In nessun paese

Susanna Dolci

Ne abbiamo già parlato abbondantemente qui su Il Fondo, altrove, in ogni dove e ove c’è parso e piaciuto. Ma a quanto pare non è mai abbastanza e quindi il tema, o meglio certune tematiche vanno riprese e più o meno riaffrontate. Sperando che sia l’ultima volta, almeno in questa sede. E non certo per decesso della redazione ma perché si è finalmente capito quello che si voleva dire. A cornicetta, in questo caso e soprattutto, dei commenti all’articolo “Giovanardi vs. adozioni gay. Concia: sfiducia” di Virginia Spada, del 20 settembre scorso.

Devo ammettere che le mie note in risposta ai commenti sull’articolo  di  V.S. sono state alquanto poco diplomatiche. Ma ho smesso da tanto tempo di essere gentile… Dovrei dispiacermene ma non ne ho né la pazienza né la voglia. Perché, mi domando, ancora muri di gomma a ripetizione su Pacs, Dico, Cus, diversità, omosessualità, adozioni gay, omofobia, etc.? Cosa c’è che attanaglia tanto l’essere umano, italico e non solo di fronte la diversità? Quasi a trasformarlo in un tarantolato della discriminazione, tant’è la paura del contatto o della vicinanza.

Non  so, non riesco a capire. Forse sarà perché vivo nella diversità dei disabili da tutta una vita. E forse sarà perché ne conosco appieno il pregiudizio che rende il diverso ferocemente differente dal consueto “normale”. Ed è per questo, allora, che consiglio caldamente la lettura del volume In nessun paese di Ivan Scalfarotto e Sandro Mangiaterra, Piemme edizioni. Sottotitolo: Perché sui diritti dell’amore l’Italia è fuori dal mondo. Lasciate stare il fatto che Scalfarotto sia vicepresidente del Partito Democratico, omosessuale ed accessori vari.

Non focalizzate la vostra attenzione sui dettagli biografici anche se il volume si racconta attraverso le esperienze vissute del suo autore. Concentratevi, invece e come riesce a fare sapientemente il presente libro, sui diritti negati «uno dei nodi cruciali su cui si gioca il futuro di un Paese». Diritti negati di persone che alla fine sembrano essere fantasmi. Uomini e donne, da soli e in compagnia. Coppie di fatto che vanno dagli eterosessuali ai gay ed alle lesbiche. Che vorrebbero poter vivere normalmente nell’Italia a cui appartengono sulla carta scritta ma dalla quale ne sono discriminati dal calderone del pregiudizio e della legge che bollono, bollono sul suolo patrio. Persone che alla fine restano solo e solamente «figli di un dio minore, cittadini di serie B, con minori diritti e minori doveri». «Persone in lotta per l’affermazione della propria identità e dei propri diritti. Innanzitutto il primo, il più importante: il diritto all’amore».

Persone che, insisto nello scriverlo, «rimangono senza tutela. Costrette a fare i conti con mille difficoltà quotidiane, grandi e piccole: l’impossibilità di amarsi e mettere su casa insieme, di assistere la persona più cara se si ammala, di raccoglierne l’eredità quando muore»….. Perché? Leggete, leggete la meravigliosa e spietata introduzione dal titolo Dei diritti e delle pene. E provate a smentire Scalfarotto quando, a pagina 10, così scrive: «Un paese [l’Italia] dove non tutti sono uguali davanti alla legge, dove esistono cittadini di serie A e di serie B. Da una parte gli uomini, bianchi, eterosessuali, tutelati de jure e avvantaggiati de facto. Dall’altra le donne, gli immigrati, i disabili e, ovviamente, gli omosessuali, trattati come diversi e spesso considerati un pericolo per l’ordine costituito».

Non bastano i riconoscimenti alle persone diverse del ministro delle Pari Opportunità Mara Carfagna e del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a smuovere le acque paludose della legislatura nostrana e della benpensante società. La “testa nella sabbia resta” e rimane ancorata all’idea di una collettività tradizionalmente intesa come le statuine del Presepio. Senza pensare a rimuoverne le patine di fragilità, arretratezza e paralizzante religiosità.

Scrive Paolo Pedote a commento del volume dalle pagine telematiche della testata Mondorari: «Nel libro emerge che fin tanto che si considera la «diversità» come un elemento culturale per denigrare, emarginare, limitare, saremo sempre il fanalino di coda dell’Europa. La «diversità» deve invece essere considerata una forte risorsa umana». Parole sante, parole vere. Smettiamola di essere tutti dei beceri. Potrebbe toccare ad ognuno di noi di diventare o scoprirsi “diverso”, in più accezioni, e quando meno il tempo si concede di fartelo accadere. Smettiamola di Essere ed iniziamo ad essere. Diversi più o meno, con linguaggi diversi e diverse visioni della vita. Ci farà poi così tanto male?

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