Il Fondo Quotidiano – ottobre 2010

Il Fondo Quotidiano è una costola del Fondo Magazine. Nasce dall’esigenza di restare nella cronaca giornaliera tra una edizione e l’altra della casa madre settimanale. A differenza della matrice che accoglie abitualmente scritti eterogenei, FQ esprime esclusivamente la linea editoriale.

La redazione

FUTURO E LIBERTÀ
MANIFESTO DI OTTOBRE
NÉ DESTRA NÉ SINISTRA
ERA ORA

Roma, 27 ottobre 2010 – «Le uniche due categorie a cui non vogliamo parlare sono i parassiti e i delinquenti». E per il resto, «ci rivolgiamo a tutti, non alziamo steccati pregiudiziali, nemmeno nei confronti di chi in passato ha creduto all’utopia socialista».

Questa frase pronunciata da Gianfranco Fini a Milano ha fatto molto effetto. Così come le dichiarazioni spiazzanti con cui, nell’ultimo tour al nord, Futuro e Libertà ha messo insieme il tema della legalità con quello dell’equità sociale, la lotta alla corruzione con la tassazione delle rendite finanziarie, dando uno scossone alla regola non scritta che divide i grandi argomenti della politica in “cose di destra” e “cose di sinistra”.

La caduta di questo muro ideologico è la cifra di tutto l’interventismo finiano degli ultimi due anni: sull’integrazione, sulla laicità, sui diritti, e poi sulla giustizia e sul rispetto delle regole, e infine – con i commenti all’ultima sortita di Marchionne – sulla dignità e l’interesse nazionale, si è definito il perimetro di un partito della modernità italiana al quale non sarà agevole appioppare etichette.

Fabio Poletti, che il mondo della destra lo segue da quando lavorava a Radio Popolare negli anni ’70, è stato il più abile nel cogliere, anche antropologicamente, il senso di ciò che si è messo in moto. «In questa platea – ha scritto sulla Stampa raccontando l’appuntamento al Derby – si trova di tutto. Da Mirko Tremaglia a Tiziana Maiolo, new entry in Futuro e Libertà dopo la terza capriola politica della sua vita, da Rifondazione a Forza Italia, dal Pdl a Fini». E poi, «applausi a Chiara Moroni, nata col Psi, ad Antonio Del Pennino che era una bandiera dei repubblicani, a Benedetto Della Vedova che stava con i radicali insieme a Francesca Scopelliti, a Manfredi Palmeri che troneggia in Consiglio comunale».

Sul Giornale s’è invece cercato di esorcizzare il messaggio di quel parterre, e soprattutto quell’appello “oltre ogni steccato”, con un titolo tranchant: «Fini apre ai comunisti». Lo abbiamo affisso in redazione, perché dice involontariamente molto di più di quel che appare a una prima lettura.

Nel racconto berlusconiano non solo la parola “comunista” ma tutte le definizioni che fanno riferimento alla desueta categoria degli ideali sono ciarpame, robaccia da “professionisti della politica”, definizione abitualmente usata per irridere chi viene dai partiti anzichè dall’azienda.

Non è stato sempre così. I “comunisti” se li prese anche il Cavaliere, all’inizio della sua avventura, quando andava a pranzo con Lucio Colletti anziché con la Brambilla, così come si prese “i fascisti”, i liberali alla Alfredo Biondi (che proprio ieri lo ha salutato), i radicali e tutto quello che si muoveva nel vasto mare degli outsider della prima Repubblica, guidato dalla voglia di partecipare a una nuova pagina.

Oggi la prospettiva si è invertita. Nella drammatica involuzione del berlusconismo si preferisce dragare l’estremismo di destra stile Storace piuttosto che aprire alle molte energie che il Paese esprime, ciascuna con una sua formazione “utopistica” di riferimento ma tutte consapevoli che il Novecento è alle spalle da un bel pezzo. Guardate ad esempio le autorevoli firme del Manifesto d’Ottobre pubblicate nella pagina due del nostro giornale: ci sono filosofi, registi, scrittori, professori, artisti, e chissà quanti che hanno un debito con una qualche utopia ma che tornano a immaginare un impegno in prima persona «per la rinascita della Res Publica», oltre ogni categoria, oltre ogni innamoramento ideologico giovanile.

Tutti nemici, tutti «comunisti», ci dice il Giornale. «Comunisti» come quelli del Festival di Cannes disertato da Bondi, come i terremotati dell’Aquila caricati dalla polizia di Maroni, come gli spezzoni sociali irrisi o messi al bando nella deriva cupa e nevrastenica degli ultimi mesi, senza eccezione per quelli che il Pdl lo hanno pure votato: dai dimostranti del napoletano agli operai (vi ricordate quando ci facevamo belli con la vittoria di Sesto San Giovanni?), dai giovani al ceto medio che sta pagando il prezzo più alto per la crisi.

Ma cosa resta dalla politica se si scarta chi pensa, chi lavora sull’immaginario collettivo, chi ha ancora voglia ed energia per scendere in piazza, chi vuole ricostruire la sua città, chi ha avuto un ideale, chi ha pensato di cambiare il mondo? Non molto, crediamo. Rimangono la gestione dell’ordinaria amministrazione e la propaganda, il potere e il consenso, evidentemente insufficienti a esprimere un’idea di Paese e a guidare lo sforzo di innovazione che servirebbe.

Lieti perciò che Fli cerchi il dialogo e lo scambio di idee con tutto il resto, comunque lo si voglia definire: servirà più di qualche assessorato o di qualche ruolo di sottogoverno. Lieti che apra ai «comunisti», che secondo la vulgata pidiellina sono tutti quelli che non cantano “Meno male che Silvio c’è”. Tra l’altro, pure nel loro passato, spesso sono state brave persone, difficilmente parassiti o corrotti.

Flavia Perina

FINI: CASA DI MONTECARLO
NON LUOGO A PROCEDERE

Roma, 26 ottobre 2010 – Lo sapevo. Vi giuro che lo sapevo che sarebbe finita così. Non c’erano dubbi.  Le agenzie battono: «La Procura di Roma ha chiesto l’archiviazione dell’inchiesta sulle presunte irregolarità  legate alla vendita dell’ immobile a Montecarlo ereditato da Alleanza Nazionale».

Maledette toghe rosse. Pur di lasciare in campo il nemico pubblico numero1 del nostro amato presidente del Consiglio, il Cavaliere del lavoro Silvio Berlusconi, hanno rovesciato un verdetto già scritto e sacrosanto: Fini ladro.

Sentite, sentite le motivazioni di quella banda partigiana in scadenza di contratto: «Qualsivoglia doglianza sulla vendita a prezzo inferiore – sostengono i pm – non compete al giudice penale ed è eventualmente azionabile nella competente sede civile».

Manco la valutazione triplicata dell’immobile rispetto al valore di 273mila euro, secondo l’alto parere della Chambre Immobiliere Monegasque al momento dell’alienazione rispetto a quello dichiarato a fini successori, è valsa a qualcosa. Sempre secondo le indagini giudiziarie della nostra magistratura: «Tale valutazione, è stata effettuata in astratto, senza tener conto delle condizioni concrete del bene, descritto dai testi come fatiscente».

Niente. La nobile campagna condotta per mesi da quel baluardo della verità che è “Il Giornale” del nostro vessillifero della corretta informazione, Vittorio Feltri, non è servita a niente.

Capite? Capite adesso quanto sono forti i poter forti che sono dietro a quest’uomo che occupa indegnamente la terza carica dello Stato? Quali poteri forti? Ma via, lo sanno tutti: la Trilateral, la Massoneria, il Vaticano, il Mossad, Obama, l’Anpi, la Caritas, la Mafia, la ‘Ndrangheta, le Banche, la Perfida Albione, la Confindustria, la Fiat…

Vabbeh: la Fiat, no… perché ieri Fini gliene ha cantate quattro a Marchionne…

Il reazionario

LE BUGIE DI SERGIO MARCHIONNE


Roma, 25 ottobre 2010 – L’avete visto ieri sera Marchionne, l’Amministratore delegato della Fiat a “Che tempo che fa” di Fabio Fazio? Soprattutto, l’avente sentito quando ha detto che la Fiat non deve nulla allo Stato italiano e che anzi, senza la sua presenza, la Fiat godrebbe di ben più alta e florida salute?

