Domenico Di Tullio. Nessun dolore

Roberto Alfatti Appetiti

intervista Domenico Di Tullio

«È meglio una cosa fatta che cento pensate, i sogni più belli si devono realizzare subito e per forza». Domenico Di Tullio – che di mestiere fa l’avvocato in «giacca e cravatta appropriate, come l’armatura di un cavaliere medievale per un torneo» – i suoi li sta realizzando. E non soltanto i suoi, perché il sottotitolo di Nessun dolore (Rizzoli, pp. 226 € 16,50) – il libro con cui, dopo l’apprezzato saggio Centri sociali di destra (Castelvecchi, 2006), fa ora il suo esordio da romanziere – è Una storia di CasaPound: una storia corale, collettiva, diremmo comunitaria se la parola non fosse stata svuotata di significato per aver fatto da tappezzeria nei “manifesti” di ogni sorta di formazione politica destrorsa. Nessun dolore è arrivato in tutte le librerie dello stivale (potenza della distribuzione made in Rizzoli) lo scorso 13 ottobre e in soli tre giorni ha superato le 10mila copie vendute e scalato la classifica dei libri di narrativa italiana più venduti fino al 16esimo posto. Un caso letterario? Non proprio, perché il “caso” – ci si passi il gioco di parole – non è di casa nel celebre palazzo umbertino di via Napoleone a Roma occupato dalla Tartaruga il 26 dicembre 2003 per la gioia delle oltre venti famiglie che vi vivono stabilmente. Qui le idee che diventano azioni non sono uno slogan ma una prassi costruita sulla fatica e sul sacrificio. Altro che società liquida e virtualità da social network. Nessuno s’azzardi a intonare “Il domani appartiene a noi”, ché se c’è un movimento immerso nel presente – meglio: nella quotidianità – è proprio CasaPound. Di cui Di Tullio – quarantenne con un passato di militanza nella destra romana – è l’avvocato di riferimento. Di cui, come racconta nel romanzo (in larga parte autobiografico), prima ancora di assumerne la difesa, s’è conquistato il rispetto nella palestra romana di Casal Bruciato, colpo dopo colpo. «Come se il nome te lo guadagnassi a pugni e calci sul corpo – scrive – perché le amicizie in palestra spesso nascono dal dolore accettato dei colpi controllati e ripetuti negli allenamenti».

È da cercare in quella vecchia polisportiva popolare, ricavata nei garage di un condominio anni Sessanta, il vero “incipit” della storia: l’incontro del protagonista (dell’autore) con le prime “tartarughe”, anni prima che nascesse il gruppo musicale degli Zetazeroalfa – il titolo del romanzo è tratto da un passo della loro canzone Disperato amore –  CasaPound e quel Blocco Studentesco che, accantonato l’autocompiacimento minoritario delle precedenti generazioni, cavalca deciso nell’immaginario giovanile e miete consensi su consensi nelle scuole italiane, aggregando con disinvoltura tra un concerto e un corteo, una festa e una manifestazione, in un cocktail pop di sacro e profano, identità e post-ideologismo.

«Li vedevi con queste magliette uguali, che si allenavano coscienziosi e sudati, che picchiavano come fabbri sul ring ma non dimenticavano il rispetto per l’avversario, con una correttezza più da cavalieri che da quei bucanieri di strada che erano». Là è nata la Santa Teppa, «il nucleo originale di fasci eretici e anarchici insofferenti» che la sera si ritrovavano al Cutty Sark, il pub a due passi dal Colosseo sventrato da una bomba l’8 marzo del 2005 e oggi frequentato da tanti giovanissimi, in cui ancora aleggia «lo spirito goliardico, rissoso e irriverente» di quegli stravaganti “padri costituenti”: «estremisti di ogni colore, perdenti di ogni squadra, espulsi da ogni partito, eretici di ogni fede e religione». Reietti sì, ma con stile. Guerrieri, ma senza vocazione funebre. «Veterani e pellacce dure, veri e propri sopravvissuti di una stagione che è stata molto peggiore di quella attuale». Di una stagione di violenza politica – e questa è una sottolineatura necessaria – di cui a CasaPound non s’avverte la benché minima nostalgia. «È bello che questi ragazzi si divertano tranquilli – dice il protagonista, non a caso avvocato dei casapoundiani – e che possano prendere la parola nelle assemblee delle loro scuole, volantinare e attaccare manifesti senza portarsi un arsenale di mazze e guardaspalle». Qui di coltivare il reducismo fine a se stesso non si avverte l’esigenza, né di strizzare l’occhio ai cani sciolti che ancora s’aggirano nell’ambiente e finiscono per farsi schegge impazzite o cattivi maestri tanto spregiudicati da mandare ragazzini allo sbaraglio. Il giudizio “storico” sugli ultimi decenni di extraparlamentarismo di estrema destra è severo, quasi impietoso: «Mi aveva tenuto lontano anche un sano disgusto per il superomismo ironia esente che si andava sempre più affermando e che alcuni giornalisti avevano già definito con un nome nuovo: destra radicale», dice la voce narrante. «Rispetto ad allora – ci conferma Di Tullio – la destra radicale si è evoluta e gran parte del merito è di CasaPound che sin dall’inizio ha fatto della responsabilizzazione dei militanti e della loro crescita culturale gli obiettivi prioritari, grazie soprattutto alla guida di Gianluca Iannone». Banditi i polverosi miti incapacitanti, pertanto, l’importante non è alzarsi in piedi in un mondo di rovine ma restituirvi bellezza. Non c’è alcuna intenzione di chiudersi in autoreferenziali cenacoli a uso e consumo di iniziati. Se prima ci si arroccava in immaginarie torri d’avorio, adesso c’è il desiderio di interagire nel mondo, da protagonisti. «Perché, a differenza di com’è stato finora per i militanti della destra radicale – è scritto nel libro – che si nascondevano in posti lontani e sotterranei e perciò li chiamavano topi, ora a quelli del Blocco piace farsi vedere. Giovani e spavaldi, belli e buoni e anche un po’ guasconi, imperterriti di fronte a tutto e a tutti, forti dei quasi vent’anni e del sorriso disarmante che hanno, vanno in giro nei posti che fino a poco tempo fa sono sempre stati interdetti ai fasci».

