Fini e il paradosso postfascista

Giuseppe Di Gaetano

Qualcuno l’aveva chiamata la guerra delle parole. Si trattava di un uomo di grande qualità. Proveniva da un periodo che aveva forgiato uomini di qualità. E finché quegli uomini ci sono stati l’Italia ha vissuto di rendita proprio sull’abbrivio della storia che andava negando. Poi? Sono sopraggiunti gli uomini senza qualità. È attualità. Lo stiamo vivendo. Tecnici, forse, financo preparati, ma quanto a visione d’insieme tendenti allo zero. Ci sommergono con una quantità di dati incontrovertibili quanto contraddittori, ispessendo la nebbia bassa che grava sull’intero paese. Coscienze allo sbando, troppe oggi, tutto e il contrario di tutto, insieme, presentato come la massima quota  di libertà possibile.

Si chiede ad alta voce di ripartire. Lo si chiede in tutti gli schieramenti. Già. Ma quali sono gli schieramenti. Destra, sinistra, centro? Cosa indicano? Qual è il loro significato al di là della necessità di collocarsi in periodo elettorale? Perciò usciamo dal generico e parliamo di noi. Noi di “destra”? E cosa vuol dire? I liberali sono la destra e io non sono liberale. La destra è clericale o anticlericale ed io non mi riconosco in nessuna di queste due definizioni.  La destra è capitalista ed io non sono capitalista. Saltiamo a piè pari il giochino lessicale che potrebbe protrarsi per alcune cartelle e arriviamo alla conclusione.

Noi, egregi signori, siamo, volenti o nolenti, postfascisti: non noi di destra ma noi italiani. Il concetto diventa più semplice per chi abbia letto il fortunato romanzo di Antonio Pennacchi Canale Mussolini. Le 150 città di fondazione, il codice delle leggi, la scuola, il grande equilibrio tra sviluppo industriale e scelta rurale, l’esistenza di enti statali realizzati per promuovere lo sviluppo, autonomi, e con fondi consistenti sono il lascito di un “regime” che in venti anni ha realizzato l’inimmaginabile ivi compresa la capacità di suicidarsi. Alcune eredità sono state “astutamente” smantellate. Per cui noi siamo oggi senza una scuola degna di questo nome e in occasione delle emergenze che si succedono il governo deve intervenire in prima persona, facendo i salti mortali. Sono aspetti a noi ben chiari che cominciano, qui sta la novità, progressivamente a diventare di dominio  comune.

La società postfascista nella quale viviamo è ancora riconoscibilissima a patto di non avere i paraocchi. Adopero un termine che nessun politico può condividere e che solo qualche intellettuale coraggioso riesce a maneggiare con cautela. Cautela che deriva da tutta la carica negativa di cui il termine si è incrostato. Se ci riusciamo, superando il cupo folklore del saluto romano, del fez, e chi più ne ha più ne metta, che a me fa sorridere ma riesce a suscitare pulsioni nevrotiche, meritevoli delle attenzioni dell’analista più che quelle dello storico, in troppe persone, possiamo anche ipotizzare il percorso realizzato da Fini per arrivare alla svolta attuale. Fini ricevette una consegna precisa da Almirante. Alle persone vicine confermò la volontà di procedere con la massima determinazione nella direzione già tentata dal suo predecessore ma mai intrapresa per via delle resistenze interne. In una recente, bella, intervista donna Assunta Almirante riassume i passaggi dell’investitura facendo nomi e prendendo le distanze da Fini.

Esiste una scelta realizzata a Fiuggi che ha provocato la spaccatura rendendo molti fortemente perplessi. Quella della definizione di AN in chiave antifascista. Credo che questo sia il nocciolo della questione. Ora, ognuno può scrivere tutte le fesserie che vuole, accogliendo magari i suggerimenti in punta di fucile delle armate occupanti, ma che l’attuale repubblica sia nata a causa della Resistenza e dalla Resistenza è favola alla quale solo i bambini di una volta potevano credere, essendo quelli di oggi già precocemente smaliziati, fiutanti l’imbroglio al suo primo apparire. Senza per questo voler sminuire il coraggio e l’eroismo di uomini che combatterono per la libertà.

