Ivan Bogdanov. Dalla Serbia con furore

Nicola Piras

Alla memoria di Stefano Cucchi, a un anno dalla sua scomparsa, il mio impegno e la mia dedizione a questo articolo sono dedicati.

n.p

Difendere l’indifendibile, celebrare i vinti, onorare i feroci: così si potrebbe stigmatizzare il vano tentativo di difendere, finanche elogiare, la figura di Ivan Bogdanov. Criminale e ultrà, peggio ancora nazionalista di destra, che nella notte di Genova ha aizzato, e guidato, la folla scomposta di teppisti serbi. Volto incappucciato, corpo rivestito di tatuaggi, fumogeno in mano pronto al lancio: con questa immagine truce ci è stato presentato il temibile serbo, popolo come si sa di Satanassi.

La lettura giornalistica, e francamente ipocrita o quantomeno ignorante, che si è data del fatto potrebbe non essere l’unica via percorribile per analizzare le cause di gesti tanto folli e sconsiderati.

Sebbene sia semplice condannare senza penetrare a fondo nei motivi che portano all’esplodere di situazioni così delicate potrebbe non essere la via migliore da percorrere. Infatti considerare la violenza, il pericolo e la follia come situazioni anormali, fuori dall’ordinario, e dunque dalla razionalità, auto convincendosi che si tratti di episodi isolati non rende onore alla verità né aiuta a porre rimedi.

La violenza ha rotto gli argini in cui la società borghese, naufragata con il Novecento, l’aveva contenuta, dando al mondo un aurea di sicurezza. Infatti nella sicurezza la cultura borghese, che ancora ammanta i miti della nostra civiltà occidentale, aveva visto il suo ideale supremo e nella ragione il suo strumento operativo. Così si era potuto scrivere che il pericolo «alla luce della ragione, assume le sembianze dell’assurdo e con ciò perde il proprio diritto a realizzarsi»1 e dunque «in questo mondo è importante vedere il pericolo come assurdo: esso è sconfitto nel medesimo istante in cui appare come errore»2.

Il penetrare di Ivan in Italia, e del suo gruppo di facinorosi, è stato immediatamente segnalato come errore di comunicazione tra corpi di polizia. Ma il pericolo, e un susseguirsi di guerre e di azioni al limite dell’assurdo considerato alla luce della sola ragione l’hanno mostrato, è intrinseco alla società che è andata formandosi con il 900 e che ora prende forma sempre più definita: per l’appunto nell’informe.

Il pericolo è sostanza in una società che ha sfondato, con le stesse armi che aveva assunto a portatrici di pace, la propria sicurezza. La ragione, come strumentario logico, e la tecnica, come strumentario materiale, del progresso hanno prodotto la sopraffazione, il nazionalismo, il conformismo più vile e ottuso che vede il mondo specchio di sé, e qualora questo non lo sia, è pronto a omologarlo con le sue proprie armi: inventa l’aeroplano e poi lo impiega per sganciare bombe.

A questa civiltà si deve fare il processo, non a Ivan, figlio indesiderato della violenza cieca e scriteriata che è stata usata nei confronti del suo popolo. Una vita sotto le bombe produce mostri, produce tanti piccoli Ivan assetati di vendetta verso nemici invisibili e perciò che per le strade e negli stadi riversano il loro odio. Disarmati e inconsapevoli sentono il fuoco nelle vene, il rancore per l’ingiustizia che gli è stata perpetrata. Ridurre alla Serbia, e al suo popolo, queste considerazioni non renderebbe giustizia a ciò che è in gioco. Seppure non si possano non sottolineare i drammi che una Nazione violata dalle pallottole della Nato ha subito inerme.

L’attacco americano alla Jugoslavia, al cuore e alla polveriera d’Europa, non poteva non lasciare segni in quella generazione delle macerie. E ciò che rende comica la situazione è stato il voler «abbellire il (..) soverchiante dominio tecnologico (americano n.d.r.) con le motivazioni umanitarie e con i cascami della “cultura di sinistra” europea del dopo Sessantotto»3 in modo tale da mascherare abilmente le motivazioni ben altre, e ben altro che umanitarie, che hanno provocato quell’attentato all’Europa stessa. Con la scusa di un’azione guidata dall’eterno ideale delle magnifiche sorti e progressive gli USA, con il beneplacito degli alleati europei ivi compresa l’Italia di D’Alema, hanno imposto ancora una volta la loro dittatura militare con un attacco degno di vera guerra imperialista.