Il nemico non è più il comunismo: è CasaPound nel febbraio 2009 a “sdoganare” l’ex terrorista Valerio Morucci invitandolo a presentare il suo libro Patrie galere nella sede romana. Lo è, piuttosto, il conformismo che riduce l’uomo a consumatore “monoporzione” la cui unica preoccupazione è difendere ciò che ha accumulato: vite blindate quanto anestetizzate. Il nemico, aggiungiamo noi, è il pregiudizio che ancora avvolge CasaPound. Non sono bastate le Occupazioni a scopo abitativo di edifici abbandonati e in attesa di privatizzazioni a venire, la lotta all’usura implicita nel nome del movimento – omaggio al poeta ed economista americano – e condotta attraverso proposte concrete come quella del mutuo sociale, la creatività colorata e gioiosa, le lotte metropolitane dalla parte degli ultimi, le campagne per la nuova maternità e le centinaia di iniziative di solidarietà vissuta in prima linea, in occasione del terremoto che ha sconvolto l’aquilano e in una città come Roma in cui – come scrive Di Tullio nel romanzo – «la solidarietà, come il sentimento di tolleranza e accoglienza, aumenta con la distanza dal problema: raggiunge picchi isterici nei quartieri esclusivi e blindati, dove gli stessi che si conoscono per doppio cognome e conto in banca da generazioni votano l’estrema sinistra, mentre scompare nelle borgate, dove i poveri, uguali solo in quello, si guardano in cagnesco mentre si contendono i diritti primari e istoriano di svastiche gli androni dei palazzi». Non è stato sufficiente il rifiuto convinto di ogni razzismo – l’adesione, incredibilmente ritenuta inopportuna da Zingaretti e Alemanno, alla fiaccolata romana contro l’omofobia del settembre 2009 – e il confronto con gli interlocutori più diversi su temi, come ad esempio i diritti civili e le coppie di fatto, con la deputata Anna Paola Concia, su cui ampi settori della stessa destra istituzionale sono in imbarazzante ritardo. Forse perché i libertari stradaioli di CasaPound i diritti se li sono dovuti conquistare senza sconti e sanno apprezzarne meglio di altri il valore.

Non sono state sufficienti le iniziative culturali spiazzanti – discutendo e facendo discutere – attorno alle figure più irregolari del Novecento: da Luciano Bianciardi a Rino Gaetano, dal fascio-beat Kerouac al compagno Che Guevara.

Con i “fascisti del terzo millennio”, però, non s’ha da parlare. Malgrado tale definizione non nasca da mero nostalgismo o feticismo cimiteriale, ma da quella che Gianna Preda chiamò «una forma di civetteria selvaggia». Sì, perché la giornalista emiliana accettò «la marchiatura di fascista» solo dopo che il fascismo era caduto in disgrazia, per andare controcorrente e sedersi – per dirla con Brecht – dalla parte del torto (che tutti gli altri posti erano occupati). Civetteria che non manca ai ragazzi di CasaPound – «cornacchie giovani e allegre a svolazzare vocianti nel cielo estivo» – che hanno fatto della loro spudorata aspirazione alla bellezza un tratto distintivo, un’estetica, quasi una missione. Senso del dovere – «C’è solo la consapevolezza di dover fare qualcosa e di doverla fare fino in fondo. Ché loro sono i fasci e non c’è nient’altro da fare» – che non lascia spazio alla stanchezza. «Tutto viene dopo, tutto è sacrificato alla bellezza dell’azione».

