Cellule staminali. Si può fare!

Susanna Dolci

Chi non ricorda il film del 1974 Frankenstein Junior di Mel Brooks, quando Gene Wilder, il protagonista principale, leggendo il libro degli esperimenti dell’eccentrico scienziato e parente Victor Frankenstein, si convince della possibilità di ricreare un uomo in laboratorio e così urla: «Si può fare!». Ecco, la stessa battuta convincente può essere usata nei riguardi della cellula staminale. Di quella piccola ma basilare struttura di ogni essere vivente che, grazie alla sua capacità di rigenerazione e trasformazione, si può permettere di indossare la veste di altri tipi di cellule del corpo. Così minuscole eppure così fondamentali nella rivoluzione della medicina per quanto concerne la riparazione e la riproduzione di tessuti ed organi danneggiati.

Con la giusta sicurezza dei protocolli di ricerca ed applicazione, si possono aiutare molti malati a vivere più a lungo od almeno in maniera più decorosa. E così preziose, dunque, le cellule staminali amniotiche, da sangue del cordone ombelicale, adulte per midollo osseo, pancreas, fegato, muscoli, reni, nervi. Si salvano vite che vanno dagli 0 anni all’età adulta. E le cronache ne parlano ormai con più attenzione e pacatezza negli argomenti. È del 21 settembre scorso la notizia della voluta nascita di un secondo figlio, in una famiglia toscana, per aiutare il primo nato, colpito da una dolorosa patologia del sangue. Delle missioni speciali che uniscono nell’intento finale della riuscita personale medico, paramedico e non. Affinché vita sia.

E cosa starà pensando il famoso “Paziente Zero” americano che si trova, dal 12 ottobre scorso, in una stanza dello Shepard Center di Atlanta, sottoposto, lui per primo, alla cura delle cellule staminali embrionali per contenere e riparare i danni alla spina dorsale provocatigli da un incidente occorsogli alcune settimane fa? Ad una miracolosa riuscita, sicuramente! Piccole e infinitesimali, queste cellule possono riparare «a comando» gli ingranaggi difettosi del corpo umano. E già si pensa agli spauracchi da esorcizzare del Parkinson, Alzheimer, diabete, cuore, etc. etc. Ma non soltanto.

Ond’evitare che vengano distrutti gli embrioni delle su citate cellule, intesi come presumibili vite umane, si sta addirittura cercando di riprodurre o meglio riprogrammare delle cellule della pelle in staminali ad un livello definito «quasi indistinguibile». Si susseguono, in tutto il pianeta, convegni, ricerche, corsi di formazione, affinché la cellula staminale non venga più considerata un mostro alieno ma ed ovvero come il futuro della ricerca e della scienza di fronte all’incurabilità. Con l’auspicabile benestare della stessa Chiesa che dovrebbe ormai capire che, datasi la mancanza di prodigi dall’alto, bisogna che l’uomo in pur qualche maniera si ingegni o possa adoperarsi. Ed addirittura si potrebbe così programmare la rinuncia dell’utilizzo di migliaia di animali nei test dell’industria chimica, soprattutto, tra dolorose sofferenze e veri e propri macelli.

Magari per far contenta quella fetta di mercato dedicata ai problemi della lotta dell’invecchiamento che farebbe credere a vecchie babbione rincitrullite e deficienti del make up che i segni del tempo, le rughe, possono essere fermati se non cancellati. Lo scienziato Ian Wilmut, demiurgo della famosa pecora Dolly, si ritiene soddisfatto dei risultati raggiunti senza però dimenticare che «l’obiettivo di queste sperimentazioni è trovare prima di tutto conferma che non c’è pericolo per i pazienti». Soprattutto nel fatto che l’impianto di cellule staminali possa scatenare ulteriori tumori nei già soggetti malati. Ma  tutto ciò signore e signori, come diceva Lucio Battisti, «lo scopriremo solo vivendo».

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