Le sue parole fanno eco a quelle che pronunciò un altro campione del capitalismo rampante, Luca Cordero di Montezemolo, non più tardi del febbraio scorso quando, mentendo sapendo di mentire, affermava: «mai preso soldi dallo Stato».

Beh! tanto per rinfrescare loro la memoria, solo (e sottolineo solo) nel triennio 2006 – 2008, la benemerita azienda produttrice di automobili italiane ha ricevuto dallo stato italiano, ovvero dal contribuente, qualcosa come 270 milioni di euro. E che se non fosse stato per questi contributi, mai e poi mai la fabbrica torinese sarebbe riuscita a superare la crisi economica planetaria che ha investito tutti.

Io, contrariamente a quanto disposto dall’organo di governo economico europeo, la Banca centrale, ritengo che quegli interventi statali siano stati non solo utili ma necessari. E non per una questione di prestigio nazionale ma per le evidenti e nefaste ripercussioni che un’eventuale fallimento della massima industria del paese avrebbe comportato per la nostra società tutta intera.

Quei 270 milioni di euro, in fondo, sono benedetti in virtù delle superiori sorti della nazione… Ma che, oggi, Marchionne voglia negare che l’intervento diretto dello stato nel bilancio della Fiat ci sia stato non è solo paradossale, è falso.

Tanto falso, da far scattare le molle a Gianfranco Fini: «Ha detto una cosa naturale per il top manager canadese. Ma è un po’ paradossale che lo dica l’amministratore delegato della Fiat, Fabbrica Italiana Automobili Torino, perché se la Fiat è un grande colosso lo deve al fatto che è stato per grandissimo tempo il contribuente italiano, lo Stato, a impedire alla Fiat di affondare».

m.r.

IO SONO UN UOMO LIBERO
NÉ DESTRA NÉ SINISTRA
VITA MIA

Esco di rado e parlo ancora meno
mi hanno detto che vuoi vedermi
e mi conosci bene, dici
la vita è un viaggio lento ragazza mia
né destra né sinistra
Lazzaro si sveglia tutti i giorni
e Caino gli porge il sale
e non per la minestra
e non per la minestra.

Sono stato un uomo tenero, ti dico
un uomo vegetale
sono stato a guardare la feroce
bellezza del mondo
lentamente trasformare
lentamente trasformare.

Io sono un uomo libero
nè destra nè sinistra
sogno ancora credendo di pensare
sogno ancora coi gomiti affacciato alla finestra
affacciato alla finestra.

Ma ci sono cantanti a cui non si può credere
ci sono poeti che non si può raggiungere
qui tutti parlano e parlano
o peggio scrivono e scrivono
è cultura universale
o biblioteca comunale.

Fra il celeste e il profetico
fra il religioso e il mistico
il maschio e la sua conquista
il puro e il diabolico
fra il politico e il possibile
il passero e l’azzurro profondo
il rosso e il suo tramonto
la voce e lo spirito.

Scelgo di camminare in silenzio
accanto a te vita mia
che sono un uomo libero in questo mondo
vita mia
che sono un uomo libero in questo mondo.

Sempre e sempre
sempre e sempre
sono un uomo libero
sempre e sempre
sempre e sempre.

Esco di rado ma osservo molto come vedi
alla vita mi vendo tutto dalla testa ai piedi
la vita è un ballo verticale
si impara un passo al giorno
il prezzo dei passi sbagliati
è un brutto foglio di viaggio
e non c’è ritorno
e non c’è ritorno.

Fra il celeste e il profetico
fra il religioso e il cattolico
fra l’inganno e la promessa
il delirio fanatico
la pace con le armi
il politico e il possibile
il passero e l’azzurro profondo
la voce e lo spirito

Scelgo di camminare in silenzio
accanto a te vita mia
che sono un uomo libero in questo mondo
vita mia
che sono un uomo libero in questo mondo.

Sempre e sempre
sempre e sempre
sono un uomo libero
sempre e sempre
sempre e sempre.

Celentano/Fossati

TERZIGNO IN RIVOLTA CONTRO LE DISCARICHE
IL GOVERNO: “USEREMO LA FORZA”

Terzigno (Na) 22 ottobre 2010 – Amarcord. Un po’ “io mi ricordo”, un po’ “amari ricordi”. Io mi ricordo, per esempio, della fulminante campagna di pulizia che liberò Napoli da tonnellate di immondizia appena all’indomani dell’insediamento del IV,  ancora in essere, Governo Berlusconi. “Ghe pensi mi” disse, come al solito, il Premier. E così fece. Il “governo del fare” dimostrò una prontezza d’intervento mirabile. Quella “monnezza” finì sparpagliata in discariche anche lontanissime e addirittura, se non ricordo male, all’estero, perché – come si dice – il problema stava a monte, ovvero: nella pochezza delle strutture di raccolta e smaltimento dei rifiuti presenti sul territorio Campano. Allora, “Ghe pensi mi” non ci pensò sopra due volte e, detto fatto, agì per via legislativa individuando i siti opportuni dove allocare le nuove discariche. Siti opportuni? Mica tanto.

Prendiamo il caso di Terzigno, provincia di Napoli, dove da giorni si manifesta contro l’apertura di una nuova discarica e teatro, per la seconda notte consecutiva, di violenti scontri, anche a colpi di molotov, fra cittadini e Forze di polizia. Ecco: siamo proprio sicuri che  Terzigno sia una sede appropriata all’insediamento degli impianti di biostabilizzazione? Diciamolo: a nessuno farebbe piacere che sotto casa gli piazzassero un immondezzaio. Ma fa sicuramente ancora meno piacere  a chi di immondezzaio nel territorio ne conta già uno. Due, sono francamente troppi. L’impressione è quella di una non splendente programmazione delle dislocazioni ambientali. O di improvvisazione, se volete. Tanto più quando la decisione cade dall’alto, senza una mediazione con le amministrazioni locali. Senza un coinvolgimento della comunità cittadina.

Ha ragione da vendere il Sindaco di Terzigno, Domenico Auricchio: «Noi contestiamo la decisione che è stata presa mercoledì al tavolo del vertice del Pdl campano in cui si è stabilito che andrà avanti l’apertura della seconda discarica: vogliamo sapere cosa è successo e perché gli amministratori campani prima avevano detto una cosa e adesso ne dicono un’altra». Per la cronaca, Auricchio non è un pericoloso sovversivo, ma un iscritto (lui e tutta la sua giunta comunale) al Pdl.

Berlusconi, direttamente interpellato, per il momento non risponde. Risponde, invece, e non è un bell’ascoltare, Nicola Formichella a nome dei parlamentari Pdl della Campania (che, sempre per la cronaca, regge il governo della regione): «L’unica strada è il rispetto della legge e questa prevede la realizzazione della nuova discarica di Cava Vitiello, una discarica controllata e sicura in grado di garantire la massima tranquillità alle popolazioni residenti migliorando radicalmente la situazione attuale». Capita l’antifona? La legge è la legge: va fatta rispettare, costi quel che costi.

E i costi, in termini di rivolta cittadina,  come stiamo registrando in queste ore, cominciano ad essere salati. Se a Terzigno e a Boscoreale non c’è un clima da guerra civile, poco ci manca. Nemmeno di fronte al pericolo palpabile della violenza nelle strade, si cerca una mediazione. L’unica risposta che viene dal Governo nazionale sembra essere quella della repressione. Ne sono sinistra conferma le parole del Capo della polizia Antonio Manganelli: «Siccome a Terzigno si deve sversare, faremo in modo che questo sia possibile anche se dovesse costare l’uso della forza».

Strana parabola quella del Pdl. Nato (o ipotizzato) come partito della libertà e del popolo, assume sempre più le connotazioni di una macchina repressiva che – lo abbiamo letto nelle parole del Capo della polizia –  pretende imporsi con la forza dei muscoli contro popolo e libertà di dissenso. Non è la prima volta che accade in questa legislatura. E’ di appena pochi mesi fa la notizia delle cariche della polizia contro i terremotati abruzzesi che manifestavano a Roma, causa le inadempienze per la ricostruzione.  E sono passati solo pochi giorni dagli scontri di Cagliari fra polizia e pastori sardi. Il partito del “sorriso” e dell’ “ottimismo” ha cambiato fisionomia. Di fronte all’evidente incapacità di gestire le emergenze, vivacchiando nell’ordinaria amministrazione senza pungere sui nodi irrisolti del Paese, si disegna un profilo da basso impero dove, anziché prendere atto delle proprie mancanze,  preferisce tentare di mettere a tacere chi, con una certa lungimiranza, aveva fatto notare le disfunzioni della macchina-partito e, con questa, della iniziativa di governo.

