Io (non) lavoro. Affinché nulla cambi…

Simone Migliorato

«Ah! Diretto’, hanno portato un curriculum…è ‘n’artra laureata!»

«Vieni, fammelo vedere».

Un’occhiata veloce, puntata su quello che più interessa. «Caro, scusa: potresti chiudere la porta e lasciarmi solo. Mi sembra interessante questo curriculum, voglio leggerlo con calma!».

«Ok, diretto’!»

Che bella foto penso. Floriana, nata a Formia, provincia di Latina ma residente a Roma. Laureata con centodieci e lode sia alla triennale che alla specialistica. Storia dell’arte. Tirocinio di un anno a Bilbao, e quindi ottima conoscenza dello spagnolo. D’estate ha lavorato anche a Dublino in un pub, e anche come baby-sitter in Brasile. Che abnegazione! Veramente una ragazza brillante. Credo che la chiamerò per un colloquio personale. Amo i colloqui personali, soprattutto con questi giovani laureati. In fin dei conti hanno più o meno la mia stessa età. Li guardo arrivare, sono tutti agitati. La loro laurea, i loro sforzi, la cultura che credono di possedere non contano più. Mi piace, perché penso a Floriana, per esempio: cinque o sei anni in una stanza pagata dai genitori, cinque o sei anni per laurearsi con il migliore dei voti. Me la immagino, nel suo letto, che pensava di realizzare i suoi sogni. E soprattutto pensava “non lavorerò mai in un call center, non farò mai la commessa”. Invece eccola qui a portare un curriculum in un fast food. Quello è il momento migliore. Questo è il senso della mia vita. Si siedono di fronte a me, ed io cerco di essere il meno formale possibile. Cerco di fargli capire che nonostante questo sia un fast food, nonostante questo è la prova che la tua laurea, Cara Floriana, probabilmente non serve a niente, nonostante tutto questo: io sono uno come te! Non è vero quello che dicono, che i padroni non sono come gli altri. No, non è vero che voi non avete speranze! Quando incontro ragazzi così, ovviamente non posso esimermi da assumerli. Soprattutto se scopro che magari hanno deciso di cominciare a lavorare perché vorrebbero essere indipendenti, perché “non voglio sentirmi un bamboccione”. Li ammiro. Li ammiro perché in questo paese sono un manipolo di eroi. Capisco che potrebbe sembrare un discorso ipocrita il mio: sono proprietario di diversi locali, e praticamente non ho fatto niente per creare questo mio “piccolo impero”. Sono nato in una famiglia miliardaria, ho frequentato le migliori scuole e università private e poi…eccomi qui. Li invidio. Perché questi giovani hanno deciso di prendere in mano la loro vita, nonostante le enormi difficoltà che ci sono. Che comunque sono evidenti. Soprattutto si sono sfidati, sfidati anche a fare a botte con il loro orgoglio. Perché io assumerò Floriana: la assumerò con il contratto più basso possibile, non le pagherò le malattie, le parlerò delle ferie come di un regalo che io le concedo e non come di un diritto. Voi credete che io non mi renda conto che questo è un sistema orrendo? Un sistema dove solo la gente come me vince. Di questa cosa mi dispiaccio. In fin dei conti però questo Stato dovrebbe fare un monumento a gente come me, a persone come la mia famiglia: permettiamo a questa classe di frustrati, di giovani  che vedono i loro sforzi svanire, beh, noi comunque gli diamo un futuro. Un futuro come operatori in un fast food, o in un call center o come stagisti in un negozio di elettrodomestici. Tornando a Floriana la assumerò. Farà panini in una cucina caldissima. Ungerà le sue mani. Dovrà cambiare la pattumiera senza i guanti. Cose che succedono, ovviamente ci sono lavori peggiori nel mondo. Sempre meglio che fare l’operaio e morire da una impalcatura. Ma lei si arrabbierà. Si arrabbierà perché è consapevole che io la sto fregando, che questo sistema la sta fregando, che quelli intorno a lei probabilmente la stanno fregando. E allora perderà il sorriso, quel bel sorriso determinato di quel primo colloquio: quella vitalità di una giovane donna che pensava “ce la farò, anche se non mi piace questo lavorò è solo per questo momento”. Invece Floriana rimarrà per due anni qui con il suo contratto. Immagino il momento in cui le starà per scadere: l’ansia dell’affitto che aveva ogni mese adesso diverrà più grande. Questo lavoro che tanta odiava diverrà la cosa più importante per la sua vita. Un contratto indeterminato a posto di Renoir. Lo stesso varo per Paolo, per Pierfrancesco e Silvia: un rinnovo al posto di tutti i loro libri. Sparirà la rabbia Floriana, sparirà col tempo. Sparirà la rabbia. La mia invidia, quella di vivere una vita vera, quella no, non passerà mai. Ma non sono certo classista. Non assumo solo giovani laureati: qui con me, nelle mie piccole e accoglienti aziende ci sono diplomati e non, italiani e non. Anche con loro è uguale, qualche sfaccettatura rende le situazioni diverse. L’importante è che riconoscano in me qualcosa. Mi piace quando gli passo vicino. Mi odiano. La mia vista li fa stare male. Sanno benissimo la mia storia, sanno benissimo che è tutto finto. Che non lavoro. Ascolto le percezioni del loro odio: delle loro scarpe pesanti nonostante l’estate col fuoco accesso, e io che cammino con i miei mocassini e la mia camicia linda. Io non sudo. Io non lavoro. Io non mi sbilancio. Io sono fermo qui. Loro si muovono, si muovono, si muovono. Il mondo si muove, ma noi siamo fermi. Noi i padroni di questo mondo siamo fermi. Facciamo muovere questo mondo di formiche. Mentre noi siamo fermi, affinché nulla cambi. E loro non possono fare niente.

«Ciao Floriana. Hai lasciato qui il tuo curriculum oggi? Ci vediamo domani?»

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