Sud. Boia chi molla!

Piero Sansonetti

L’articolo che segue è stato pubblicato da Piero Sansonetti sul quotidiano che dirige, Calabria Ora. E’ qui ripreso per sua gentile disponibilità.

La redazione

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BOIA CHI MOLLA
IL NOSTRO PEGGIOR NEMICO È IL NORD

Mi ricordo, quando ero ragazzo, l’emozione con la quale contribuii – nel 1972 – ad organizzare la gigantesca manifestazione sindacale contro la rivolta di Reggio Calabria. Cioè la rivolta dei “boia chi molla”, che noi consideravamo un moto fascista, perché era guidato da alcuni esponenti del Msi, come Ciccio Franco (anche se a quei giorni di guerriglia a partecipò anche “Lotta Continua”, guidata personalmente da Adriano Sofri). Quando dico “noi”, intendo noi del Pci, io militavo nella sezione universitaria di Roma. Da allora, dire “Boia chi molla” è come dichiararsi fascisti. Ne sa qualcosa Gigi Buffon, il portiere della nazionale, il quale una volta – forse ingenuamente, o forse perché lui davvero è di destra – mostrò una canottiera, mi pare, con su scritto proprio questo slogan – “boia chi molla” –  e sollevò una polemica che non finiva più, e lui fu costretto a chiedere scusa.

“Boia chi molla” in realtà è uno slogan molto più antico, precede quasi di due secoli la rivolta di Reggio. Lo inventarono, pensate un po’, gli insorti che nel 1799 diedero vita alla gloriosa Repubblica napoletana. Sembra che fu coniato personalmente da Eleonora Pimentel Fonseca, una delle leader di quella grande rivoluzione, importantissima nella formazione dell’intellettualità meridionale e non solo: l’unica vera rivoluzione che c’è stata nella storia del nostro paese è la rivoluzione napoletana. Anche se durò poco. Fu stroncata nel sangue.  La Pimentel Fonseca era la direttrice del giornale ufficiale dei repubblicani, che si chiamava “Il Monitore”. Vedete bene che lo slogan ha origini più nobili di quello che si pensa, e tutt’altro che fasciste. Oltretutto fu ripreso negli anni 30 da Carlo Rosselli, il fondatore di “Giustizia e Libertà”, formidabile movimento liberal-socialista e antifascista che fu perseguitato dal regime e che costò la vita a Rosselli (ucciso in Francia, nel 1937, insieme al fratello Nello, da due sicari mandati da Mussolini). Rosselli aveva fondato un giornale clandestino che aveva intitolato “Boia chi molla”. Per qualche anno fu l’unico giornale clandestino di sinistra, insieme all’Unità.

Furono bravi i capi della rivolta di Reggio Calabria (1970-1972) ad appropriarsi di quel motto così efficace, così ribelle, anche – potremmo dire – così coraggioso.

E allora, quarant’anni dopo quegli eventi, vogliamo – un po’ provocatoriamente – rimetterlo in circolazione, quello slogan, come titolo per una proposta di mobilitazione che riguardi di nuovo il Sud (come fu ai tempi della Fonseca) e che indichi la necessità di una iniziativa e di un riscatto.

Sono convinto che quella grandiosa manifestazione dei sindacati del 1972 – alla quale hanno dedicato una canzone struggente anche Giovanna Marini e Francesco de Gregori – fu sbagliata. Sbagliatissima. Lo dico, dopo un quarantennio, senza togliere nulla all’entusiasmo giovanile di quei giorni, e senza sottovalutare l’enorme potenziale di passione civile, di impegno, di generosità di massa che furono l’anima di quella indimenticabile giornata. Arrivarono a Reggio Calabria da tutt’ Italia, in migliaia e migliaia, ci fu il comizio di Ingrao, la paura perché i rivoltosi – o i fascisti – erano armati e presidiavano molti quartieri della città. Fu una giornata di tensione fortissima, di altissima passione civile, di battaglia politica aperta e decisa come raramente ce ne sono state nella storia d’Italia.

Perché dico che fu sbagliata? Per due ragioni. La prima, facile da capire, è che rispondeva alla logica della occupazione militare. I sindacati calavano dal Nord a dire ai calabresi: “Noi-Siamo-Più-Forti”. Non scesero per ragionare, per discutere, per cercare delle nuove forme di unità. Scesero per conquistare. E questa è una logica che – negli anni lo abbiamo imparato – è forsennata e padronale. Cinque anni più tardi i sindacati tentarono la stessa operazione “di potenza”, nell’Università di Roma occupata dagli studenti. Erano guidati dal loro capo assoluto, cioè da Luciano Lama. Gli andò male, ce le presero quella volta e soprattutto sancirono una rottura definitiva con una intera generazione di giovani ribelli, e io sono convinto che quella rottura – la cui responsabilità ricadeva sulla Cgil – fu tra le cause dell’escalation del terrorismo, cioè della vittoria, nel movimento dei giovani, dell’ala armata sull’ala politica.