Giova poco prendere atto che oggi il Consiglio dei Ministri si occuperà della vicenda Terzigno. Non bisognava aspettare le rivolte di piazza per accorgersi che il problema, affrontato come sta per essere affrontato, non solo non avrebbe risolto l’emergenza-rifiuti nella regione Campana, ma avrebbe finito per acuire uno stato di profonda sofferenza che affligge le nostre regioni del Sud.

Gioverà, invece, ricordare qualcos’altro, almeno per somiglianza ai fatti di questi giorni. Ricorre quest’anno il 40° anniversario della rivolta di Reggio Calabria. La questione che sollevò quella insorgenza era legata alla designazione di Catanzaro come Capoluogo di regione. Sotto, c’erano malesseri più gravi: disoccupazione, criminalità, emigrazione forzata, forti carenze infrastrutturali. Il Governo di Roma, presieduto dal democristiano Emilio Colombo, mandò i carri armati a reprimere i rivoltosi.  Amari ricordi, appunto, che vorremmo rimanessero ricordi.

m.r.

LODO ALFANO
PERCHÉ
FUTURO E LIBERTÀ HA DETTO SÌ

Ma sì, lo sappiamo tutti che sul lodo Alfano c’era una posizione precisa, espressa, da Futuro e Libertà fin da inizio settembre: favorevoli a una tutela “ad personam” delle massime cariche dello Stato, contrari a leggine di salvaguardia che incidano sugli interessi degli italiani. Epperò un movimento d’opinione che si sta costruendo guardando alla modernità e al web dovrà pur tenere conto della vera valanga di dissenso, delusione, amarezza che si è riversata dal suo “pubblico” dopo quel sì in Commissione Affari Costituzionali al Senato.

Le ragionevoli osservazioni dei ragionevoli dirigenti, capigruppo e responsabili di Fli sulla vicenda, sono scivolate come l’acqua su questo spicchio di opinione pubblica. Generazione Italia, per testimoniare la “fedeltà alla linea” e l’inconsistenza dell’accusa di aver fatto un passo indietro, ha rimesso in rete il video e il testo integrale del discorso di Mirabello, dove il tema dello scudo per premier e presidente della Repubblica era affrontato chiaramente: il sì al Lodo Alfano, in quell’intervento, era la “piattaforma” su cui si innestavano considerazioni molto ferme in materia di tutela dell’azione della magistratura e della legalità. Ed era chiaro a tutti il significato di quel passaggio: sì a quel Lodo, come forma estrema di rispetto per il voto popolare che ha eletto Berlusconi, per poter dire con la stessa trasparenza no a ogni altro degli innumerevoli pasticci ideati per svicolare tra le maglie della giurisdizione. Be’, anche quel video e quell’intervento riproposto on line, hanno avuto poco successo: i commenti positivi si contano sulla punta delle dita.

Non è la prima volta che succede. Già all’epoca del voto di fiducia sui famosi cinque punti, anch’esso largamente annunciato, il contraccolpo per Fli era stato evidente, fino a incidere sui sondaggi d’opinione che avevano registrato un secco calo della formazione finiana. Ci pare obbligatorio, a questo punto, affrontare una riflessione che è rimasta finora latente nell’area di Futuro e Libertà, anche perché riguarda un fenomeno relativamente nuovo: l’emergere e il consolidarsi di un antiberlusconismo “da destra” che vive come un trauma qualsiasi tipo di compromesso politico sui temi del rispetto delle regole. Si potrebbe rispondere (e molti a buon diritto lo fanno) che si tratta di un atteggiamento antipolitico, perché è ovvio che l’orizzonte del gruppo finiano, ciò che esso punta a mettere in moto nella società italiana, va molto oltre le contingenze di un voto in Commissione, per quanto rilevante sia, e dell’iter di un singolo provvedimento riguardante il premier.

Ma non basta, perchè come ci ricorda Massimo Fini – uno che nei circoli “di base” ci va a parlare e ne conosce meglio di altri gli umori – l’antiberlusconismo di destra è anche e soprattutto «un dato istintivo, di pelle», fortemente legato anche all’esasperazione per la crisi: «Se andasse tutto bene, forse la gente se ne fregherebbe, ma siccome non è così, il malessere enfatizza il malumore». E comunque, ci dice Fini, esistono tante declinazioni di destra nel mondo, ma tutte senza eccezioni fanno riferimento al principio “law and order”: la difesa dell’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge è un principio sul quale ogni compromesso è percepito come tradimento. Comunque, continua il giornalista e scrittore, non è del tutto vero che l’antiberlusconismo di destra sia un fenomeno nuovo: «Ho parlato spessissimo nei circoli di An o nei convegni delle sue organizzazioni giovanili, e questo tipo di critica era largamente diffuso, direi maggioritario». Ora, la nascita di un’opzione politica alternativa, quella di Futuro e Libertà, ha catalizzato una serie di aspettative che non possono essere ignorate, perché definiscono meglio di ogni indagine demoscopica il “profilo” e i valori di riferimento del movimento che si sta costruendo.

E allora, pagato il dazio del Lodo, forse sarà il caso che Futuro e Libertà, che proprio in questi giorni sta elaborando il suo “manifesto d’intenti” in vista della convention di Perugia, approfondisca il tema e soprattutto dissipi con rapidità le costruzioni mediatiche che si vanno affastellando su quel sì: a cominciare dall’idea che l’assenso allo scudo per il premier sia il primo atto di una normalizzazione della contesa sulla giustizia, per finire con la risibile tesi di un accordo segreto per garantire un “minimo sindacale” di seggi e ruoli a Fli in caso di elezioni anticipate. Nessuno di noi (non io di sicuro) sarebbe entrato in questa rischiosa avventura per questo.

Nessuno di quelli che ci leggono, simpatizzano, aderiscono, costituiscono circoli, lo avrebbe fatto per questa miserabile prospettiva. E allora bisogna dirlo chiaramente: come ha scritto su Libertiamo Carmelo Palma, la «caccia all’uomo» ha regalato a Berlusconi l’opportunità, per molti anni, di cavalcare l’emergenza giudiziaria per i suoi interessi spandendo a piene mani nella legislazione e nella politica riforme dettate dai suoi interessi processuali. Lo “scudo” alle alte cariche è il solo modo per chiudere questa stagione e restituire trasparenza e libertà d’azione al confronto su giustizia, legalità, rispetto delle regole. Se la si pensa così, serve da ora in poi quello che Fabio Granata chiama un «supplemento d’attenzione, coerenza e rigore» sui temi della lotta alle cricche e alle mafie, che è anche l’unica e concreta risposta che si può dare al nostro “popolo del web” senza rifugiarsi nei tecnicismi e soprattutto senza ripercorrere le strade della vecchia politica, che ha sempre considerato il rapporto con la rete un discorso a senso unico o tutt’al più uno spazio-sfogatoio che non incide sulle scelte della politica.

Le centinaia, o forse migliaia di messaggi critici messi in rete in queste ore dai siti, dai blog e dagli spazi dell’area finiana su Facebook sono già, di per se stessi, un segnale di maturità e di cambiamento da non sottovalutare. Mai era successo, almeno nel centrodestra, che le voci di dissenso su argomenti così delicati fossero accolte senza nessuna tentazione di censura. Mai era accaduto che determinassero riflessioni, anche autocritiche, da parte delle classi dirigenti. E ai moltissimi cui non è piaciuto quel “sì” sul Lodo possiamo, in tutta buona fede, dire almeno questo: le vostre voci di privati cittadini, di simpatizzanti, di potenziali elettori, hanno un peso, contano qualcosa, stanno determinando dibattito interno, in sintonia con il progetto di “movimento d’opinione” che Fli sta elaborando. Considerando l’aria da caserma che si è respirata per un bel pezzo, non è pochissimo…

Flavia Perina
Direttore politico del Secolo d’Italia

POLIZIA CONTRO PASTORI
UNA VECCHIA STORIA

Cagliari, 19 ottobre 2010 – La vita del pastore in Sardegna è cambiata. Non è più la vita solitaria e isolata di un tempo. Semmai è solo peggiorata. Ma resta, unica consolazione, soprattutto per i pastori dell’interno la libertà dello sguardo. Di quelle distese sconfinate e anche un po’ tristi che però, per paradosso, ti facevano e ti fanno sentire meno solo. Da ieri, un pastore, uno di loro, potrà vedere quelle distese solo con un occhio. Uno lo ha perso durante gli scontri con la polizia a Cagliari. Un occhio forse è poco. Ma è molto per chi della libertà di sguardo ci ha campato per millenni, in cambio poco, quasi nulla, se non sopravvivere insieme a una impareggiabile libertà di guardare vedere esprimere giudizi.

