Immigrazione. Intervista a Lubna Ammoune

Raffaele Morani

intervista Lubna Ammoune

L’immigrazione è un fenomeno epocale, alcuni partiti in tutta Europa costruiscono le loro fortune elettorali sul rifiuto degli immigrati e sulla paura dell’altro, mentre i partiti sul versante opposto sembrano invece incapaci di analizzare il fenomeno ed accontentarsi di visioni più o meno buoniste, pronte ad essere abbandonate appena vengono pubblicati i sondaggi di opinione. Più o meno periodicamente, qualcuno si ricorda che queste persone venute da tutto il mondo nella nostra cara vecchia Italia non sono solo braccia da impiegare sul lavoro ma anche persone con pochi diritti, con una loro identità e cultura, e con figli nati in Italia o qui sempre vissuti, gli italiani di seconda generazione. Molti parlano di loro, ma quanti hanno mai parlato con loro, preferendo invece accontentarsi dei luoghi comuni più comodi, quelli che ci portano a pensare ad esempio che le giovani musulmane portano l’hijab perché obbligate sempre dalle famiglie o simili? “Yalla Italia” è un’avventura iniziata informalmente alla fine del 2006. Alla base c’è un’idea semplice: dar voce e visibilità al processo d’identità delle seconde generazioni, come si legge nel loro sito «a quelle nuove cittadinanze che mantengono le loro radici vitali nei paesi di provenienza dei loro genitori e che fanno crescere i rami della loro vita in Italia». Per cercare di conoscere meglio questa realtà abbiamo posto  alcune domande a Lubna Ammoune [nella foto in alto], della redazione di Yalla Italia, nata a Milano da genitori di origine siriana, animatrice del blog Vita magazine e tra le collaboratrici del del blog Gli altri siamo noi del sito de La Stampa. Una giovane studentessa di  farmacia che sul suo blog affronta i temi dell’integrazione e del dialogo tra culture con una buona dose di ironia, e che sul suo blog dice di sé «Ho tante domande e poche risposte, tante certezze quanti i dubbi. Per questo il cammino, come il dialogo e il confronto, comincia sempre a due».

Sei di origine siriana, sei nata e sempre vissuta nel milanese, studentessa collabori al mensile Vita, sei nella redazione di “Yalla Italia” e nel blog della Stampa “Gli altri siamo noi”,  come sono nate queste esperienze?

Ho cominciato a collaborare con Yalla Italia nel 2007. Prima di allora mai avrei immaginato di mettere la firma su nessuna testata e poi, invece, un giorno (per caso, anche se nulla succede per caso), ho ricevuto una proposta di collaborazione. Sentendo il progetto editoriale di Yalla Italia non ho voluto pensarci due volte, perché l’ho sentito sin da subito coinvolgente. Da Yalla Italia sono nati alcuni contributi per Vita magazine e con il rinnovamento della testata i direttori mi hanno affidato il blog che curo da due anni. Gli altri siamo noi ha invece un’altra storia. Nel settembre del 2008 ho avuto la bellissima opportunità di partecipare a un viaggio negli Stati Uniti per un programma su immigrazione e integrazione. Sono stata con altri ragazzi ospite del dipartimento di Stato Americano e durante un incontro è nata l’idea di scrivere per il quotidiano torinese.

Yalla Italia non è un’associazione ma un gruppo di italiani di seconda generazione (figli di immigrati nati in Italia o da moltissimo tempo residenti in Italia) o cos’altro?

Yalla Italia, che in arabo significa “Andiamo Italia”, esortazione dinamica che invita a svegliarsi e ad avere coraggio, è un inserto mensile che esce con Vita non profit magazine. Quello di Yalla Italia è un percorso di vita nato da un’esperienza editoriale, ma che nel tempo ha assunto varie sfumature colorandosi di nuovi volti, pensieri diversi ed esperienze lontane. Siamo nati per cercare di costruire ponti, leggere la realtà con diversi punti di vista, smontare i luoghi comuni, trasmettere ironia e raccontare le nostre storie. Yalla Italia è una realtà dinamica in cui convivono e si completano diverse sensibilità e in cui comunichiamo noi stessi. Ogni numero nasce dalla consapevolezza che in qualsiasi ambito tematico non esiste niente che si debba tener nascosto per affrontare consapevolmente qualcosa che ci ha toccato nel profondo e l’esito di ogni scelta tematica rivela un codice di comunicazione che vuole scavare dentro per far emergere il desiderio di mettersi in relazione con la realtà, lasciando da parte analisi e risposte preconfezionate ma suggerendo domande e curiosità. A volte anche con leggerezza e ironia, se necessario anche con spregiudicatezza e con temi choc.

Leggendo gli articoli di Yalla Italia, ma anche diversi blog e riviste si ha quasi l’impressione che gli italiani di seconda generazione siano un po’ a metà del guado, considerati stranieri o non pienamente italiani da noi autoctoni e considerati italiani dai vostri parenti dei paesi d’origine o dagli immigrati veri e propri. Che ne pensi? E quali sono, secondo te, le aspirazioni di voi italiani di seconda generazione?