Ma c’è una seconda ragione per la quale quella manifestazione era sbagliata: la parola d’ordine sulla quale era stata costruita la mobilitazione. La parola d’ordine era: “Nord e Sud uniti nella lotta”. Beh, era insensata.  Ed è costata alla sinistra meridionale decenni di ritardo nelle sue battaglie.

Perché? Perché la differenza tra Sud e Nord era evidente. Non era pensabile una equiparaziome e tantomeno una subordinazione delle ragioni del Sud alla causa del Nord. La questione meridionale era apertissima. E sostenere che la questione meridionale fosse – è –  solo una variante della questione operaia, era esattamente il modo per cancellare e negare la questione meridionale. Sarebbe come se i neri d’America, ai tempi delle rivolte negli anni 60, avessero accettato di subordinare le loro battaglie alle lotte degli operai bianchi. Vi immaginate quanto sarebbe durato il razzismo? Oppure che le donne, quando è esploso il femminismo, avessero accettato di porre al primo posto le lotte per l’emancipazione dei lavoratori. Avessero detto: “donne e maschi uniti nella lotta”. Il femminismo non sarebbe mai nato, e oggi il burqua anziché proibirlo lo renderebbero obbligatorio…

Allora la sinistra fece prevalere questa logica: di dominio e di negazione del diritto alla rivolta del popolo meridionale. E applicò categorie come “fascismo” e “antifascismo” che non avevano nessun senso nella realtà meridionale – erano trapiante pari pari dal Nord, dalla storia, dai sentimenti e dalla retorica del Nord –  e in quel frangente dello scontro sociale e politico.

Paghiamo ancora il prezzo di quegli errori. La cosa fondamentale, però, oggi, è non ripeterli. E allora partiamo da qui. E proviamo a spiegare la seconda riga del titolo che abbiamo fatto in prima pagina: “Il nostro peggior nemico è il Nord”. Questa è la madre di tutte le questioni. O ce ne convinciamo, o il Sud sarà travolto un’altra volta e spinto molto indietro, spinto verso una involuzione tragica e un terrificante impoverimento.

E’ inutile cercare di affrontare la questione del Sud secondo gli schemi tradizionali della politica romana e del Nord. Persino la distinzione tra sinistra e destra va messa in secondo piano. La questione oggi è questa: sta affermandosi un disegno del Nord di conquista, dominio e asservimento del Mezzogiorno. La forza politica che guida questo progetto – con grande lucidità, forza, e intelligenza – è la Lega Nord. Il federalismo fiscale è lo strumento politico di questo progetto. Ma il progetto riguarda forze molto più vaste della Lega. La parte fondamentale della borghesia del Nord ha in mente l’idea di dividere l’Italia in due: la parte ricca e la parte povera. E’ convinta che il nuovo modello del quale il capitalismo ha bisogno si può realizzare solo se si riesce a costruirsi la sua  “Romania” fatta in casa. Che vuol dire “Romania”? Vuol dire una zona del paese depressa, molto impoverita, priva di potere politico e che può trasformarsi in un serbatoio di lavoro – scusate la forzatura – schiavistico. Cioè a prezzi bassissimi e a diritti zero.  L’idea della borghesia del nord è quella di usare il federalismo fiscale non solo per arricchire il Nord, ma soprattutto per impoverire il Sud, perché un Sud poverissimo serve all’Italia.

Ecco, a questo disegno ci si deve opporre. Deve essere chiaro che il disegno è questo e deve essere possibile unire tutte le forze delle quale il Sud dispone. Il Mezzogiorno deve uscire dal suo atteggiamento vittimistico (“è vero, siamo tutti mafiosi, siamo incapaci, siamo sfaticati, siamo inefficienti…”) che gli viene dettato dalla cultura e dai mass media settentrionali, e deve dare battaglia individuando il nemico e incalzandolo. Il nemico è quello e solo quello : la Lega e il Nord. Se non si entra in questo ordine di idee non c’è via d’uscita alla crisi. Dobbiamo dire che è aperta una questione settentrionale.

Noi di “Calabria Ora” stiamo pensando di organizzare nelle prossime settimane un evento su questo tema e su questa proposta. Chiamando tutti a confrontarsi e tutti a uscire dai vecchi schemi e a prendere in considerazione la possibilità che sia il Sud a marciare alla conquista dell’Italia.

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