Il dramma serbo richiederebbe certo più di un articolo e perciò rimando alla fonte della citazione sopra utilizzata. Ma è stata solo una manifestazione di un male ben più profondo, ben più proprio a un mondo svuotato di significato. La perdita di senso, la secolarizzazione progressiva, l’interiorizzazione della frammentazione esteriore e in ultimo in nome dell’umanitario egualitarismo l’automatizzazione, dai processi produttivi a quelli del consumo a quelli morali a quelli identitari, ha prodotto una generazione di mostri. Senza idoli, ne santi, nichilisti, o forse già post nichilisti, distruggono le ultime tracce di una ipocrisia da troppo a lungo consumata. Avete ammazzato Dio e ce ne avete mostrato il cadavere, ora prendete atto che «se Dio non esiste, tutto è permesso» 4 .

Ecco allora che il giovane spezzato e gettato nel non senso dell’esistenza sente «un’ira verso questa vita piatta, sfaldata, normale e sterilizzata e una voglia di fracassare qualcosa, non so, un magazzino, o una cattedrale, o se stesso; di commettere pazzie temerarie»5 perché è venuto al mondo «fra le rovine. Quando sono nati l’oro si era già trasformato in pietra»6.

La sicurezza è un passato non soggetto ad eterno ritorno, è un ricordo di un’utopia mai realizzata.

Si discorre amabilmente in eleganti salotti televisivi, su note testate giornalistiche di sicurezza negli stadi. Come se solo questi fossero zona franca del pericolo, ambienti da bonificare, paludi  tra campi coltivati. Ma lo sono forse le strade di queste metropoli, di questi immondi paesaggi da officina? Quasi che le veloci arterie di traffico che feriscono come spade di cemento le nostre conurbazioni siano spazi idilliaci. Come se quei cunicoli frequentati da indaffarate termiti umani che chiamate metropolitane siano paradisi ctoni e tellurici e non sacrileghi inferni che anche il sottosuolo hanno sbranato. E da esseri appropriati agli inferi sono frequentati. Diavoli che in preda a questa mania dell’annientamento delle distinzioni di genere usano alle donne la stessa violenza che userebbero a uomo7.

E adesso? Adesso Ivan è in carcere. Non che sia ingiusto, la sconsideratezza prevede sempre conseguenze infauste per i suoi sfruttati. Ritenere che qualcosa cambi è però semplice follia, di natura forse simile a quella di Ivan perché pur sempre di estraniamento dalla realtà si tratta.

Ivan è un simbolo di tanti uomini massa senza volto, pronti ad esplodere da un momento all’altro, quando questa vita sterilizzata mostrerà anche a loro il suo volto spietato. La crudeltà è elemento inscindibile della vita e non saranno certo Stati sempre più securtari, etici ed invadenti della sfera privata che modificheranno questa putrescenza e questo svanimento generalizzato.

Ora che anche il Leviatano è divenuto assassino, come sempre più spesso suole mostrarsi, con delitti sempre meno camuffati e sempre più efferati il gioco, in quanto meccanismo senza fine e senza senso, viene sempre più alla luce e mostra anche come il nichilismo sia così affine all’ordine e alla sicurezza.

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Note

1 Ernst Jünger, L’Operaio. Dominio e forma, Parma, Guanda 1991

2 Ibid.

3 Costanzo Preve, Koiné, NN°6/10 Gennaio/Settembre  1999 (dal blog Fascinazione di U.M. Tassinari)

4 F. M. Dostoevskij, I fratelli Karamazov, Garzanti, Milano 1979

5 Julius Evola, Cavalcare la tigre, Mediterranee, Roma, 2008

6 Ibid

7 Corriere.it

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