Venne richiesta per poter accedere alla stanza dei bottoni? Fu una scelta gratis data? Personalmente propendo per la prima versione. In altra occasione ho già scritto che quando non si hanno idee basta mettere un  “anti” davanti a qualcosa per crearsi istantaneamente  un formidabile apparato ideologico. Antifascista, anticomunista, anticlericale, e molti altri ancora sono gli esempi da citare. Quell’oggetto misterioso, ma non troppo, che risponde al nome di Wo Ming parla addirittura di post-antifascismo, con una capriola semantica perfettamente coerente col circo delle parole in cui la cooperativa di scrittori è maestra. La germinante repubblica, a corto d’idee, individuò nell’antifascismo il denominatore comune per tutte le forze costituenti, con il gradimento decisivo delle potenze vincitrici. Ma nessun elemento espresso in negativo può costituire il “grunde”, come direbbe un tedesco, sul quale costruire l’architettura complessa di uno stato, Cosicché i vizi d’origine di quella scelta, a distanza di anni, mostrano tutta la loro grave evidenza. Così per tornare all’epiteto riferito, in questi giorni, al “nostro”, non vi è stato nessun tradimento e “traditore” è una delle forzature alle quali costringe il linguaggio dei politici prontamente ripreso e amplificato dagli sprovveduti (o fin  troppo avveduti) cortigiani a corollario d’ogni potere. Evidentemente non si tratta di questo si tratta di individuare in cosa consista la coerenza di un percorso cha da Fiuggi porta a l’oggi politico.

In definitiva è la pretesa di non avere storia che sconcerta. Il taglio riferito da giornalisti, forse non del tutto disinteressati, pone in evidenza tuttavia una caratteristica, probabilmente la più evidente, del finismo in chiave futuribile e contemporaneamente il limite di un progetto tutto proiettato verso l’avvenire ma senza passato; e questo non è possibile. Ogni vicenda umana si muove verso un futuro ma proviene necessariamente da un passato. L’anno zero è solo una finzione culturale o politica  tanto più quando si tratta di un passato non trascurabile oggi tornato prepotentemente alla ribalta attraverso tutta una gamma di iniziative che evidenziano il desiderio di cominciare a “capire” ciò che era stato frettolosamente archiviato. Per cui insieme col desiderio di guardare avanti bisogna interrogarsi coraggiosamente su quel che siamo stati e soprattutto, su ciò che i nostri padri sono stati. E se c’è da citare Almirante, si citi Almirante, pronunciando il suo nome forte e chiaro. E a fronte alta. Così se c’è da discutere  Mussolini se ne parli senza perniciosi nostalgismi né, tantomeno, preventive, quanto obbligate, prese di distanza. E poi, lo chiedo come favore personale, in modo accorato: dimentichiamo quella clamorosa cazzata che porta il nome di “male assoluto”.

Non so se l’uomo sia all’altezza del compito. Il futuro è di chi saprà interpretare in chiave europea quel che chiamo postfascismo, un’Europa, fateci caso, i cui confini sembrano disegnatati dalle potenze dell’asse. Un’Europa che si interroga oziosamente sulle proprie radici evidentissime per chiunque pratichi le università e tutti i laboratori in cui si fa cultura, ma ostinatamente (tendente all’ottuso) ignote a molti politici, nostalgici della ghigliottina, orfani dell’interminabile guerra civile che ha sconvolto le contrade del vecchio continente consegnandole ad una sudditanza culturale prima che politica nella quale le nuove generazioni stentano a ritrovarsi.

Ricordo di amici, ed erano più di quanti non si possa sospettare, che limitavano la propria scelta elettorale a due soli partiti: MSI e PCI. Non erano antifascisti, né anticomunisti, e riconoscevano ad entrambi i partiti la capacità di rappresentare il popolo in tutte le sue accezioni. Costituivano l’elemento residuale di quello che il papà di Mario Bernardi Guardi chiamava «Un socialismo bene inteso»  (cfr lo scorso numero l’articolo “Babbo, cos’è il fascismo? Hai presente Totò?”). L’argomento non può essere sicuramente liquidato come annotazione ma già altrove è affrontato ed è entrato nel dibattito attuale. E’ il “bene” a qualificare l’assunto.

Berlusconi ha portato ad una grande semplificazione nella politica italiana. Un uomo chiacchierato ma di enorme concretezza quale la politica non conosceva dai tempi del ventennio. Pragmatico fino all’esasperazione la sua forza è stata e continua ad essere l’assenza, non sono mai riuscito a capire se voluta o spontanea, di qualsiasi prospettiva culturale per il suo paese. Questo lo ha svincolato da oziose gimcane su argomenti di lana caprina, rendendogli i risultati a portata di mano ma contemporaneamente ha privato lentamente il paese del dibattito che non fosse l’ostinata insistenza, non del tutto infondata, sul problema della giustizia.