Certo, i tempi sono cambiati e più buio che a mezzanotte non è. Quasi non c’è più neanche la guerra dei manifesti:«Attacca i tuoi, strappa i loro, attento che loro non strappino di tuoi». Altro che aggressioni fasciste, capita – per fortuna raramente – di doversi difendere da chi mal tollera il grande consenso che il Blocco Studentesco raccoglie nelle scuole. Non dagli studenti, ma dai vecchi “ripetenti”, nostalgici dell’antifascismo militante, disadattati che cercano di ritagliarsi un ruolo e usano i ragazzini per fare il lavoro sporco. E in quei casi, certo, i nostri non si tirano indietro, figuriamoci. «Te lo insegnano presto, ancor prima di iniziare, che non si scappa neanche quando conviene. Possono essere pure trecento e tu puoi essere in trecento o in tre, ma non si volta mai la schiena, si resta. Prenderle o darle fa parte del gioco della strada». È accaduto a Perugia lo scorso 2 ottobre, quando un manipolo di estremisti rossi a volto coperto ha cercato di impedire la presentazione del libro Fuori dal Cerchio, organizzata da CasaPound, assalendone uno dei militanti e l’autore Nicola Antolini a calci e sediate (ma la presentazione s’è fatta lo stesso!).

Accade in una delle prime scene del romanzo, quando un folto gruppo di “anziani” se la prende con i “cuccioli” del Blocco intenti a volantinare fuori dalla scuola. I “blocchetti”, guidati da Giorgio, sono pochi e molto più giovani dei loro aggressori ma non si scoraggiano. Si uniscono a falange, spalla contro spalla e assaltano – assaltando rideremo, è uno dei loro motti – ricacciando indietro i compagni. «Perché loro non gareggiano nel coraggio». Il tutto sotto gli sguardi ammirati dei liceali, tra i quali Flavio, «biondissimo e occhi azzurro ghiaccio, nervoso e sottile come un peso piuma, dove Giorgio era nero e scuro, generoso e popolare nelle ampie e nelle braccia forti». Pariolo e benestante il primo, della Garbatella e proletario il secondo. Due biografie diverse eppure affini che si cementeranno in un’amicizia duratura pochi giorni dopo alla stadio, dove Flavio “entra a spinta”: pur senza avere il biglietto passa al tornello insieme a un amico, confidando in una distrazione dei controllori, che invece lo scoprono. Saranno Giorgio e i ragazzi del Blocco a consentirgli di fuggire, nascondendolo tra le fila. Loro sì che sono professionisti dell’entrata a spinta: «Una sfida alla perfetta organizzazione economica che aveva imbrigliato uno sport antico e popolare, trasformandolo in una macchina che muove enormi quantità di soldi». Loro sarebbero i Padroni di Casa, la tifoseria organizzata che fa riferimento a CasaPound: «un gruppo atipico di ultras, che non tollerava gli eccessi, fossero droghe di qualsiasi tipo o solo forme di prepotenza contro i deboli. Regole semplici ma ferree rappresentavano uno stile di tifo che era anche una precisa scelta di vita. Nessuno si faceva canne, nessuno giaceva semi incosciente sui seggiolini o sulle gradinate, nessuno spingeva pasticche». Niente di più lontano dallo stereotipo dell’ultras così come rappresentato dai mass media. «Perché poco importa che cinquant’anni di ultras abbiano fatto meno morti di un fine settimana in autostrada – scrive Di Tullio – il fenomeno di quei giovinotti che sgomitano durante le partite va ferocemente represso, in nome del calcio business e dei diritti televisivi che i canali satellitari pagano alle società».

Sta di fatto che Flavio si sente, per la prima volta in vita sua, in mezzo a propri simili, «senza necessità di dover stare in guardia o stare attento al portafoglio».  Flavio e Giorgio diventeranno gli inseparabili leader, veri e propri capi naturali, del Blocco. Sarà una ragazza a dividerli – Giulia, «bella come una carica della polizia» – e se la contenderanno a colpi di «sorrisi ammazzabimbe». Si ritroveranno, tuttavia, quando anni e anni di incubi si concretizzeranno in un attimo. «I fasci ultras, vigliacchi e violenti e con il coltello in tasca che tanto schifano, lo stereotipo si è materializzato tra loro e ora se lo trovano appiccicato addosso». Succede quando i ragazzi del Blocco vengono avvicinati da un gruppo di spacciatori e dopo l’inevitabile diverbio ne nasce una rissa in cui il pusher finisce per prendersi una coltellata nel fianco. «Eravate a fare i gradassi tutti insieme – sentenzia sprezzante il giudice nel primo interrogatorio, rivolto a Giorgio –  come nel vostro solito stile del dieci contro uno». Giorgio è innocente ma, proprio per questo, il compito dell’avvocato sarà ancora più difficile: perché dire la verità per discolparsi significa accusare un “camerata”. Una cosa da infami. Piuttosto preferirebbe rimanere in carcere tutta la vita. Naturalmente come va a finire non ve lo raccontiamo.