Quell’occhio che non c’è più racconta bene lo scandalo di ciò che è successo ieri. Ancora una volta, nella storia della Sardegna, un conflitto viene sedato con l’uso della forza dell’ordine. L’isola, certo, si è imborghesita, è cambiata, non è più (per fortuna) la società crudele e patriarcale del codice barbaricino. E anche i pastori non sono più quelli di un tempo. Sono lavoratori dentro la globalizzazione, usano macchinari di ultima generazione, sono condizionati dalla borsa delle grandi metropoli mondiali. Eppure, come una antica maledizione, hanno come principale nemico lo Stato. Lo Stato che non li assiste come succede in  altri Paesi europei, non li aiuta a superare la crisi e a preservare il loro lavoro. E’ soprattutto assente e si palesa, ogni tanto, come forza come violenza come giustizia. In sardo si usa una frase che esprime bene questo rapporto. Si dice “zustizia mala”. Non c’è bisogno di traduzione per capire. Questa frase arriva da lontano, da quella unità italiana oggi tanto sbandierata che in Sardegna è stata vissuta principalmente come punizione, sopruso.

Ieri una nuova scena, protagonisti sicuramente mutati, stesso risultato. I pastori sono arrivati davanti al Consiglio regionale per rivendicare l’intervento promesso da quest’estate e mai arrivato. Di più hanno occupato la sede del Consiglio. Avrebbero, secondo i primi resoconti giornalistici, esagerato. Ma non meritavano né di finire in galera (cinque di loro sono stati fermati), né di venire attaccati dalla polizia. Questo è davvero troppo. Da anni il valore del loro duro lavoro è pari quasi allo zero. Non si battono per arricchirsi, ma per vivere. E’ un diritto che andrebbe accolto. Invece continua l’assordante silenzio delle istituzioni locali e nazionali, da ieri sostituito solo dal rumore dei manganelli.

Angela Azzaro

ARIECCO OSAMA BIN LADEN
E COME TI SBAGLI?

Islamabad, 18 ottobre 2010 – Manco a farlo apposta. Si parla di ritiro delle truppe Nato dall’Afghanistan e dal cilindro della “Società dello spettacolo” rispunta fuori, nientepopodimenoche, Osama Bin Laden.

Ma sì, proprio lui: il nemico pubblico Numero 1 dell’Occidente intero. Il grande artefice di quella grandiosa rappresentazione scenica che è stato l’attacco dell’11 settembre 2001 alle Torri Gemelle di New York. Puntuale come una sveglia a cui non manca mai una mano provvidenziale per rimetterla in carica.

Il quale Bin Laden, non in carne ed ossa, perché si sospetta fortemente che ormai di carne ed ossa del povero Obama siano rimaste briciole per i vermi, ma in quello splendido palcoscenico virtuale in cui tutti possono interpretare una parte o, il che è peggio, farsi fare interpreti di una parte, ci fa sapere di non vivere in una grotta ma in più comodi appartamenti dell’accogliente Islamabad, capitale pakistana.

Mmhmmhmhmmhm… Qui gatta ci cova: vuoi vedere che il regime pakistano entra sotto tiro delle potenti armate salvifiche del “Bene Assoluto”? Magari escono dall’Afghanistan e puntano dritte dritte al nuovo avamposto della barbarie.

Oh! da qualche parte la guerra bisogna pure esportarla, eh? E, comunque, male che vada, visto che la minaccia impera, possiamo continuare tranquillamente, sine die, la nostra missione di pace e civilazzione dell’Afghanistan.

m.r.

IL FONDO CON I LAVORATORI DELLA FIOM

L’articolo che segue è di Maurizio Landini, Segretario generale della Fiom. Di seguito, in collaborazione con la redazione de Gli Altri, gli aggiornamenti in tempo reale della manifestazione in corso a Roma.

La redazione

Roma, 16 ottobre 2010 – Questa nostra manifestazione nazionale vuole unire tutti quelli che pensano che il lavoro, i diritti, la democrazia e la Costituzione del nostro paese siano la base su cui costruire un nuovo modello di sviluppo fondato sulla giustizia sociale, sulla sostenibilità ambientale e sull’eguaglianza. Stiamo assistendo oggi ad un attacco ai diritti, il lavoro e la democrazia che non ha precedenti. Governo e Confindustria vorrebbero usare la crisi che sta colpendo duramente i giovani, i lavoratori e le lavoratrici per modificare radicalmente i rapporti sociali e cancellare il diritto alla contrattazione collettiva delle condizioni di lavoro in ogni luogo.

L’esempio più esplicito di questa volontà è l’accordo di Pomigliano della Fiat. E’ inaccettabile sia perché mette in discussione diritti costituzionali, sia perché determina un peggioramento delle condizioni di lavoro e cancella il diritto dei lavoratori e delle lavoratrici a contrattare la propria prestazione. Inaccettabile anche perché favorisce scelte industriali che invece di investire sull’innovazione dei prodotti e la qualità del lavoro, tentano di superare la crisi semplicemente aumentando lo sfruttamento.

Pensare di estendere questo modello al resto del Paese significherebbe non solo promuovere l’imbarbarimento sociale e delle condizioni di lavoro ma anche un pericoloso e serio arretramento del nostro sistema industriale. Non a caso, ad esempio, se si guarda, nel mondo, alle aziende del settore auto che ottengono i risultati migliori, si può notare che la differenza non è fatta dai salari o dai diritti che hanno quei lavoratori. La vera differenza sta nella qualità delle produzioni, nell’innovazione dei prodotti, nella varietà delle gamme che vengono offerte e nella capacità di operare su tutti i mercati mondiali. L’unico governo che non ha una politica industriale degna di questo nome è proprio il governo italiano, i cui provvedimenti puntano esplicitamente a cambiare i diritti del lavoro, a privatizzare i servizi pubblici, a modificare la Costituzione. Proprio per queste ragioni è grave l’introduzione della derogabilità dal contratto nazionale di lavoro. Derogare significa in realtà semplicemente cancellarlo, significa la possibile estensione del modello Pomigliano. Un modello che, al contrario di quello che sostiene Bonanni, non farebbe altro che produrre una competizione tra lavoratori, una rottura della coesione sociale e della solidarietà. L’altro esempio esplicito del disegno di governo e Confindustria è rappresentato dai provvedimenti del ministro Gelmini, che di fatto cancellano la scuola pubblica. Il tratto comune di questi provvedimenti è di rompere il legame tra lavoro, diritti e sapere. E’ un disegno che per essere realizzato ha bisogno di cancellare il diritto di sciopero e di negare qualsiasi pratica democratica. Per queste ragioni il nostro obiettivo centrale è la realizzazione della democrazia nei luoghi di lavoro: il diritto cioè di votare e di decidere su qualsiasi tipo di accordo che li riguardi è per i lavoratori, secondo noi, essenziale.

Così come l’assunzione della pratica democratica ad ogni livello è il collante che vuole unire la lotta contro la precarietà, la lotta per una scuola diversa e la lotta per trasformare una società ingiusta ed ineguale. Proprio per queste ragioni la Fiom considera sbagliati ed inaccettabili gli episodi di intolleranza che hanno colpito alcune sedi della Cisl. Allo stesso tempo non sono accettabili tentativi, come quello del ministro Maroni, che cercano di criminalizzare qualsiasi azione di critica o di dissenso verso le gravi scelte che governo e della Confindustria stanno realizzando nel nostro Paese.

La nostra manifestazione, nel chiedere che il lavoro torni ad essere interesse generale, rivendica anche un nuovo intervento pubblico capace di indirizzare nuovi investimenti verso la ricerca nei prodotti, per recuperare i gravissimi ritardi accumulati da un sistema industriale che in questi anni ha cercato di reggere la competizione semplicemente sul terreno della riduzione dei diritti, dei salari e con l’estensione della precarietà. Un nuovo modello di sviluppo deve anche affrontare il tema della legalità, prendendo atto che in questi anni attraverso la logica degli appalti e subappalti, la criminalità organizzata è diventata ormai un pezzo del sistema economico. Rimettere al centro il lavoro e la qualità delle produzioni vuole dire pensare a uno sviluppo che si basi anche sulle crescita democratica dei singoli territori.