Era naturale che alla lunga il dibattito compresso esplodesse. Intendiamoci. Gli intellettuali, quelli autentici, non hanno mai smesso di svolgere la loro funzione anche se questa  poi mancava di quella visibilità, di quella ridondanza, che ne avrebbe fatto motivo di riflessione e di elaborazione politica. In tempi non sospetti avevo preconizzato che alla lunga qualcosa sarebbe successo. Ed è successo. Probabilmente nel modo peggiore. Come quando in una famiglia i due genitori litigano e rompono la loro unione lasciando disorientati i figli. Fini ha interpretato un’esigenza diffusa ma ritengo che non abbia gli strumenti per trasferirla in un progetto concreto. Si tratta di un politico con qualche errore di troppo, tuttavia gli si può riconoscere la statura adeguata per un disegno ambizioso. Non è questo il punto. Una linea culturale, da trasferire in un progetto politico, non si improvvisa e soprattutto non dipende dalla volontà degli uomini. Di modo che la linea nella quale molta parte d’Italia si riconosce parte dal fascismo, passa per Almirante, include nomi quali Buontempo e Storace, Napoli e Meloni, tanto per citare i primi che mi vengono in mente, e, soprattutto, è chiaramente individuabile all’interno di una scelta europea in chiave cristiana. È l’Europa di Lepanto commemorata il sette ottobre scorso, quella che ha risposto in modo unitario all’invasione. E’ velleitario, oltre che privo di senso, far finta che non ci sia stato Lepanto, che non siano esistiti i migliaia di monasteri dentro i quali, dall’Irlanda alla Grecia, dal Portogallo alla Russia,  la cultura si sia sviluppata nel medioevo, che sia stata proprio la Chiesa a difendere le università dal tentativo di regolarne la spinta eterodossa da parte dei signorotti dell’epoca, siamo nel 1400, fino al punto da far dire a Le Goff che  «gli intellettuali dell’Occidente divengono, in una certa misura, ma senza alcun dubbio, degli agenti pontifici» e che comunque la civiltà europea è stata, fino alle radiose giornate dell’ ’89, ed in ampia parte lo è ancora, una Civiltà Cristiana.

Era il progetto del MSI prima che fosse frettolosamente smantellato, riconducibile al lungo ed interessante rapporto tra Giovanni Gentile e Agostino Gemelli, al percorso di accostamento tra Mussolini e la fede, che uomini come Franco Antico, Agostino Greggi, Francesco Grisi o Franz Maria D’Asaro, e lo stesso Andreotti,  avevano portato avanti. Sempre rischioso fare nomi. Ti salta tempestivamente davanti l’obiezione, ma non farli rende il discorso evanescente. Almeno parliamo di uomini e di fatti e non di ricostruzioni e di ipotesi. Il tentativo di concludere ciò che era iniziato nel ’23 venne esperito intorno agli anni ottanta ma fallì per la miopia politica (io parlerei di grettezza) che all’interno dei due partiti direttamente coinvolti prese il sopravvento, preferendo salvaguardare il “particulare” ben disteso sul fondo dei pantaloni da porre a contatto con le poltrone più ambite piuttosto che l’interesse comune e dotare così l’Europa e il mondo  di una prospettiva culturalmente e storicamente definibile pronta per essere tradotta nell’agone politico. Ho buoni motivi per ritenere che di ciò si lamentasse Almirante.

Non vi è neanche un pizzico di nostalgia, credetemi. L’ora del dilettante si sta rapidamente esaurendo. C’è solo l’invito reiterato, pressante, alla necessaria concretezza, evitando d’inseguire miraggi inconsistenti, destinati ad evaporare da soli al primo mutamento di prospettiva. Il fatto che oggi La Russa dichiari esser Fini culturalmente alternativo ci fa fare un passo avanti. Almeno si comincia a dibattere in termini di cultura. Ma non basta.

Il nostro continente ha intrapreso faticosamente una strada. Procede a strappi ma la strada è ben disegnata. Mi si para dinnanzi bella e luminosa piena di speranza per i nostri figli. Una strada lungo la quale la pace sia un fatto concreto e non la fola dei padroni del vapore per poter controllare il mondo, passando sopra i corpi dei nostri ragazzi. Lungo la quale, nello Stato-Europa, tutte le etnie e tutte le culture possano trovare ospitalità in una casa le cui regole siano chiare, accogliente ma non rabbuffata. Lungo la quale una cultura europea, ridiventata adulta,  si ponga concretamente il problema dei milioni di persone che nel mondo muoiono di fame e lo risolva, perché ha la forza per risolverlo e quindi ha il dovere morale di farlo, passando sopra agli interessi delle multinazionali e del mercato globale..

Il tempo per percorrerla dipende da molte circostanze, non ultima quella di un movimento politico che sappia interpretarla.

Concludo con le parole pronunciate da Curt Bois in quello stupendo affresco che è Il cielo sopra Berlino: «C’era una volta. C’era una volta…e dunque ci sarà».

Giuseppe Di Gaetano

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