritava. Oggi Viani è uno dei pittori a più alta quotazione al mercato dell’arte, il suo Autoritratto è agli Uffizi, i suoi racconti sono considerati geniali. Il Regime lo apprezzò, ma spesso elargì i più grandi onori a opportunisti professionali, che rimasero a galla, come se niente fosse, anche dopo il 1945. Le Gerarchie, come scrive Enrico Lorenzetti nella prefazione al libro segnalato, lo trascurarono un po’: «e ciò contrasta con l’ardente promozione di una politica culturale per il fascismo da lui prodigata in associazione con Ciarlantini». Viani era in fondo un lupo solitario. Una volta, scrivendo un commento alla Mostra della Rivoluzione del 1932 su “L’Artiglio”, settimanale della Federazione dei Fasci di Combattimento di Lucca, scrisse che «le folle ammassate, le turbinose legioni delle camicie nere, le moltitudini dei Balilla, i volti santificati dei soldati e dei martiri, sono rivolti alla dominante figura del Capo, nel cui viso aperto sono evidenti i segni della Predestinazione. Egli, tutte queste moltitudini ha plasmate, iniziate, guidate…In una parete c’è sintetizzata la masnada di ieri, in quella dirimpetto c’è sintetizzato l’italiano di oggi, che ha ripreso il suo nome, il suo volto, la sua fierezza…». Ecco, questo era il Fascismo di Viani, semplice e grande ad un tempo: una plebe che, trovato per vie misteriose il suo vendicatore, era finalmente diventata un popolo.

Luca Leonello Rimbotti

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