Maurizio Landini
Segretario generale della Fiom

AGGIORNAMENTI IN TEMPO REALE DELLA MANIFESTAZIONE
(Fate refresh per vedere gli ultimi sms dai cortei)

17.34 Piero Sansonetti: “Dopo due anni di pettegolezzi e chiacchiere è tornata l’opposizione vera. La Fiom ha occupato un posto che era rimasto vuoto dopo la rinuncia del Pd . Il Pd, insieme a Cisl e Uil, è il grande sconfitto”.

17.29 Corteo e piazza, due atmosfere diverse. Nel primo rivendicazioni sul lavoro, nella seconda l’opposizione, la sinistra. Il metalmeccanico che ascolta paolo floires d’arcais, per capirci. Era meglio quando poco prima gridavano: sciopero generale!

17.20 A via merulana il corteo continua a passare. Sono fermo all’angolo prima della piazza e incontro tanti compagni. Ognuno rappresenta un pezzo diverso della galassia della sinistra. Tutti sono però concordi e con orgoglio dicono che non partecipavano a una manifestazione di queste proporzioni da tanto tanto tempo. C’è chi parla di un milione!

17.10 Dal palco non azzardano più cifre. E’ un successo. E dicono: contateci voi. E’ la più grande manifestazione dei metalmeccanici di sempre

17.05 Salgono sul palco gli studenti della Sapienza. Ancora insieme operai e studenti come nel ’68? E le donne, dove sono le donne?

17.01 Dietro il palco di piazza San Giovanni si aggirano i vip: politici e giornalisti. Canta ancora Andrea Rivera: la prossima volta occupiamo il Parlamento e per un mese ci prendiamo il loro stipendio. Boato tra la folla. La fabbrica è lontana. Per fortuna anche la pioggia. E la Dandini

16.52 Evviva. Ha smesso di piovere

16.51 Dal palco Andrea Rivera: Anche gli scontri sono stati delocalizzati, in serbia.

16.38 Flores D’Arcais si ripara sotto un piccolo ombrello nero.

16.30 Ferrero: tutta la sinistra, non ognun per sé, deve trattare col Pd sulla base dei contenuti di oggi. Vendola: non mi interessano le argomentazioni politiciste, preferisco fermarmi a guardare il cantiere che si è creato.

16.29 Incredibile, le code dei cortei sono ancora ferme nelle piazze di partenza.

16.18 Un delegato della Eaton di Monfalcone, Trieste: “Gli operai leghisti ci sono ma ammettono che solo la Fiom difende i loro diritti”. Di seguaci di Bossi nemmeno l’ombra

16.13 Marino (Pd): “Da dirigente Pd un dovere esserci”

16.13 Vendola: “Nasce qui il cantiere dell’antiberlusconismo”

16.12 Giorgio Cremaschi: siamo tantissimi, assai oltre le aspettative. Dal palco: dovevamo chiedere Circo Massimo!

16.11 Dalla Fiom di Reggio Emilia, Michele De Palma, megafono e caschetto: E’ andato tutto  liscio, che soddisfazione…

16.08 Sorpresa Cofferati: “Sto con la Fiom. Sbagliato l’accordo di Pomigliano…”. Speriamo non se ne dimentichi

16.06 Spettacolo di danza da parte di ragazze rom per chiedere la cittadinanza. I manifestanti battono le mani.

15.59 una donna catanese racconta… il segretario della Fiom della sua città è stato condannato a due anni di reclusione e a 5 anni di interdizione dalle attività sindacali per aver partecipato all’occupazione simbolica di un’azienda in crisi. E’ questa l’Italia di Berlusconi

15.56 Nichi Vendola: “Non tutta la sinistra in piazza? Incominciamo dall’unità di popolo. Oggi Fiom e studenti hanno dimostrato che esiste un’Italia migliore”.

15.56 Sfila un gruppo di lavoratori migranti provenienti da Rosarno. Il loro slogan tanto semplice quanto potente: “Lavoro nero basta!”

15.55 Ferrero a Vendola: “Da Bersani bisogna andare a pranzo insieme e non separati”. Appena finisce la dichiarazioni si mette a piovere

15.50 Gli organizzatori: siamo cinquecentomila!!!

15.48 Giuliano Pisapia Ha viaggiato in treno da Torino con la delegazione Fiom.

15.43 Franco Giordano: “Oggi rinasce il movimento operaio”.

15.41 Vendola in area palco, foto e strette di mano con gli operai. Il saluto con i licenziati di Melfi.

15.36 Giualiano Pisapia: “Se eletto sindaco di Milano, il lavoro sarà il primo punto del mio programma”.

15.35 Avvistato Che Guevara. Porta la bandiera del manifesto. Non ci sono dubbi: è lui. Intanto il cielo a piazza San Giovanni si fa nero

15.33 i centri sociali passano davanti alla sede di Casapound. Via Cavour continua a essere bloccata

15.32 “per i lavoratori c’è il caro benzina, per i politicanti mignotte e cocaina” urlano quelli della minarelli di Bologna al megafono. Un operaio di arezzo di li segue da un’ora e ride: “Sti slogan sono i migliori”

15.28 Gennaro Migliore, Sinistra ecologia e libertà: “la nuova sfida per l’alternativa passa da questa piazza. Questa piazza parla al Paese, alla politica che c’è e a quella che non ha avuto la forza di esserci”

15.25 Gli operai della Ducati protestano contro i dieci minuti di pausa soppressi dall’azienda. “li usavamo per andare in bagno prima della mensa a lavarci le mani perché siamo in tanti e lavandini pochi”. Guadagnano mille euro al mese

15.18 Anche il corteo di piazza dei Partigiani è entrato in piazza San Giovanni.

15.16 Gli operai si fermano di fronte a una coppia di sposi, al grido di “Bacio, bacio”.

15.12 Landini accolto con urla di gioia. Landini Landini. Si grida: “Chi non salta Berlusconi è”. “Governo criminale, sciopero generale”. Un delegato: Vaffa

15.08 Da via merulana la testa del corteo esulta: la coda è ancora ferma a piramide

15.06 Operaio a via Merulana: “Cisl e Uil si fanno gli accordi per cazzi loro. Non so’ sindacati, so’ caste”.

15.00 Michele del servizio d’ordine, sudato ma felice. “Corteo bellissimo, peccato non ci sia l’infiltrato Maroni che da giovane era mraxista leninista e chissà cosa combianava”

14.53 Un operaio palestrato con maglietta rossa Giorgio Armani e bicipiti tatuati. E’ l’unico che potrebbe assomigliare a Ivan il Serbo. Parla però come un sindacalista consumato: “Stiamo uniti sennò è finita”

14.52 Parapiglia urli appalusi entra Nichi Vendola nel corteo

14.51 Lavoro legalità dignità sono le tre parole del corteo di piazza Esedra. Una donna chiede al merito: “Ma i tuoi amici del Pd sono venuti?”. Lui risponde: “Sì, ma solo a titolo pesonale. Il Partito non c’è”

14.50 Lo spezzone davanti al Colosseo marcia pacificamente. Pochi fischietti e tante chiacchiere tra compagni di fabbrica. Altro che tensioni e pericolo terrorismo. “le uova non bisogna tirarle, ma scendere in piazza”, dice una pensionata

14.48 All’incrocio di via Gioberti Vendola e Landini insieme. E’ un percorso non tradizionale, le bandiere rosse colorano la testa del corteo

14.46 Tra un “Termini Imerese non si tocca!” equalche “vaffa…” a Berlusconi, la tes del corteo scivola lenta verso via Merulana. La coda degli studenti e dei centri sociali è ancora a piazza della Repubblica.

14.41 Lettere giganti in testa al corteo di piazza Esedra: Lavoro Legalità Dignità. I lavoratori Eutelia fanno cordone.

14.38 Da Pomigliano arrivati oltre 2mila manifestanti.

14.37 Alla testa del corteo c’è un’enorme bandiera rossa, senza scritte.

14.31 Alcuni manifestanti portano una bara con su scritto “Costituzione”.

14.28 Epifani: “Il paese va a rotoli”.

14.27 Il corteo di piazza Esedra ha cinto la Stazione Termini. Modificato il percorso del corteo.

14.25 Al corteo è arrivato il segretario nazionale Cgil Guglielmo Epifani.

14.24 Cesare Damiano (Pd, ex segretario piemontese della Fiom): “Qui c’è la nostra gente”.

14.19 Il corteo partito da piazza dei Partigiani è composto dalle delegazioni di Emilia Romagna, Toscana. Piemonte, Veneto e Liguria.

