Babbo, cos’è il fascismo? Hai presente Totò?

Mario Bernardi Guardi

Mio padre me lo diceva, ed io, anche se l’avevo già istintivamente captato, ero contento che me lo dicesse. Che me ne desse conferma. Perché mio padre era una persona onesta, nel senso che onorava la verità. E se da ragazzino hai accanto qualcuno che ti addestra al vero, senza fare il maestrino dalla penna rossa o nera, senza esibire squillanti penne rosse o nere a mo’ di indiscutibile contrassegno identitario o di persuasivo testimone per meglio accedere alla diritta via; se da ragazzino hai accanto qualcuno che sa “comunicare”, dolcemente autorevole, pacato e convincente, bene, quel che ti ha detto allora ti si attacca alla mente e al cuore, non lo perdi più, diventa una bandiera i cui colori, nel tempo, si fanno sempre più accesi.

Questo nelle grandi, come nelle piccole cose/rivelazioni. Voglio bene a mio padre e a quello che mi ha detto. Ci credo, da allora. Una volta gli chiesi: «Babbo, ma che cos’è il fascismo?». E lui mi rispose: «Un socialismo bene inteso». E io, ancora: «E cioè?». «Un socialismo “inteso”, “rivolto” al bene della persona e del popolo, della Nazione e dello Stato».

Dunque, tra le cose che mio padre mi diceva c’era anche questa: Totò è un genio. Esagerava?  Sì, è vero, genio è una di quelle parole enormi, che già la bocca fa fatica a contenere. Ma se la tira fuori, se la pronuncia, vuol dire che prima l’ha avvertita in cuore, se l’è ben rielaborata nella mente, ci ha ragionato sopra, pensato e ripensato, e dopo, con serena convinzione, la “esprime”, con tanto di naturalezza “etimologica” e di aura latina che l’avvolge.

Se ricordo bene, non è che mio padre il termine “genio” lo distribuisse a dritta e a manca. Lo utilizzava, anzi, con giusta parsimonia. Gliel’ho sentito attribuire a Dante e a Leonardo: e fino a qui crediamo che nessuno trovi nulla da eccepire. Ma, per mio padre, anche Walt Disney era un genio, e lo era Jacovitti, e lo era Totò. Perché? Hanno inventato qualcosa, mi diceva: e sai, “inventare”, mi spiegava, deriva dal latino “invenio” che ha una grande ricchezza di significati. Ad esempio, trovare e scoprire: ma anche “ritrovare”, scavare dentro una cosa e tirar fuori quello che non ti aspettavi ma
che è tuo da sempre.

Facevo un po’ fatica a seguirlo, anche se il mio “stupore infantile” pareva aprirsi a qualcosa di sottile e significativo. E lui mi diceva: il genio ha qualcosa in sé, qualcosa di innato, un “marchio” che lo distingue da tutti e gli fa dire e fare cose che gli altri non sanno dire e fare. Un genio ha un’impronta e la lascia. Ha una sua lingua e la parla. E’ “originale”, nel senso che quello che viene da lui, ti sembra che appaia per la prima volta, ma in realtà ha a che fare con l’ “origine”, dove c’è il “vero”. Il genio scava, trova, porta alla luce qualcosa che c’è. La sua storia, la nostra storia e la storia “di sempre”.

Parlava difficile il mi’ babbo? Forse. Ma per un ragazzino certe “suggestioni”, che giocano sull’evocativo più che sull’esplicativo, sono già “suggerimenti”. Io leggevo le storie di Topolino, guardavo le vignette di Jac, mi godevo i film di Totò: e questa, non saprei come chiamarla, “risonanza” di qualcosa di importante che loro avevano colto e che ci davano, la “sentivo”. Non “capivo” tutto, ma “sentivo”.

Lui diceva: Guardie e ladri è un capolavoro. Altra parolona. A me quel film “piaceva”. Mi divertiva, mi commuoveva. Capolavoro? Qualche anno dopo, ai cineforum del ginnasio e del liceo, ci fecero vedere Roma città aperta e ci chiesero di “esprimerci” sui valori e sul “linguaggio” di quel capolavoro e del neorealismo. Io dissi che il film era “bello”, provai anche a spiegare perché, ma poi chiesi ai prof. che avevano curato l’iniziativa: «Ma i film di Totò, ad esempio Guardie e ladri, sono neorealisti? Perché guardiamo Rossellini, Ladri di biciclette, La corazzata Potemkin, Charlot, e quelli no?».

Ricordo che i prof. mi guardarono con una sorta di sprezzo compassionevole (ammesso e non concesso che le due cose possano stare insieme). Ricordo che mi risposero che non si potevano neppure fare paragoni: da una parte c’era l’arte, dall’altra, sì, bravura, ma come può esser bravo un buffone. I buffoni non raccontano la realtà, non la rappresentano, non hanno idee, non insegnano. I loro lazzi e i loro frizzi sono qualunquisti. Addirittura reazionari e fascisti. I buffoni difendono lo “status quo”. Invece gli “altri” lo vogliono rovesciare.

Ci rimasi male. Ma me l’aspettavo. Intuivo che tra i prof. non tirava aria buona per Totò. Andando avanti, avrei “capito” che quel genio, immediatamente “compreso” dal suo pubblico- e dal mi’ babbo, che se ne intendeva- non poteva se non essere risolutamente schifato dalla critica cosiddetta “alta”, con tutte le miserie del “provinciale” con le pezze al culo del cervello ideologizzato e con i complessi d’inferiorità dell’italiota post-resistenziale e catto-capital-comunista. Si accodava all’avanguardia pensante e dirigente il proletariato e sottoproletariato intellettuale dei prof. che masticavano gli schemi della bassa ma presuntuosa cucina culturale progressista(?), nonché modi e mode dell’ “egemonia”, tic, tabù, “imprimatur” e “ipse dixit” sinistri e sinistresi. Mancava ancora qualche anno alla riscoperta targata PPP, gramsciano in crisi di identità, conservatore- rivoluzionario, cattolico tradizionalista e un po’ belva. Quasi fascista.

MARIO BERNARDI GUARDI

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