Cesare Ferri. Effetto domino

Angelo Spaziano

Edoardo Regis, il protagonista del nuovo romanzo di Cesare Ferri, Effetto domino, (edizioni Settimo Sigillo, pagine 142, 15,00 euro, 2010) non ama certo baloccarsi tra ellissi, perifrasi o giri di parole. Lui non te lo manda certo a dire. Infatti, già dalle prime pagine del romanzo Edoardo esordisce subito col manifestare a piene mani il sentimento che al giorno d’oggi sembra più “impresentabile” e scandaloso: l’odio.

Il “casus belli” avviene in una gaudente località balneare nel pieno fulgore dell’estate. Più precisamente, in un pomeriggio nel quale la natura si scorda di essere in luglio e regala ai perplessi mortali un precoce assaggio d’inverno: un temporale. Si tratta di uno di quegli spettacoli della natura verso il quale la maggior parte delle persone, vacanzieri e non, avverte paura o insofferenza. Lui, invece, Edoardo Regis, guarda il fortunale sotto tutt’altro aspetto. Lui, a differenza della mediocre fauna umana alloggiata per l’occasione nei formicolanti resort romagnoli, è fortemente attratto dalla potenza fascinatrice di Gea quando odia. Pare che la natura non possa provare né amore né tantomeno odio.

Sarà. Però, a Edoardo, il cozzare delle nubi, il vento che increspa le onde, il lampo terrifico che va a scaricarsi al largo, il possente rombo del tuono, lo scrosciare della pioggia, scatenano dentro le viscere copiosi fiumi d’adrenalina. Si, la natura forse non lo sa, ma anche lei, a modo suo, odia. Inavvertitamente, certo, ma odia. E quell’odio Edoardo lo sente di gran lunga più attraente dell’amore. Perché, a differenza dell’amore, un sentimento che spesso si finge di provare in quanto non si ha il fegato di essere cattivi, l’odio è sempre tremendamente, travolgentemente autentico.

Eraclito lo aveva compreso già diversi millenni orsono. La guerra è “il padre” di tutte le cose. E per guerra, naturalmente, il filosofo efesino intendeva l’odio, per l’appunto. Un tosto sentimento che la maggior parte dell’umana specie non è neppure in grado di provare, sprofondata com’è nella più irrimediabile delle mediocrità. Una mediocrità che non può contemplare l’odio in quanto questo empito dell’animo umano è tanto devastante da ottenere il paradossale effetto di ingigantire l’oggetto verso il quale è diretto. L’odio è simile al perverso potere della magia maldestramente padroneggiata dall’apprendista stregone. Se non sei in grado di dominarlo, l’odio, invece di annientare il nemico, ottiene l’effetto opposto: quello di distruggere chi lo prova e di innalzare colui verso il quale era primariamente diretto.

Insomma, l’odio è come la nitroglicerina. Occorre saperlo manipolare, altrimenti prima o poi ti uccide. L’odio è pericoloso. L’odio è per le anime nobili e ardimentose. L’odio non è per i meschini. I pusillanimi, al massimo, sono capaci di provare invidia, rancore, risentimento, malanimo, avversione. L’arma del vile è la maldicenza, quella del forte è l’odio. Proprio per tale motivo Edoardo decide che d’ora in poi sarà proprio l’odio la cifra distintiva della sua superomistica esistenza. Un’esistenza già da tempo segnata da una profonda avversione nei confronti del prossimo. I vicini d’ombrellone, ad esempio. Abitudinari, noiosi, vanagloriosi, gretti, pieni di sé stessi, incuranti di tutto e di tutti, sempre ed esclusivamente intenti a parlare di lavoro, calcio e motori. Tra una pennichella e l’altra, con l’elettroencefalogramma ad appiattirsi sempre più sotto la feroce canicola, gli ominidi che affollano le roventi spiagge agostane s’alzano dalla sdraio solo per andare a tavola ad abbuffarsi come maiali. Poi, una volta placate le pressanti istanze dello stomaco, via, di nuovo a sfrigolare sulla sabbia come involtini primavera.

Si, Edoardo non può proprio fare a meno di detestare ‘sta manica di cerebrolesi molli, flaccidi e conformisti, stravaccati a vegetare nelle loro lunghe agonie che hanno pure la spudoratezza di chiamare “vite”. Il sentimento d’avversione del protagonista verso i figli di Adamo cresce a ritmo esponenziale ogni giorno di più, quasi nutrendosi di tutte quelle orribili pance oscenamente ostentate al pubblico ludibrio senza un minimo di pudore. Un’orgia di fantasmini, pinocchietti, topless, ciabatte e infradito. Un’apoteosi di epidermidi eternamente sudate, di aliti fetidi e ventri strabordanti, di “maniglie dell’amore”, parrucchini, siliconi e balconcini. Mai come in spiaggia misandria e misoginia fanno da urticanti antidoti a tutta quella untuosa mistura di abbronzanti e gel spalmata su esauste epidermidi irrimediabilmente segnate da varici, rughe, cellulite, smagliature e bucce d’arancia.

