Brian Wilson. Reimagines Gershwin

Federico Zamboni

.Scherzi dell’immaginazione, più che della “re-immaginazione”. Brian Wilson ama la musica di George Gershwin e ama, ovviamente, la propria. Così gli sembra un’ottima idea far convergere le due passioni in uno stesso lavoro, che grazie a una circostanza relativamente marginale – la rielaborazione di alcuni materiali di archivio, più o meno inediti e sconosciuti, messi a disposizione dagli eredi del celeberrimo autore di Porgy and Bess e di Un americano a Parigi – si proietta al di là del classico album di cover e ambisce a uno status superiore. Come dimostra anche questa sua frase: «Insieme a Irving Berlin, Gershwin ha sostanzialmente inventato il canto popolare, ma ha fatto anche qualcosa di più. Aveva un dono per la melodia che nessuno ha mai eguagliato e la sua musica è senza tempo e sempre accessibile. Questo è il progetto più spirituale al quale io abbia mai lavorato».

Fa una strana impressione, l’aggettivo “spirituale”, applicato a questo tipo di musica. A meno di considerarlo in una chiave estremamente estensiva, che finisce col porre sullo stesso piano qualsiasi livello psichico e, quindi, qualsiasi creazione artistica, sembra un termine esorbitante. È come parlare di amore in modo onnicomprensivo, tanto per un hobby quanto per una grande impresa, tanto per il micio di casa quanto per la donna della propria vita. O riferendolo, addirittura, a un afflato mistico.

Può darsi che a Brian Wilson sia sfuggito, più come omaggio alla “purezza” delle proprie motivazioni che per il suo significato intrinseco. Ma la dice lunga sulla tendenza, dilagante, a conferire una patina di sacralità alle icone dell’immaginario collettivo. Il successo come un’aureola. Il tempo come un piedistallo. Come si dice nel mondo del cinema – il cinema di stampo hollywoodiano, ovviamente – il divo o la diva. La “divina” Greta Garbo. La “diva” Sophia Loren. La griffe prevale sul prodotto. Tutti si inginocchiano al cospetto del mito, più che delle sue opere. Dove l’attribuzione è palese fiocca il più classico dei commenti: «inconfondibile». Ma c’è da chiedersi quanti sarebbero in grado di effettuare il riconoscimento con la stessa certezza, se non sapessero a priori di chi si sta parlando. Vedi i critici d’arte: Caravaggio o Van Gogh sono «inimitabili», finché se ne disquisisce in astratto. Poi salta fuori un quadro che ne ricalca lo stile, ma che non compare nei cataloghi, e si scatenano i dubbi.

Tanti anni fa, per tornare all’ambito musicale, Todd Rundgren si tolse uno sfizio. Prese qualcuno dei brani meno noti di alcuni artisti viceversa notissimi, tra cui i Pink Floyd, e da quell’ottimo polistrumentista che è li registrò ex novo su nastro, per poi spedirli ai responsabili di alcune delle più grandi e rinomate etichette discografiche. Sorpresa. O forse no. Gli risposero che non erano un granché. Non che lui li suonava male o li cantava peggio. Magari. A sentir loro erano proprio i pezzi a non essere all’altezza.

.Analogamente, ora, sarebbe interessante prendere i due inediti che Wilson ha tirato fuori pescando negli archivi di Gershwin, The Like in I Love You e Nothing But Love, e chiedere un giudizio a chi non sappia da dove provengono. Come scrive giustamente Alfredo Marziano, su rockol.it, «Nessuno dei due, bisogna dirlo, raggiunge le vette inarrivabili dei masterpiece che tutti conosciamo, e anzi se ne tengono a rispettosa distanza». In altre parole, brutali al solo scopo di essere inequivocabili, un paio di canzoni irrilevanti, di quelle che ce ne sono già fin troppe e non si avverte il bisogno di incrementare le scorte.

.Ma non è che il resto sia molto meglio. Se il metro è solo quello della piacevolezza, nel senso di qualcosa che è realizzato con ogni cura e che svolge con efficacia la sua funzione confortevole e decorativa (arredamento emozionale, per così dire), l’approvazione è garantita. La scrittura di Gershwin, che non a caso è confluita innanzitutto nei musical, è accattivante per definizione. Certe sonorità di Wilson, ex punta di diamante dei Beach Boys, sono a loro volta attraenti e maledettamente familiari, per chiunque abbia una minima dimestichezza con la produzione degli anni Sessanta. Il cocktail è gradevolissimo. Il piacere blando e rassicurante delle cose consuete. Le increspature al posto delle onde. Come ha detto Elvis Costello, «esiste tutta una tradizione compositiva popolare americana che parte da George Gershwin ed attraverso Cole Porter e Burt Bacharach giunge a Brian Wilson».

Sarebbe interessante approfondire. Domandarsi se il filo conduttore è nella forma espressiva o nelle sue finalità. A chi ci si rivolge? Che cosa gli si vuole comunicare? Quali processi interiori si intendono innescare? Detto en passant: una delle parole chiave del rock è “psichedelia”. Mostrare la psiche, cioè farla emergere dai suoi recessi nascosti. Il rock’n’roll delle origini intuisce il problema. Alcune delle sue evoluzioni lo esplorano a fondo. Le droghe non c’entrano, al di là delle apparenze. A seconda dei casi sono solo una scorciatoia o un equivoco. Quello che c’entra davvero è capire, o ricordare, l’abissale differenza tra arte e intrattenimento. Tra scoperta, anche dolorosa, e riconferma, sempre sospetta. Cosa vuoi sentirti dire, my darling?

Alcuni critici statunitensi hanno storto il naso, di fronte al disco di Wilson. Hanno richiamato la versione di Porgy and Bess che ne fecero Miles Davis e Gil Evans. Il sassofonista Paul Mertens, principale collaboratore di Wilson in tutta l’operazione, ha replicato due cose. La prima è che quell’illustre precedente non lo trova d’accordo: «Scusate, ma di quel disco non sento le canzoni. Sento, piuttosto, Miles ed Evans decollare da quella musica per arrivare altrove». La seconda è che le intenzioni erano tutt’altre: «Abbiamo trattato le canzoni come fossero state musica di Brian, e Brian le ha eseguite nell’ unico modo possibile: il suo. Nel caso di Brian quello che noti è la sincerità della sua esecuzione».

Ma allora è il titolo, a essere sbagliato. Perché trae in inganno. Perché promette più di quel che mantiene. Bisognerebbe chiederlo allo stesso Brian Wilson, del resto. Sono parole sue o è una trovata del marketing? Bastava il vecchio, classico, persino abusato “Brian Wilson plays Gershwin”. Avrebbe evitato ogni equivoco.

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