Alcuni ragazzi cantano “stranieri in ogni nazione”. Penso che per alcuni sia un sentimento condiviso che nasce dalla sensazione di essere sempre mobili, mai fermi, né in un luogo geografico, né in uno culturale. I ragazzi di seconda generazione capiscono la mentalità dell’una e dell’altra cultura e quindi percepiscono molte sfumature, non sanno solo distinguere i colori. È una continua mediazione e fusione che non ha una linea di separazione ben marcata. Questo fa sentire alcuni a casa in entrambi i Paesi, altre volte sembra invece di non aver patria. Nel mio caso specifico? Mi sento milanese, soprattutto quando sono a Roma. I taxisti scoprono subito la mia identità e grazie a loro ho scoperto di avere una cadenza lombarda. Questo mi rende orgogliosa.

Sei musulmana praticante,alla fine di un tuo percorso personale hai deciso di portare l’hijab, cosa significa nella vita di tutti i
giorni? Hai avuto difficoltà, ti sei dovuta scontrare o ti scontri con pregiudizi?

Forse non è da intervista canonica, ma mi piacerebbe risponderti, se me lo concedi, con un video tratto da una conferenza in cui sono stata coinvolta come speaker.  [Questo sotto]

Cosa risponderesti a chi, citando tristi fatti di cronaca (ad esempio le giovani Hina e Sanaa) parla di incompatibilità assoluta tra i valori dell’islam e quelli dell’occidente, tra islam e leggi italiane?

Penso che queste persone siano succubi della televisione e penso come i media siano capaci di strumentalizzare e spettacolarizzare fatti di cronaca nera. Da eccezione queste realtà diventano la regola. Esistono, purtroppo, e vanno condannati, ma non si può sempre generalizzare ed etichettare. Vorrei rivolgermi a queste persone e spiegar loro che fuori dalle loro gabbie ideologiche esiste un mondo completamente diverso, variegato, colorato e sfumato, con tonalità sia positive che negative, ma comunque poliedrico. Poi consiglierei caldamente di prendere in mano sia la Costituzione italiana, una delle più belle e ricche, veramente un fiore all’occhiello, e di prendere nell’altra mano il Corano. Li pregherei di leggere i due testi ed evidenziare i passi che si scontrano, qualora riuscissero a trovarne.  

E a chi vorrebbe vietare la costruzione di moschee in Italia, col solito
argomento “prima i musulmani devono permettere la costruzione di chiese nei loro paesi”, ignorando fra l’altro che nella stragrande maggioranza dei paesi musulmani le chiese ci sono e non c’è alcun divieto al riguardo?

Penso non sia costruttivo per nessuno accusarsi a vicenda. Paragonare una democrazia, quale sembra essere quella italiana, ad altre realtà mi sembra intellettualmente poco onesto. Ho sentito e letto tante volte questa frase, ma mi coglie sempre lo stupore. Cerco di mettermi dalla parte dell’altro e capire le sue ragioni, ma spesso chi parte con quest’idea non vuole cambiarla. Sicuramente in alcune parti del mondo arabo-islamico vi sono delle difficoltà per le minoranze religiose, ma bisognerebbe sempre contestualizzare, non capisco perché fare parallelismi con situazioni completamente diverse in contesti molto distanti tra loro.

Secondo te, quale potrebbe essere una politica efficace per favorire
l’integrazione di voi nuovi italiani, e dei migranti nel nostro Paese?

Semplicemente coinvolgerci e non pensare di risolvere i problemi con nuove leggi o cittadinanze a punti. Semplicemente coinvolgendoci in prima persona, come protagonisti della nostra società, ognuno col suo ruolo, la sua unicità e le sue competenze.

Mi viene in mente un bel libro, Porto il velo e adoro i Queen di Sumaya Abdel Qader, una scrittrice che oltretutto fa parte della redazione di Yalla Italia, e che secondo me è un bel ritratto degli italiani di seconda generazione. Il libro si conclude con una domanda significativa e che secondo me centra il nocciolo della questione ovvero «La mia Italia sarà capace di riconoscerci facendo meno danni possibile? Di accettare il nostro essere speciali? Di cogliere in noi la creatività, la forza, il dinamismo che tanto servono a questo Paese meraviglioso e che noi possiamo e vogliamo dargli?». Forse la soluzione sta nella volontà reciproca di volersi conoscere,nel costruire ponti piuttosto che muri o barriere? Voi di Yalla Italia che vivete “a cavallo tra due mondi” questa volontà la dimostrate quotidianamente,come vedi la situazione nella nostra cara Italia?

La nostra Italia sta cambiando e crescendo. È un’Italia che, al contrario di quanto molti possano pensare, non ha nulla da invidiare ad altri stati. La parola che più mi sta a cuore è reciprocità, ma senza nessuna accezione di buonismo. Significa che entrambe le parti si devono prendere le proprie responsabilità e affrontare le questioni lasciate in sospeso per prospettarsi in un presente e in un futuro con basi solide. Tutti noi abbiamo un ruolo da giocare, nessuno può tirarsi indietro e aspettare che la chiave delle nostre difficoltà possano cadere dall’alto. È solo guardandoci negli occhi e lavorando fianco a fianco che si potrà arrivare a un’Italia come la desidera Sumaya. E come la desideriamo tutti. Io sono molto ottimista perché i presupposti ci sono. Stiamo già guardando nella direzione giusta.

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