14.10 Su via Cavour numerosi cordoni umani composti da carabinieri bloccano l’accesso alle vie laterali. Dicono che scioglieranno i cordoni al passaggio del corteo.

14.03 Scoppiato un petardo ai lati del corteo.

14.02 Partito il corteo da piazza dei Partigiani

13.46 Susanna Camusso e Cesare Damiano aprono il corteo che partirà da piazza dei Partigiani dietro i caschi rossi del servizio d’ordine.

13.44 Sapere Bene Comune è lo striscione d’apertura degli studenti partito più di un’ora fa da piazzale Aldo Moro.

13.43 Il questore di Roma Tagliente: “Garantiremo il massimo livello di sicurezza”.

13.40 Un grande cartello con la scritta Democrazia aprirà il corteo da piazza dei Partigiani.

13.29 Landini ribadisce che la manifestazione si svolgerà in maniera pacifica.

13.25 Il Pd non aderisce alla manifestazione, se non con esponenti a titolo personale.


SABRINA MISSERI INDAGATA
LA FAMIGLIA È UN’AGENZIA CRIMINALE

Taranto, 15 ottobre 2010 – Sabrina Misseri, cugina di Sarah Scazzi e figlia di Michele, l’assassino reo confesso dell’uccisione e dello stupro post mortem della ragazzina pugliese, è ufficialmente iscritta nel registro degli indagati.

Lo dico subito: qualora Sabrina risultasse effettivamente coinvolta nell’omicidio della cugina o anche solo nell’occultamento del cadavere della povera Sarah, la considererò vittima di quell’associazione a delinquere che è la famiglia.

Non della “famiglia Misseri”, in particolare, ma dell’istituzione famiglia tout court: quell’agenzia criminale che produce ogni anno centinaia di morti, migliaia di feriti (quasi sempre donne e bambini) e milioni di nevrotici che, frequentemente, vanno a  far esplodere altrove le proprie frustrazioni, provocando altri danni, altri morti, altri feriti, altre vittime

Ho una richiesta da fare al Ministero dell’Interno: sciogliete d’autorità questa associazione a delinquere. Impedite con la forza della legge che si costituiscano altre cellule di questa rete criminale. Liberate il mondo da questa sciagura…

m.r.

RENATA DEL TRADIMENTO

Roma, 14 ottobre 2010 – Renata, Renata, Renata….. diciamo la verità: non sei molto amata in questi giorni dal popolo laziale. Anzi, per dirla tutta, proprio nessuno ti può più  vedere. Dopo la spedizione, lo scorso fine settembre, del piano per far rientrare la sanità del Lazio, al tavolo di governo, il tuo share di gradimento si è abbattuto sotto i minimi consentiti. E non basteranno, nel futuro prossimo, i sondaggi berlusconiani a ritirarti su tutto, eventuali rughe da stress comprese.

Le critiche sono piovute soprattutto ieri quando, nella capitolina via XX Settembre (sede del Ministero dell’Economia e delle Finanze) sono arrivati una trentina di pullman, per un totale di 5mila laziali, ad accompagnare numerosi sindaci di tutte le province in veste, pardon, in fascia tricolore ufficiale. E stavolta non ci sono stati i carabinieri a prendere le generalità dei manifestanti, come era successo lo scorso venerdì 8 ottobre alla Pisana, sede del carrozzone della Regione Lazio.

No, stavolta c’erano soprattutto adesioni bipartisan, e sottolineo bipartisan, per dire NO alle riconversioni di numerosi ospedali e posti letto (sì, sempre il taglio di quei famosi 2.865 letti per acuti, riabilitazione, lungodegenza ed a reparti e pronti soccorsi). NO ai tagli della Sanità che andrebbero a discapito solo e solamente dei cittadini, soprattutto nelle fasce deboli dei malati, anziani, disabili, oncologici, etc. etc. etc.

Il tam-tam della protesta si è esteso a macchia d’olio e numerosi sono stati i consigli comunali straordinari e le discese in piazza su tutto il territorio che circonda ed accerchia la Capitale per difendere il diritto costituzionale a vivere e curarsi come si converrebbe in un paese civilizzato quale l’Italia è o dice o dovrebbe essere. E massiccia la presenza all’evento romano dei suoi votanti. Di quelli che hanno contribuito a mettere sul trono la virago dei sindacati e che ora si mangiano dita, mani e gomiti compresi. Associazioni, comitati dei cittadini, Tribunale degli Ammalati, Croce Rossa, personale medico, la società civile tutta mobilitata contro ciò che non deve essere.

«A Renà che ce senti male? T’avemo dato i voti, mica l’ospedale!». Ed ancora «Noi vi votiamo e voi ci fregate!». Tutti diversi tra loro, nel pensiero, azione e politica, ma tutti uniti in quell’idea di Popolo che vive e deve campare tutti i giorni, a conti più o meno fatti. Te, Polverini,  intanto, ti altaleni tra l’andare avanti nel progetto disastroso e nel volere parlare con i  sindaci che lo richiederanno.

Gli è che le tue ultime affermazioni: «Incontrerò gli amministratori di Comuni e Province per confrontarci sugli aggiustamenti da apportare al Piano per la nuova rete ospedaliera: se i sindaci saranno in grado di documentare che nelle misure individuate ci sono errori, ma io ne dubito, potranno farlo. Ma la mobilitazione, non è la strada giusta» non sono particolarmente gradite.

Perché, a pensarci bene, cara Renata… Renata… Renata, in tempi di passato appena prossimo la mobilitazione dei voti ti è stata di strada giusta e ti è assai servita… O no? Ed ora sputi così palesemente sul piatto che ti ha fatto mangiare? Mmmmm…

Susanna Dolci

SERBI D’EUROPA

Genova, 12 ottobre 2010 – Una ventata d’idiozia soffia in Europa, arriva anche in Italia e ha origine in Serbia. Qualche giorno fa, pseudo nazionalisti, ma certi reazionari in pianta stabile effettiva, hanno messo a ferro e fuoco Belgrado per impedire il Gay Pride. Stasera, a Genova, dove si doveva svolgere la partita di qualificazione per gli Europei di calcio Italia-Serbia, prima hanno replicato gli atti vandalici nelle vie della città ligure, poi hanno impedito il regolare svolgimento della competizione sportiva, provocandone l’annullamento.

Pseudo nazionalisti, si diceva, che mescolano rivendicazioni territoriali (“Il Kosovo è nostro” recitava uno striscione nella curva dello stadio di Marassi che li ospitava), omofobia e tifo frustrato dalla precedente sconfitta della loro squadra nazionale contro l’Estonia.

Rimane complicato riuscire non dico a giustificarli ma, almeno, a comprenderli, tante sono le spinte  irrazionali che li agitano.

E dire che l’idea-nazione fu partorita da una delle rivoluzioni per eccellenza della storia: quella francese. Ma vaglielo a spiegare a questi guerrieri della reazione politica, sociale, psicologica e pure sportiva allo stato puro.

m.r.

IL FIGLIO DI SAKINEH ARRESTATO
PER LEGITTIMA DIFESA

Iran, 11 ottobre 2010 – Con tutto il rispetto per l’Iran, il presidente Ahmedinejad, la sovranità della repubblica islamica, il Corano, la fatwa e tutto  quello che bisogna rispettare per essere amici dell’Islam, quale io credo d’essere, ma questa qualcuno me la deve spiegare.

Javid Hutan Kian, il figlio di Sakineh, la donna condannata a morte, in attesa di esecuzione per adulterio e presunta complicità nell’omicidio del marito,  è stato arrestato a Tabriz insieme al suo avvocato e a due giornalisti tedeschi, mentre rilasciava un’intervista.

Vero che qui da noi le solerti forze di polizia piombano nelle redazioni dei giornali, non appena allertate da presunti dossier a carico della presidente della Confindustria, Emma Marcegaglia  però, almeno finora,  nessuno si è ancora sognato di arrestare un giornalista, fosse pure l’esagitato Porro, per flagranza di intervista.

Cosa ci sia di perseguibile legalmente, alla luce di qualsiasi legislazione, umana o divina che sia, nelle intenzioni di un figlio di salvare la vita alla propria madre sensibilizzando l’opinione publica mondiale sul caso, qualunque sia il delitto da lei commesso, mi sfugge.