La storia è romanzata e non potrebbe essere diversamente, ma restituisce fedelmente la realtà di CasaPound senza incedere nell’agiografia, esaltando i pregi ma senza tacerne i riti e i giochi più discussi. La Cinghiamattanza su tutti, di cui è stato detto che è «una pratica brutale, violenta, oscenamente muscolare quando invece è un’usanza antica, una gara tra pirati, con regole precise affinché non ci si faccia male». Nel recente passato a tal riguardo non sono mancati documentari e reportage, tra il tono preoccupato e talvolta persino allarmato, a volte realizzati in buona fede, altre meno. Come nell’eclatante confezionamento degli scontri di piazza Piazza Navona dell’ottobre 2008, in cui il ruolo dei cattivi venne cucito ancora una volta addosso ai ragazzi del Blocco, salvo poi verificare dai video amatoriali girati nell’occasione che a scatenare l’inferno erano stati ancora una volta “fuoricorso” cinquantenni di estrema sinistra per scacciare il movimento del fulmine cerchiato dalla protesta studentesca, mentre i ragazzi, loro sì studenti, difendevano il loro diritto di esserci.

«Il romanzo – ci dice Di Tullio – s’incrocia con la cronaca e rappresenta anche una forma di riparazione alla cattiva informazione e un invito a conoscere meglio questo mondo e a superare i pregiudizi». E a guardare i ragazzi e le ragazze di CasaPound, sempre a volto scoperto, che sono ben diversi dalla fama ingenerosa che gli è stata ritagliata sinora.

Cosa sarà di Giorgio e Flavio a trent’anni il libro non lo dice. La loro esistenza, per ora, è segnata dalla politica, né a destra né a sinistra ma – come dicono col gusto della provocazione che li caratterizza – all’estremocentroalto. La politica che si sporca le mani con i problemi e non quella che si affida ai comunicati stampa, quella della strada e non quella normalizzata nel bipolarismo che si fa al riparo del circolo e del capo corrente, dei sogni da realizzare subito e non della candidatura al consiglio comunale o al parlamento. Quella che del tatticismo parlamentare non vuol sentir parlare. Quella senza il paracadute del partito di riferimento. Senza l’ombrello del parlamentare del territorio. È il prezzo dell’indipendenza, anche finire dentro per una scaramuccia, per un’occupazione di suolo pubblico, per una manifestazione non autorizzata. «La politica – prova a spiegare Giorgio alla madre – è una parola non adeguata a quello che siamo».

Ma quale sarà il loro futuro? Saranno riassorbiti nelle disprezzate dinamiche borghesi? La loro militanza finirà nell’imbuto della politica partitica? E nel caso andranno con Fini o Berlusconi o con nessuno dei due? L’abbiamo chiesto a Di Tullio, che di Giorgio e Flavio ne conosce e frequenta tanti, sia pure senza sottrarsi al ruolo di fratello maggiore premuroso e attento ma, all’occorrenza, anche di papà cattivo ed esigente perché la loro “non conformità” non si perda nel rivolo nichilista di un ribellismo senza valori. «Tra qualche anno non saranno più militanti a tempo pieno – ci dice Di Tullio – ma mi auguro che rimangano lo stesso nella rete dei contatti, magari che continuino a indirizzare con il loro esempio i “blocchetti” più giovani che arriveranno. Li immagino laureati, con una famiglia, impegnati nella società civile per cambiarla dal di dentro, perché è questa la vera rivoluzione. Penso che per fare questo percorso l’esperienza di militanza rimanga fondamentale, più di uno stage di formazione nella migliore università».

Il futuro di Di Tullio, invece, lo vedrà in toga, che di buoni avvocati Dio sa se ce n’è bisogno, ma anche impegnato sul fronte della scrittura – c’è già in programma un libro di racconti sulla sua esperienza di difensore d’ufficio, categoria bistrattata – e come inviato nelle zone calde del mondo. «A settembre siamo stati in Kossovo per un progetto giornalistico collettivo che si chiama Rashomon (dal film di Kurosawa) per seguire sul campo la turbolenta realtà balcanica – ci racconta – e mi piacerebbe continuare…».

«Prepararsi sempre al peggio, con il sorriso pronto, è il loro stile di vita. Come dice il Capitano – (Iannone, non Harlock, ndr) – la meta finale è sempre un passo avanti».

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