Fabio Mattei. Dai fondali alle tele

Carlo Fabrizio Carli

I rapporti tra la pittura, intesa come disciplina autonoma, e la scenografia sono stati sempre fecondi e proficui, come tra il tronco di un albero poderoso e un ramo laterale che, nutrendosi della stessa linfa, ha poi preso una direzione diversa. E questo, quanto meno a partire dal Seicento, diciamo dalla bottega berniniana in avanti, passando per Pietro Gonzaga e i Bibbiena, fino al secolo scorso, che vide impegnati in ambito teatrale molti dei pittori più famosi del tempo. Da Balla a Fontana, passando per i Balletti russi di Djagilev, per il Maggio Musicale Fiorentino, la Scala, il Teatro dell’Opera di Roma; da de Chirico a Carrà, da Prampolini a Sironi a Burri, per limitarsi a fare solo qualche nome, oltretutto di casa nostra. Anche in un contesto cronologicamente più prossimo, la formazione da scenografo di un Pino Pascali qualcosa dovrà pur significare.

In ogni modo, il verso di tale osmosi era stato, in genere, univoco: dalla pittura alla scenografia teatrale. La vicenda di Fabio Mattei si svolge invece in piena controtendenza, ovvero dalle scene alla pittura. Mattei appartiene infatti ad una nota dinastia romana di pittori scenografi, realizzatori di un grandissimo numero di ambientazioni teatrali. Per oltre un ventennio, dal 1987 al 2008, essi hanno dato vita a una impresa di famiglia, la “Scenografia Mattei”, appunto, che realizzò ambientazioni teatrali in mezza Europa, da Parigi a Monte Carlo, da Ginevra a Zurigo, da Bruxelles a Berlino, da Bologna a Venezia. Scenografie, ma non solo queste.

Difatti vero e proprio canto del cigno di tanta attività è stato, nel biennio 2002-2003, il magnum opus della decorazione pittorica (in particolare della volta) del teatro La Fenice a Venezia, rinato, come tutti sanno, dalla cenere di un incendio rovinoso. Sei anni più più tardi, al termine del 2008, la gloriosa “Scenografia Mattei” si vedeva costretta a interrompere l’attività, sopraffatta dalla crisi economica.

Per Fabio Mattei la fine della precedente attività segnava l’inizio di una nuova avventura intellettuale ed esistenziale, sempre all’insegna della pittura: dai fondali alle tele. Con le tele, del resto, egli aveva già cominciato a misurarsi nel corso degli anni Novanta.

Alcune circostanze vanno però segnalate: il fare grande delle scene, sembra prolungarsi nelle vaste misure delle composizioni pittoriche, fatto che, se da un verso si pone come motivo di continuità, dall’altro si configura come encomiabile testimonianza di coraggio. Una discrasia operativa risiede poi nel grado di definizione dell’intervento pittorico, della esattezza del particolare, insomma, che risultava marcato nella scenografia, mentre, nella pittura, Mattei ha scelto un linguaggio libero, ampio, gestuale. Il riscontro sulla realtà fenomenica che nelle scene è rigoroso, ha lasciato il posto a ben altri contesti visivi.

Il pittore dimostra di essersi guardato intorno, in ambito aniconico (ma non esclusivamente), con intelligenza e buon gusto: il suo linguaggio e i suoi referenti li ha scelti in una poetica del segno e del gesto, che le sue tele dimostrano ben meditata in varie direzioni.

Vi trovi, ad esempio, echi da Gastone Novelli e da Cy Twombly; suggestioni degli artisti di Via degli Ausoni: da Pizzi Cannella, a Ceccobelli, a Nunzio (riletto in pittura, beninteso); ogni tanto si affaccia perfino qualche lemurica tentazione figurale, e allora i referenti di Mattei si situano in ambito transavanguardistico, in particolare Cucchi e Paladino.

Una singolare via espressiva Mattei l’ha individuata in una sorta di vastissime e convulse aggregazione edilizie, i Labirinti (alla lettera: i palazzi della labrys, della doppia ascia, così spesso raffigurata nella civiltà cretese-minoica quale simbolo sacro), ridotti beninteso allo stato di rovine, di imposti murari, che egli ha inserito nei suoi dipinti, conservando la loro pur residuale tridimensionalità.

Come ha visto giustamente Paolo Bertoletti nel suo testo incluso in questo stesso catalogo, essi rinviano con così prepotente istanza, oltreché ai palazzi cretesi, ai resti archeologici di civiltà mesopotamiche, da far ipotizzare ragionevolmente una visita diretta del pittore in quei siti, o quanto meno una approfondita consultazione della documentazione fotografica, del resto effettivamente coinvolgente.

Mattei lascia in questo modo trapelare anche una attitudine da architetto, attitudine a ben vedere, e in certa misura, affine a quella scenografica, come attestano, d’altronde, gli studi universitari già da lui attivati.

E chissà che la pittura non abbia a ricondulo in futuro, magari solo a tempo parziale alla scenografia.

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