Si resta in attesa di notizie da Tehran. Speriamo nella clemenza per tutti, a cominciare da Sakineh…

m.r.

ALTRI QUATTRO SOLDATI UCCISI
PIETAS

Afghanistan, 9 ottobre 2010 – Altri quattro militari italiani sono morti in Afghanistan. Quattro vite spezzate per difendere non si sa bene cosa e da chi.

Elenco di seguito le dichiarazioni rilasciate dal Presidente del Consiglio: «Speriamo molto che non sia lontano il tempo in cui la terra afghana avrà la pace»;

dal Ministro della Difesa: «Quando sento parlare di ritiro in occasione di un evento luttuoso, come quello di questa mattina, più che una critica mi viene in mente lo sciacallaggio»;

dal Ministro degli Esteri: «L’attentato contro i militari italiani è un altro esempio dell’ altissimo costo umano che siamo costretti a pagare per una missione fondamentale per la nostra sicurezza nazionale».

Domando al  primo: da chi dipende la speranza che non sia lontano il tempo in cui la terra afghana avrà la pace, se la guerra lì, in quella remota regione lontano asiatica, ce l’abbiamo portata anche noi?

Al secondo contesto: gli sciacalli si cibano di cadaveri uccisi da altri. E in Italia di sciacalli ne abbiamo a iosa. Ma chi mette i nostri soldati in condizione di essere cibo per gli sciacalli?

Al terzo chiedo: quando mai gli afghani sono stati un pericolo per la nostra sicurezza nazionale, prima di aver spedito le nostre truppe laggiù?

A tutti loro: l’Olanda si è ritirata unilateralmente e in maniera onorevole da quella stessa “missione”. Cosa impedisce al Governo italiano di fare altrettanto?

Quali interessi stiamo servendo al costo della vita dei nostri soldati?

Per i quattro Alpini uccisi in una guerra senza perché: Gianmarco Manca, 32 anni di Alghero (Sassari); Marco Pedone, 23 anni di Gagliano del Capo (Lecce); Sebastiano Ville, 27 anni di Lentini (Siracusa); Francesco Vannozzi, 26 anni di Pisa, la nostra umana pietas.

m.r.

IL NOBEL PER LA LETTERATURA A VARGAS LLOSA
DOV’È FINITA L’EGEMONIA CULTURALE DI SINISTRA?

Stoccolma, 8 ottobre 2010 – Stavolta arriva addirittura da Stoccolma la smentita alla ormai insopportabile litania sulla persistenza di un’egemonia culturale di sinistra che continuerebbe, nonostante tutto, a esercitare un dominio incontrastato sul piano planetario. Il premio Nobel per la letteratura 2010 è stato infatti assegnato a Mario Vargas Llosa, il grande romanziere peruviano che sin dagli anni Sessanta, si collocò decisamente dall’altra parte rispetto alla vulgata progressista. E che, contemporaneamente alla sua produzione narrativa, si è impegnato in un’attività pubblicistica favorevole a una nuova cultura libertaria e, nel 1990, scese addirittura in campo in prima persona presentandosi alle elezioni presidenziali del suo paese contro Alberto Fujimori.

È stato anche giornalista e commentatore per la stampa internazionale e il fatto che molti suoi articoli scritti per El Pais siano stati tradotti per anni da la Repubblica deve aver spinto a equivocare molti lettori superficiali qui da noi, gli stessi che magari collegano alla sinistra anche firme come quelle di Pietro Citati o Geminello Alvi che pure sono state o sono ospitate dal quotidiano fondato da Scalfari. Ma anche questo è un sintomo dell’ignoranza che caratterizza certi ambienti…

Fatto sta che il primo a sorprendersi ieri è stato lo stesso Vargas Llosa. «Ancora non ci credo, ho pensato che fosse uno scherzo», ha confessato ai giornalisti dopo aver ricevuto la telefonata ufficiale dell’Accademia di Svezia a New York, dove si stava preparando per una lezione all’università di Princeton. E la sua immediata reazione non è stata da meno: «Ora vado a farmi una passeggiata al Central Park…».

Con questo Nobel per la letteratura 2010 del resto sono andate completamente smentite tutte le previsioni della vigilia. In particolare, quelle dei bookie, gli scommettitori di professione, a cominciare dalla più prestiosa società, la Landbrokes di Londra. I pronostici indicavano infatti come grandi favoriti il keniota Ngugi wa Thiong’o e gli statunitensi Cormac McCarthy e Philip Roth. E invece, come è stato due anni fa con il caso analogo, di Jean-Marie Gustave Le Clézio, anche quella giuria svedese che secondo alcuni sarebbe l’ultimo ridotto della nomenklatura letteraria “rossa”, una sorta di salotto radical chic espressione del mondo ideologizzato che fu, ha scelto senza pregiudizio premiando la qualità letteraria. Interessante, oltretutto, l’annotazione che il premio è stato assegnato a Vargas Llosa espressamente per la sua «cartografia delle strutture del potere» come recita la motivazione della prestigiosa Accademia.

Primo peruviano a vincere il Nobel, lo scrittore latino-americano ha infatti sempre creduto nella letteratura come “impegno civile” e visto nei demoni della scrittura una forza capace di trasformare la visione della realtà. Sostenitore deciso del principio della libertà politica, ha criticato tutte le forme del populismo caudillista sudamericano e ha spinto a prendere le distanze da qualsiasi «deriva autoritaria che ha l’appoggio popolare». Spiegando esplicitamente, e con uno sguardo rivolto alle derive antipolitiche nella nostra Europa e forse anche in Italia: «Un mondo fatto di persone superspecializzate ma al tempo stesso incolte è un mondo che può più facilmente essere sottomesso e cadere vittima dell’autoritarismo…». E recita uno dei suoi più famosi aforismi di stampo libertario: «In questa società ci sono certe regole, certi pregiudizi e tutto quello che non vi si adatta sembra anormale, un delitto o una malattia».

Protagonista della rinascita della letteratura sudamericana insieme al romanziere colombiano Gabriel Garcia Marquez, vincitore del Nobel nel 1982, Vargas Llosa, 74 anni, si fece conoscere per il grande successo nel 1963 con La città e i cani, considerato il suo miglior romanzo. Il libro – pubblicato in Italia da Feltrinelli nel 1967 e ambientato nell’accademia militare di Lima, frequentata dallo scrittore – venne però bruciato in Perù perchè considerato dissacrante. Erano gli anni in cui la Feltrinelli – attraverso l’editor Valerio Riva – stava introducendo da noi i sapori esotici e magici di una certa letteratura sudamericana. Il clima in cui si faceva appunto tradurre Garcìa Marquez: «Lo incontrai – ricordò Riva – mentre stava scrivendo un libro che non si sapeva bene cosa fosse. Era Cent’anni di solitudine, che nei primi mesi del ’68 arrivò anche in Italia». E che divenne uno dei libri cult della generazione sessantottina. «Ma era un libro – ha confessato anni dopo Riva – di destra, altro che di sinistra! Quel genere fantasy, l’impianto mitico-nostalgico, quel rivolgersi al passato…».

Comunque, l’esordio di Vargas Llosa – che nel 1993 ha preso la nazionalità spagnola e vive da anni a Londra – risale però alla fine degli anni ’50 col libro di racconti I capi. Originario di Arequipa, in Perù, dove è nato nel ’36, ha sempre vissuto tra l’America Latina e l’Europa: a Parigi – dove ha frequentato Sartre sul quale è tornato nel saggio Tra Sartre e Camus pubblicato da Scheiwiller – e adesso a Londra. Nel 1976 ci fu la rottura – una vera e propria scazzottata – con l’amico e sodale colombiano Garcìa Marquez: un pugno sferrato per gelosia. Solo tre anni fa il riavvicinamento tra i due scrittori, segnato simbolicamente dalla pubblicazione di un’edizione di Cent’anni di solitudine di Marquez con la prefazione di Vargas Llosa. A maggio 2011 uscirà invece in Italia per Einaudi il nuovo romanzo del premio Nobel 2010: Il sogno del celta, ispirato alla figura del diplomatico britannico e indipendentista irlandese Roger Casement, grande amico di Joseph Conrad.