E sarebbero uomini, questi? No. L’odio di Edoardo, così, fa un salto di qualità. Lui adesso non detesta più solo il vicino, ma l’umanità intera, e inizia a sviscerare una sana, granitica, adamantina avversione contro l’universo mondo. Un odio “Urbi et Orbi”, ecumenico, intercontinentale, planetario, galattico, cosmico. Ben presto la repellenza verso chicchessia passa addirittura dal piano concreto, materiale, al livello spirituale, astratto, etereo, sublimando il crudo sentimento in una misantropia estetica ed estatica, una sorta di nausea totalizzante e incomunicabile. Ovvero: comunicabile solo attraverso l’incomunicabilità. Edoardo insomma intende temerariamente varcare il Rubicone dell’etica e compiere un salto di qualità.

Consapevole che l’odio esige l’azione, ora egli brama nientemeno di uccidere. L’inebriante ambrosia del forte consiste nel divorare il tiepido cuore del debole davanti al crudele ma irresistibile altare di Zarathustra, ammantato da cupi incensi odoranti di morte. Dice Caligola: per essere simili agli dei dobbiamo essere crudeli come loro. Detto fatto. Ora Edoardo è un assassino “integrale”. Ma, una volta smaltito il momentaneo trip d’euforia, il senso di straniamento, per nulla esorcizzato, subisce un’improvvisa recrudescenza. Il disagio, il tarlo dell’inadeguatezza, l’avversione, l’odio, sbattuti fuori dai precordi del conscio tramite l’insolita “terapia” dell’omicidio, rientrano rapidamente e inaspettatamente ad affacciarsi con inaudita violenza nei recessi dell’inconscio.

Ma adesso Edoardo Regis non prova più odio nei confronti degli uomini. Tramite l’assassinio di uno sconosciuto egli s’è reso conto della misera condizione nella quale sono condannati a tribolare gli esseri umani, eternamente in bilico tra dolore e colpa, tra miserie e nobiltà, tra altitudini e abissi, eppure del tutto incapaci di sondarne le terrificanti vertigini e le spaventevoli euforie. E l’odio di Edoardo d’un tratto s’è mutato in pena. Sì, un’immensa pena per queste deboli, meschine creature costrette dalla spietatezza della vita a portare per l’intera esistenza una maschera appiccicata sul viso per il timore di mostrarsi agli altri per quel che sono veramente: null’altro che un branco di animule tremebonde.

Ora, perciò, in preda a una sindrome di titanismo nietzscheano, Edoardo alza il tiro e l’obbiettivo del suo odio è nientemeno che Dio, il Sommo Responsabile di cotanta devastazione. «Se deve odiare, Edoardo, odi la divinità che c’è in lei». Rivoluzionario. Un odio “kantiano”: è inutile odiare Dio fuori di noi, perché ciò equivarrebbe a una fatica di Sisifo, a una lotta contro i mulini a vento, con un obbiettivo pressoché irraggiungibile, che al momento di ghermire s’allontanerebbe fino a ridiventare di nuovo inafferrabile. Meglio, molto meglio e costruttivo, odiare il Dio che c’è in noi.

Siamo tutti figli di Dio, no? E allora, odiare noi stessi vorrebbe dire indirettamente odiare anche Lui, e quindi, oltre a un inedito cambiamento di metodo, considerando la trasgressività dell’oggetto, ciò comporterebbe anche un mutamento finalizzato a una strategia infinitamente più “azzeccata”. E qui siamo punto e d’accapo. Considerato che, come detto prima, l’odio pretende l’azione, cosa fare ora? Come passare dalla pura intenzione alla realizzazione fattuale, concreta? E’ arrivata l’occasione per mettersi alla prova. Ma queste considerazioni rischiano di risolvere il problema, certo, ma di presentarne un altro uguale e contrario.

Odiare Dio non vuol dire altro che ucciderlo. Quando si odia un uomo lo si vuole distruggere, annientare, polverizzare, no? Perciò, quando si odia Dio, è logico che ci si ritrovi davanti allo stesso concetto, seppure moltiplicato all’ennesima potenza. Tutto giusto. Ma…dopo? E’ impossibile continuare a vivere col vuoto pneumatico “dentro”. Bisogna sì uccidere la divinità che è in noi, ma poi bisogna arredare la casa per un altro inquilino. E se il nuovo affittuario, pensa Edoardo, risultasse peggiore di quello appena sloggiato?

Adesso per Edoardo Regis s’apre un altro dilemma: uccidere un padrone  per diventare schiavi di un altro, o uccidere Dio e basta, solo per il gusto di assaporare l’inebriante vertigine di una prometeica sfida, e rischiando di coinvolgere se stesso nel nibelungico Ragnarok? La partita ora non si gioca più “in trasferta”. Adesso il duello si svolge “in casa”, vale a dire nell’intimità stessa di Edoardo. Dal macrocosmo al microcosmo. Dall’universo esterno a quello interno. “Diventa te stesso”, stava scritto sul frontespizio del tempio di Delfi. Sarà capace Edoardo di non arretrare inorridito davanti all’immagine che gli rimanda lo specchio interiore?

Angelo Spaziano

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