Luciano Lanna

MONTEZEMOLO: “PRIVATIZZIAMO”
BETTINI: “BRAVO, BENE, PIÙ”
ARIDATECE ER PCI

Roma, 6 ottobre 2010 – Luca Cordero di Montezemolo non ha ancora finito di pronunciare la sua ricetta per l’economia e la politica, questa:  «non si può continuare a dire che non c’è denaro. Ma il denaro si deve recuperare. E ci sono riforme a costo zero: si deve liberalizzare. Privatizziamo!», che la sinistra dei “non siamo stati mai comunisti” gli fa il coro, l’eco, e lo invita alle prove d’orchestra.

Per voce di uno dei suoi massimi interpreti, Goffedo Bettini, PD, quegli ectoplasmi di se stessi che furono, lestamente replicano: (Montezemolo deve) «mettere la sua popolarità ed esperienza a disposizione di una battaglia civile e democratica e giustificando la sua scelta con l’emergenza che l’Italia vive e che sta diventando sempre più pericolosa per il suo avvenire».

Bell’avvenire. Bella battaglia civile. Bella democrazia. Privatizzare, privatizzare e privatizzare.

Ma quale “modello renano”. Ma quale “modello wolkswagn”. Ma quale “cogestione” dei lavoratori che partecipano (dovrebbero partecipare) alla amministrazione delle imprese produttive, come avvinene nella virtuosa Germania della Cancelliera Angela Merkel. Qui, in Italia, l’unico  modello condiviso è quello di privatizzare ad oltranza.

Cosa ci sia ancora da privatizzare, dopo aver privatizzato pure l’acqua, Montezemolo e Bettini ce lo dovrebbero spiegare. Ma tant’è…

Aridatece er Pci.

m.r.

L’ORO AI MASSIMI LIVELLI DI MERCATO
SI SALVI CHI PUÒ

Mondo, 5 ottobre 2010 – Lo sanno tutti: quando un sistema economico crolla, chi ha capitale converte la moneta in corso, che rischia di diventare carta straccia, in beni meno effimeri. A volte il classico mattone, a volte l’oro. E, guarda caso, la notizia è di oggi, il metallo giallo fa segnare un nuovo record sui mercati internazionali, facendo schizzare il suo valore  a 1.322,95 dollari l’oncia a Londra e a  1.324,30 dollari a New York. La causa del rialzo è, con ogni evidenza, l’eccesso di domanda.

Da Londra e New York, quindi, ci arriva un segnale importante: si salvi chi può. Chi può, ovviamente, sono i soliti noti ( e sempre ovviamente sprovvisti di credenziali anagrafiche) che dispongono di risorse necessarie per acquistare tonnellate di lingotti d’oro.

Gioverà appena ricordare  che dopo l’avvio della crisi nel 2008, ancora in corso, che stiamo pagando e chissà fino a quando continueremo a pagare, secondo il rapporto annuale del World’s Wealth Report nel 2009, gli entrati in godimento di un patrimonio da 1 milione di euro in su, sono circa 10 milioni con un aumento pari al 17,1% rispetto al 2008. Nella sola Italia, di beneficiati se ne contano 179.000, con massiccia presenza prevalente nella regione delle regioni padane: la Lombardia.

Ovvero: chi ha creato la crisi del 2008 ne ha ormai tratto il massimo beneficio. E siccome da questa crisi con molta probabilità non se ne uscirà indenni, i beneficiati pensano bene di reinvestire i proventi delle loro speculazioni nel metallo incorruttibile.

Ripeto: non è un bel segnale. Il denaro sottratto alle imprese di pubblica utilità per l’acquisto di metalli improduttivi, qual è l’oro, sottrae valore pubblico alle nazioni e lo consegna ai forzieri bancari…

Si salvi chi può…

m.r.

NOBEL AL PADRE DELLA FECONDAZIONE IN VITRO
C’È CHI DICE NO  (SEMPRE GLI STESSI)

Stoccolma, 4 ottobre 2010 – Il Nobel per la medicina è andato al padre della fecondazione in vitro e, come prevedibile, si è scatenata l’ira del Vaticano che ha giudicato la scelta inopportuna.

Robert Edwards, che oggi ha 85 anni, mise a punto questa tecnica nel 1978 insieme al ginecologo Patrick Steptoe, permettendo la nascita di almeno quattro milioni di bambini in tutto il mondo. Permettendo cioè a tante donne e tanti uomini di realizzare il desiderio di avere un figlio. E la chiesa, sempre pronta a difendere la famiglia, che cosa fa? Protesta. Si inalbera. Dice che non è giusto. Ma come: non dice sempre che bisogna procreare, che i bambini sono un dono di dio?

La posizione della Chiesa è quindi fondata anche questa volta su una forte contraddizione e per avvalorare questa contraddizione si serve di una serie di menzogne. Sentite infatti come si è scagliato il Vaticano contro Edwards. Il presidente della Pontificia Accademia per la Vita, monsignor Ignacio Carrasco de Paula, accusa il biologo di essere la causa del «mercato degli ovociti», degli embrioni abbandonati che «finiranno per morire» e dello «stato confusionale della procreazione assistita, con figli nati da nonne o mamme in affitto». Accuse fuori luogo, perché 1) anche qualora fossero vere non imputabili al singolo inventore ma a chi gestisce quella tecnica 2) perché tutto si può dire fuorché il mondo sia pieno, anzi invaso, da mamme nonne.

I problemi, come dimostra il caso italiano, derivano dalle cattive leggi, che poi sono leggi proibitive che invece di stimolare il dibattito e la consapevolezza delle scelte, costringono le coppie o i single, spesso, a decidere in solitudine oppure andando in altri Paesi. Chi ha i soldi può avere il supporto delle tecnologie procreative, chi non ha soldi può tenersi il desiderio di fare figli. In Italia è così.

Coma mai allora tanta avversione da parte della Chiesa? Perché la procreazione assistita fa saltare l’idea di famiglia naturale su cui si fonda il dogma cattolico. Attraverso la fecondazione assistita è apparso chiaro che la cosiddetta famiglia naturale è una convenzione costruita culturalmente e nel caso della Chiesa tenuta in vita per gestire il potere sulle singole esistenze, stabilendo chi è dentro è chi è fuori (gay, lesbiche…).

Non sorprende quindi l’attacco del Vaticano, che potrebbe anche suonare ridicolo, se non fosse che queste posizioni anacronistiche continuano a dettare legge nel nostro Paese.

Angela Azzaro

IL PADRONE (USA) COMANDA:
“VIA L’ENI DALL’IRAN”
BERLUSCONI ESEGUE

Italia, 1° ottobre 2010 – Com’è che era? Berlusconi che si smarca, lentamente ma si smarca, dalla “logica di Yalta”. Berlusconi continuatore, dopo il Craxi di Sigonella, della ripresa di sovranità italiana. Berlusconi campione dell’indipendenza energetica che non risponde ai diktat statunitensi e traccia nuove linee rifornitrici gas-petrolifere attraverso la Russia di Putin e la Libia di Gheddafi (baciamo le mani…).

Sì, come no? Leggete qua: «Washington, 30 settembre 2010 – Il Dipartimento di Stato Usa ha detto che alcune compagnie occidentali, compresa l’Eni, ridurranno i loro rapporti d’affari con l’Iran. Il Dipartimento di Stato ha annunciato inoltre di avere imposto sanzioni economiche ad una sussidiaria svizzera della Compagnia Nazionale Petrolifera Iraniana per incrementare così la pressione sul governo di Teheran».

Avete letto bene? L’Italia ridurrà i rapporti d’affari con l’Iran. Ma mica lo comunica il Ministero per l’Economia e della Finanza italiano. Macché: a darcene notizia è direttamente il Capo, ovvero: il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America. Si fa così, punto e basta.

E la nostra sovranità? E l’autonomia? E l’indipendenza energetica? Boh! Da Palazzo Chigi, nessuna smentita e, tanto ma tanto meno, nessuna contrarietà.

Mi sorge un sospettuccio:  si vocifera, si dice a denti stretti, si sussurra che l’accordo Berlusconi-Putin per il famoso cambio di rifornitura energetica dalla Nabucco (controllata dagli americani) al South Stream (controllato dai russi), sia frutto di interessi che sottendono molto “privato” e assai poco “pubblico”. E che qualcuno, al di là dell’Oceano Atlantico, stia per rivelare gli esatti contenuti di quell’accordo.

Sarà mica per questo che Berlusconi, e con lui il Governo italiano, tace e acconsente al diktat arrivato direttamente da Washington?

m.r.

I numeri arretrati di sono QUI

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